17 ottobre 2014

27 luglio 1993: il colonnello Mario Mori incontra il vicedirettore del Dap, Francesco Di Maggio, dopo che pochi giorni prima erano già stati prorogati e notificati ai detenuti, diversi 41 bis.

spadolini-napolitano
Spadolini - Napolitano

"Nel '93 cosa nostra progettava attentati contro Spadolini e Napolitano"

Al processo trattativa depositata una nota riservata del Sismi


di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari - 16 ottobre 2014


Tra il 15 e il 20 agosto del 1993 Cosa Nostra aveva progettato un attentato nei confronti dei due presidenti delle Camere, Giovanni Spadolini e Giorgio Napolitano. Lo rivela una nota riservata del Sismi del 29 luglio del ’93 trasmessa dal Cesis nel 2002 al pubblico ministero di Firenze Gabriele Chelazzi e oggi depositata agli atti del processo della trattativa Stato mafia. Un documento che assume ancora più significato nei primi giorni del mese successivo quando, in una nota del 4 agosto, sempre il Sismi informava il ministero degli Interni, della Difesa, il Comando generale di carabinieri, la Guardia di Finanza e il Sisde che la verifica dell'attendibilità della fonte confidenziale aveva dato esito positivo. 
Secondo l'analisi del Servizio per le informazioni e la sicurezza militare il dialogo a colpi di bombe tra mafia e Stato, quindi, doveva avere un seguito immediato agli attentati di Milano e Roma, avvenuti tra il 27 ed il 28 luglio. L'attentato ai due politici venne evitato, secondo un'ulteriore nota del Sismi datata 21 agosto, grazie all'innalzamento del livello di protezione con il rafforzamento della scorta.

Altra coincidenza poi è che nella Capitale vennero colpite le chiese di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano. I pm stanno cercando di capire se ci sia un nesso tra i luoghi di culto scelti, che portano il nome di San Giorgio e San Giovanni, e il progetto attentati a Napolitano e Spadolini.
Tanti pezzi di un puzzle
Francesco Di Maggio
I nuovi documenti acquisiti dalla Procura di Palermo si vanno ad aggiungere ad altri dati già noti. Tanti pezzi del puzzle “rompicapo” di quegli anni di stragi che ha portato allo sconvolgimento della nostra Repubblica. In quel periodo vi era un'accesissima discussione sul problema dei detenuti mafiosi. Proprio il 27 luglio del 1993, il colonnello Mori aveva incontrato il vicedirettore del Dap, Di Maggio, dopo che pochi giorni prima erano già stati prorogati e notificati ai detenuti, diversi 41 bis. Un elenco di nomi che aveva fatto la storia di “Cosa nostra”, tra cui Gerlando Alberti, Salvatore Greco, Luciano Leggio, Francesco Madonia, i Vernengo, Bernardo Brusca, Antonino Marchese e così via.

La riunione del 6 agosto presso il Cesis
Il 6 agosto 1993 viene prodotta una relazione del “Gruppo di lavoro interforze” al Cesis (a cui partecipano anche Mori e Di Maggio, ndr) dove viene effettuata una prima analisi sulle bombe di luglio. In particolare si riferiva che “contrariamente alla previsione largamente diffusa nell'ambiente penitenziario, il 16 luglio 1993 il Ministro di grazia e giustizia, su proposta del Dap, ha proceduto alla proroga per ulteriori sei mesi” dei provvedimenti di sottoposizione al regime differenziato. Questi provvedimenti, “inaspettatamente” notificati tra il 20 ed il 27 luglio, avevano dunque deluso il popolo carcerario e gli ambienti più direttamente interessati, presso i quali, invece,
aleggiava la convinzione che “non sarebbero stati rinnovati alla scadenza”. Vengono ipotizzate varie piste per quanto riguarda gli attentati. Si parla di Cosa nostra, degli anarchici ed anche dei palestinesi. Ma tutto resta alquanto generico e fumoso.

La nota della Dia dove si parla per la prima volta della trattativa legata ai 41 bis
Quattro giorni dopo, il 10 agosto, la Dia trasmette una nota al ministro degli Interni, Nicola Mancino, e al presidente della Commissione antimafia, Luciano Violante indicando una pista con più decisione. Ed è quella della trattativa. La parola, infatti, viene indicata per la prima volta espressamente nel documento: “La perdurante volontà del Governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha concorso alla ripresa della stagione degli attentati. Da ciò è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado d’indurre le Istituzioni a una tacita trattativa”.

La conferma dello Sco alla Commissione antimafia
Una settimana dopo la nota trasmessa dalla Dia, firmata da Gianni De Gennaro, vi è una nuova nota dello Sco della Polizia, a firma di Antonio Manganelli. In quest'ultima viene avvalorata la tesi della Dia, con riferimento alle analisi sulle stragi della primavera-estate, frutto delle indicazioni di una “fonte confidenziale”. Tempo dopo, l'11 settembre, lo stesso Sco inviava alla commissione Antimafia una nota riservata dove ancora una volta veniva messo nero su bianco che “l'obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che attualmente affliggono l’organizzazione: il ‘carcerario’ e il ‘pentitismo’”. Le bombe di Firenze, Milano e Roma “non avrebbero dovuto realizzare stragi, ponendosi invece come tessere di un mosaico inteso a creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una ‘trattativa’, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa nostra anche canali istituzionali”. 
Una lunga serie di documenti che mettono sempre più in evidenza come all'interno degli apparati statali ed ai vertici più alti delle istituzioni non fosse così ignoti i moventi e gli esecutori delle stragi. La storia poi è nota. Il 5 novembre del 1993 scadono i 41-bis per 340 mafiosi in isolamento. Un elenco in cui non mancano nomi di peso. L'allora Guardasigilli, Giovanni Conso, anziché affidarsi al “parere favorevole alla proroga” espresso dalla Procura di Palermo, clamorosamente sceglie di non rinnovare neanche un carcere duro. A gennaio, poi, fallisce l'attentato all'Olimpico, ovvero quello che, in base a quanto riferito dal boss di Brancaccio Giuseppe Graviano a Gaspare Spatuzza, sarebbe dovuto essere “l'ultimo colpetto”. Nonostante l'esito negativo è un dato di fatto che a quel punto cessa la strategia stragista e in contemporanea si assiste assiste al trionfo di una nuova forza politica (Forza Italia, ndr). Il tassello mancante che sancisce definitivamente il passaggio alla Seconda Repubblica.

antimafiaduemila.com
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