24 ottobre 2014

Binnu Provenzano «carabiniere» e «massone» e le profezie di Elio Ciolini

Provenzano
di Roberto Galullo 24/10/2014

Le 25 pagine di memoria depositate il 26 settembre dal procuratore generale Roberto Scarpinato e dal sostituto Luigi Patronaggio, con le quali chiedono la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale del cosiddetto processo Mori-Obinu per fatti, avvenimenti e prove che non potevano essere conosciuti dal collegio giudicante che in primo grado il 15 luglio 2013 ha assolto (con sentenza impugnata dalla procura) Mario Mori e Mauro Obinu dall’accusa di favoreggiamento aggravato alla mafia e che ora, invece, secondo la stessa pubblica accusa, lo sono e devono essere resi noti e (ri)dibattuti. 

Lunedì ci siamo interessati di quella miscela esplosiva fatta di servizi deviati e massoneria deviata, martedì e mercoledì abbiamo cominciato a vedere il “ponte” tra Sicilia e Calabria immediatamente prima e a cavallo delle stragi di Cosa nostra. Abbiamo analizzato anche la figura di Paolo Bellini, così come emerge sempre dalla ricostruzione della Procura generale di Palermo. Ieri, pur proseguendo sul filone degli “incroci” sull’asse Palermo-Reggio Calabria, siamo andati sulla morte di Antonio Gioè, tra i killer di Capaci, uomo d’onore in contatto con esponenti dei servizi segreti, protagonista della stagione stragista del 1992, depositario dei segreti piani politici sottostanti alla medesima strategia che coinvolgevano soggetti esterni a Cosa Nostra. 

Oggi canalizziamo il quadro a tinte fosche descritto dalla Procura sul quale (credo) ci sia ancora moltissimo da indagare: il ruolo di Bernardo Provenzano, quello che, per massimo disgusto e disprezzo sommo, chiamo il divoratore di formaggio e cicoria. Al suo profilo e ai tanti misteri che si addensano anche sulla sua cattura ho dedicato molti servizi su questo blog, ad alcuni dei quali rimando per completezza di informazione. 

I DUBBI AUMENTANO 
Dopo aver letto la memoria di Scarpinato e Patronaggio i dubbi e i misteri su questo boia di Cosa nostra e su quanto di marcio gli girava intorno, anziché diminuire, aumentano. La Procura generale chiede infatti di provare che Bernardo Provenzano fosse uno dei principali esponenti della frangia di Cosa Nostra che, unitamente a Benedetto Santapaola, manteneva rapporti occulti con soggetti appartenenti ai servizi segreti, a settori deviati dell’Arma dei Carabinieri, alla destra eversiva e alla massoneria. 

Cattafi
Di questo aspetto hanno parlato, riferendo fatti specifici, i collaboratori di giustizia catanesi Maurizio Avola e Filippo Malvagna facendo anche emergere nuove inquietanti figure di raccordo come Rosario Pio Cattafi (uomo dei servizi) e Michelangelo Aiello (potente massone), oltre a quelle già accertate di personaggi come Vito Ciancimino, già individuato come uomo cerniera tra il gruppo facente capo a Provenzano ed entità esterne. Anche Salvatore Riina, parlando il 18 agosto 2013 nel carcere milanese di Opera con il detenuto pugliese Alberto Lo Russo, dopo avere parlato dei rapporti storici di Cosa nostra con la massoneria ed esponenti della destra eversiva, definisce Bernardo Provenzano «massone» e «fece il carabiniere», addebitandogli di essersi prestato ai giochi di altri nel suggerire a Leoluca Bagarella di portare la strategia stragista nel continente, fuori dalla Sicilia, dove invece secondo i piani di Riina avrebbe dovuto invece esaurirsi. 

