23 settembre 2014

La procura di Palermo apre un'inchiesta sul "Protocollo Farfalla" e spunta ancora una volta il nome di Rosario Cattafi sulla Trattativa Stato mafia

Rosario Pio Cattafi
di Aaron Pettinari - 19 settembre 2014

Lato oscuro all'ombra dei Servizi: da Flamia a Lorusso il passo è breve 

Le minacce al procuratore generale Scarpinato hanno portato a nuove fibrillazioni all'interno della Procura di Palermo. Al di là dei riferimenti personali e privati sul magistrato a rendere più inquieto è la pressione che l'autore, o gli autori, vogliono mettere sulle indagini che la Procura sta conducendo. 

“Lei sta esorbitando dai suoi compiti e dal suo ruolo, lasci che le cose seguano il loro corso, ogni pazienza ha un limite” - è scritto chiaramente nella missiva. E' la collaborazione tra Procura generale e pool trattativa, che proprio nei giorni scorsi ha consegnato nuovi atti riguardanti le indagini sui servizi segreti, il generale Mori ed i possibili legami di quest'ultimo con la P2 e gli ambienti dell'estremismo nero. Non solo. La procura ha infatti aperto un fascicolo sul cosiddetto "protocollo farfalla", l'accordo top secret siglato tra i vertici del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e il Sisde, l'ex servizio segreto civile, nel 2004. 

Il patto prevedeva una collaborazione tra direzione delle carceri e 007 che vincolava il Dap al segreto, anche con l'autorità giudiziaria, sulle attività eventualmente svolte dagli agenti all'interno degli istituti di pena. Il documento, la cui esistenza è stata negata per anni dai vertici del Dipartimento, sarebbe ora in possesso dei pm del capoluogo siciliano che lo hanno acquisito al fascicolo. A condurre l'inchiesta sono i magistrati Roberto Tartaglia, Nino Di Matteo e Francesco Del Bene. La stessa prenderebbe spunto dalle ammissioni del pentito Sergio Flamia, figura “borderline” tra mafia e servizi segreti. Il suo “doppio gioco” all'interno di cosa nostra ha permesso di compiere tra i più corposi blitz antimafia. Leggendo i suoi verbali emerge infatti che già ai tempi di “Perseo” il suo era stato un contributo chiave per svelare il piano di ricostruzione della “Cupola”. Flamia, che per Pino Scaduto era come un figlio, ha raccontato che “Ad ogni incontro di Scaduto, io avvertivo i servizi. Dopo l’operazione (Perseo ndr) i servizi mi fecero avere 150 mila euro”. Ed è proprio su questo rapporto che i pm si starebbero concentrando anche perché lo stesso Flamia ha ammesso candidamente di aver ricevuto visite anche durante le fasi di inizio della collaborazione con la giustizia. In Cosa nostra nessuno sospettava in quanto l'ex boss, anch'egli arrestato nel 2008, rimase in carcere fino al 2011 quando venne poi assolto. Ma i suoi rapporti con gli apparati di sicurezza non si erano mai interrotti, così come ha egli stesso ammesso ai pm. Neanche quando è stato arrestato dai carabinieri nel maggio 2013 a causa di alcune estorsioni e ricatti commessi nel 2012 contro alcuni imprenditori di Bagheria. 

Un fatto sicuramente ambiguo se poi si legge un'altra dichiarazione del verbale: “Dopo la scarcerazione – dice - mi era stato proposto dai vertici della famiglia di essere coinvolto in maniera ancora più diretta, chiesi allora al mio contatto ai servizi. Mi fu detto che avrei potuto accettare”. Proprio alla luce di questo rapporto è chiaro che le dichiarazioni del collaboratore di giustizia andranno sicuramente valutate con la massima attenzione in ogni contenuto in particolare quelle che potrebbero depotenziare la credibilità di Luigi Ilardo, il boss che ha raccontato la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso. 

Ma l'ombra dei servizi che intervengono sulle indagini della Procura si estende anche su altre fronti. A quanto pare nell'ottobre 2012, nell’ambito di una nuova convenzione, i servizi chiesero al capo del Dap un’informativa dettagliata sul detenuto Rosario Pio Cattafi, l’ex avvocato barcellonese condannato per associazione mafiosa, già indicato da molti collaboratori di giustizia proprio come trait d’union fra Cosa Nostra, la politica, la massoneria coperta e gli stessi ambienti dei servizi segreti. 

Interrogato, l'ex capo del Dap Giovanni Tamburino ha dichiarato che i servizi chiesero delle informazioni su alcuni detenuti. Tamburino non ha escluso che tra questi vi potesse essere proprio Cattafi. E l'ombra dei servizi si potrebbe estendere anche ad Alberto Lorusso, il misterioso esponente della mafia pugliese a lungo compagno d'ora d'aria di Totò Riina al carcere Opera di Milano. Nelle perquisizioni in cella gli uomini della Dia trovano diversi appunti scritti in fenicio. Non solo. Nei suoi dialoghi con il “Capo dei capi” sembra quasi imbeccare il boss corleonese raccontando anche fatti “segreti”, come l'idea mai messa in atto dei magistrati di Palermo che volevano presenziare tutti insieme all’udienza sulla trattativa per manifestare solidarietà a Di Matteo, dopo le prime notizie delle minacce. Una proposta che era circolata soltanto nelle mail interne dei pm. Come è possibile che Lorusso ne fosse informato? Interrogato dai pm sui possibili rapporti con uomini dei servizi il capomafia della Sacra Corona Unita ha candidamente risposto: “È meglio non parlare di queste cose”. Ora all'interno del fascicolo finiscono anche le intercettazioni in carcere del boss Totò Riina e l'interlocutore del capomafia, il detenuto Alberto Lorusso, che il Dap ha scelto come compagno d'ora d'aria del padrino corleonese. Il protocollo, ormai parte del fascicolo di indagine, non presenterebbe le firme dei sottoscrittori. Quel che è certo è che nel 2004 al vertice del Dap c'era il magistrato Giovanni Tinebra, ex procuratore di Caltanissetta che coordinò le inchieste sulle stragi del '92, mentre alla guida del Sisde c'era il generale Mario Mori.

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