ANCORA MALVAGNA 
Al riguardo la procura generale chiede di ammettere l’interrogatorio del collaboratore di giustizia Filippo Malvagna, uomo d’onore della famiglia mafiosa di Catania, per riferire in ordine alla notizia appresa dal carabiniere Cosimo Bonaccorso, ed in particolare: - che nel 1992 un carabiniere corrotto a libro paga delle famiglie mafiose di Catania e di Palermo, che faceva parte della squadra catturandi dei Carabinieri, gli comunicò di avere appreso la notizia riservatissima che un capitano dei carabinieri proveniente da Roma doveva incontrarsi segretamente con la moglie di Provenzano nelle campagne fra Palermo e Corleone; - che egli riferì immediatamente tale notizia ai vertici della famiglia mafiosa di Catania i quali gli imposero l’assoluto silenzio sulla vicenda; - che egli temette di essere ucciso per essere venuto a conoscenza di tale segreto; - che il carabiniere pochi giorni dopo la rivelazione subì un attentato alla vita in quel di Catania. 

GIUFFRE’ E LO VERSO 
La procura generale chiede anche di esaminare il collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè su quanto appreso da esponenti della famiglia mafiosa di Catania circa i rapporti fra Provenzano ed alcuni esponenti dell’Arma dei Carabinieri e, sul medesimo punto, l’altro collaboratore di giustizia Stefano Lo Verso su quanto dallo stesso appreso direttamente dal Provenzano circa le coperture istituzionali di cui questi godeva. 

IL CONTESTO 
Al termine di questa analisi della memoria depositata dalla Procura generale di Palermo (molto altro ci sarebbe da dire e scrivere ma ci sarà tempo e modo) chiudiamo il cerchio ritornando al punto dal quale eravamo partiti: il contesto investigativo sulle stragi del ‘92/93 fra Cosa nostra, massoneria, destra eversiva e servizi deviati. Ricordiamo sempre che alle accuse (che stiamo analizzando) corrispondono sempre e comunque delle difese che hanno e avranno modo di confrontarsi in aula di un Tribunale, laddove si formano le eventuali prove fino ad un terzo e potenziale grado di giudizio. Sui rapporti fra mafia, massoneria e servizi segreti deviati nonché su progetti di destabilizzazione e sul rilancio della strategia della tensione, peraltro, hanno riferito numerosi collaboratori di giustizia nell’ambito di collegati procedimenti davanti alle Autorità giudiziarie di Palermo, Caltanissetta, Catania e Firenze. basti ricordare, fra i tanti, Leonardo Messina, Filippo Malvagna, Francesco Pattarino, Maurizio Avola, Antonino Galliano, Tullio Cannella, Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi e Angelo Siino, collaboratori dei quali la Procura generale chiede l’esame (dei verbali delle dichiarazioni di Cancemi, morto Trapani il 14 gennaio 2011, ha chiesto l’acquisizione). 

ELIO CIOLINI 
Elio Ciolini
L’inizio e l’esatto svolgimento di tale strategia della tensione, frutto di un piano di destabilizzazione concordato tra mafia, massoneria, destra eversiva e settori della politica – ricordano nella memoria Scarpinato e Patronaggio – furono peraltro anticipati in tempo assolutamente non sospetto con impressionante precisione da Elio Ciolini, «ambiguo personaggio legato ai servizi segreti, ad ambienti massonici e all’eversione nera», con due lettere, datate rispettivamente 4 marzo ‘92 e 18 marzo ‘92, indirizzate all’Autorità giudiziaria di Bologna delle quali la Procura generale di Palermo chiede l’acquisizione al processo. Nelle due lettere Ciolini anticipò che dal marzo al luglio 1992 si sarebbero verificati l’omicidio di un importante esponente politico e l’esecuzione di stragi. Arrestato alla fine del 1991, il 4 marzo 1992 (e quindi otto giorni prima dell’omicidio di Salvo Lima) Ciolini indirizzò al giudice istruttore presso il Tribunale di Bologna una lettera che per esplicito oggetto recava: “nuova strategia tensione in Italia – periodo: marzo-luglio 1992”. «Nel periodo marzo-luglio di quest’anno – scriveva Ciolini – avverranno fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come esplosioni dinamitarde intese a colpire quelle persone “comuni” in luoghi pubblici, sequestro ed eventuale “omicidio” di esponente politico Psi, Pci, Dc sequestro ed eventuale “omicidio” del futuro Presidente della Repubblica. Tutto questo è stato deciso a Zagabria – Yu – (settembre 91) nel quadro di un “riordinamento politico” della destra europea e in Italia è inteso ad un nuovo ordine “generale” con i relativi vantaggi economico finanziari (già in corso) dei responsabili di questo nuovo ordine deviato massonico politico culturale, attualmente basato sulla commercializzazione degli stupefacenti. La “storia” si ripete dopo quasi quindici anni ci sarà un ritorno alle strategie omicide per conseguire i loro intenti falliti. Ritornano come l’araba fenice». Se Ciolini non è fornito di doti “paranormali” di preveggenza, scriveva già nel 2001 Scarpinato nella richiesta di archiviazione della sua stessa indagine “Sistemi criminali”, significa che era venuto in possesso di preziose informazioni sulla strategia di imminente attuazione. Non può sfuggire la straordinaria precisione dell’individuazione del periodo di attuazione della strategia: marzo-luglio ’92, periodo entro il quale vengono uccisi il senatore Lima (12 marzo), Giovanni Falcone (23 maggio) e Paolo Borsellino (19 luglio). 

L’ALTRA LETTERA 
Il 18 marzo 1992 Ciolini scrisse un’altra lettera al giudice istruttore di Bologna. Oggetto: “Rif lettera data 4-3-1992” Ecco cosa scrive: «Egregio dottore, non a caso la mia informazione sugli eventi di quanto in oggetto, per sfortuna, si è rivelata giusta. Alla riunione (Sissak) parlavano inglese, ho fatto un poco di fatica a ricordare, e per questo solo oggi le scrivo. Ora, “bisogna” attendersi un’operazione terroristica diretta ai vertici Psi, a personaggio di rilievo…». E’ evidente anche in questo caso, scriveva sempre Scarpinato nel 2001, lo straordinario rilievo dell’informazione fornita più di due mesi prima della strage di Capaci, se si tiene conto degli stretti rapporti stabilitisi negli ultimi anni fra Giovanni Falcone e il ministro della Giustizia del Psi Claudio Martelli e delle modalità esecutive di tipo terroristico adottate per la strage di Capaci. Lo stesso 18 marzo 1992 ufficiali del Ros, sezione anticrimine di Bologna, ebbero un colloquio in carcere con Ciolini. Questi esordì dicendo: «avete visto cosa è successo» riferendosi, con tutta probabilità, all’omicidio Lima da lui in qualche modo preannunciato con la lettera del 4 marzo. 

QUI SISAK 
Dichiarò poi di avere appreso dell’esistenza del piano eversivo nel corso di una riunione svoltasi a Sissak (Sisak, un centro della ex Jugoslavia, oggi in Croazia), alla quale, a suo dire, avevano partecipato alcuni esponenti della destra internazionale, tra i quali un americano e un austriaco. Sisak, città dove le acciaierie sono tutto, non è una città qualunque. Josip Broz, più conosciuto con il soprannome di Maresciallo Tito (7 maggio 1892 – 4 maggio 1980), leader della Jugoslavia dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla sua morte nacque a Kumrovec, nel nord-ovest della Croazia (croato era anche il padre mentre la madre era slovena) ma nel 1907 lascia il paese natale per trasferirsi a Sisak, dove lavora come apprendista fabbro. Tornando a noi, il finanziamento di tale organizzazione sarebbe avvenuto con la vendita di grosse partite di stupefacenti e con la gestione di raffinerie di droga. Ciolini precisò inoltre che tale organizzazione possedeva le “schede” di alcuni esponenti politici italiani di rilievo e manifestò preoccupazione per il fatto che alcuni documenti comprovanti la sua presenza in Croazia potessero venire in possesso di Licio Gelli. 

L’APPUNTO 
Ciolini produsse quindi un appunto esplicativo nel quale venivano indicate la matrice e le strategie della predetta organizzazione: “Strategia della tensione marzo-luglio 92″ Matrice masso-politico-Mafia = Siderno Group Montreal -Cosa Nostra-Catania-Roma (Dc – Andreotti)- Andreotti-via-D’Acquisto Lima Sissan- Accordo futuro governo croato (Tujdemann) massone per – protezione laboratori Eroina – transito cocaina – cambio -Ristrutturazione economia croata e riconoscimento Repubblica Croata – Investimento previsto 1000 milioni $… (segue parte non leggibile nella copia del manoscritto a nostra disposizione, ndr) Sissan- Accordo fra gruppi estremisti per politica di destra in Europa commerciale -Austria -Germania- Francia- Italia- Spagna- Portogallo- Grecia …commercializzazione eroina-cocaina-via (parola illeggibile, ndr) Sicilia- Yugoslavia (prov eroina Turchia) Commercializzazione – Sicilia Yugo -trasporto sottomarino Prov Urss (mini) pers croato - Protezione Dc via Mr D’acquisto e Lima – previsto futuro Presidenza Andreotti Dc domanda voti alla Cupola per nuove elezioni. Corrente DC sinistra no d’accordo con voti Cupola. Andreotti, secondo gli sviluppi della politica di sinistra e destra, poco (segue una parola poco leggibile, ndr) reticente. Si giustifica, Lima, per pressione a Andreotti. E’ prevista anche, con l’accordo Psi, Repubblica presidenziale Andreotti. Cupole – Pressione a Andreotti, (seguono due parole di difficile lettura, forse : “anche perchè” oppure “affinché”) nuovi sviluppi, indirizzo politico, leghe ecc, mette la situazione della mafia, in Sicilia in difficoltà Strategia Creare intimidazione nei confronti di quei soggetti e Istituzioni stato (forze di polizia ecc.) affinché non abbiano la volontà di farlo e distogliere l’impegno dell’opinione pubblica dalla lotta alla mafia, con un pericolo diverso e maggiore di quello della mafia». Un documento di straordinaria rilevanza, chiosò Scarpinato a pagina 87 della richiesta del 2001, nel quale Ciolini forniva una chiave di lettura dell’omicidio Lima, interpretato come una “pressione” su Andreotti per piegarlo verso nuovi indirizzi politici (nell’appunto c’è anche un accenno alle “leghe”) e ribadiva, prima che ancora venissero compiute le stragi palermitane di maggio e luglio, che l’arco temporale della nuova “strategia della tensione” avrebbe abbracciato il periodo marzo-luglio ’92. Apparve inoltre estremamente significativo il fatto che Ciolini già nel marzo 1992 indicasse che il successivo sviluppo del piano criminoso prevedeva la creazione di «un pericolo diverso e maggiore di quello della mafia» per «creare intimidazione» nei confronti delle Istituzioni e per «distogliere l’impegno dell’opinione pubblica dalla lotta alla mafia». Si consideri infatti, scrive Scarpinato, che le stragi del 1993, perpetrate nel centronord del paese, determinarono un clima di intimidazione nei confronti delle Istituzioni ed erano idonee a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla lotta alla mafia a causa dell’insorgere di un clima di terrore diffuso anche perché gli autori delle stragi erano occulti ed i loro moventi non apparivano decifrabili. Ciolini anticipò inoltre che la strategia stragista prevedeva in un secondo momento di «distogliere poi l’impegno dell’opinione pubblica dalla lotta alla mafia, con un pericolo diverso e maggiore di quello della mafia». Sottolineo, in questo appunto, un altro riferimento alla Calabria, vale a dire quel “Matrice masso-politico-Mafia = Siderno Group Montreal -Cosa Nostra-Catania-Roma (Dc – Andreotti)- Andreotti-via-D’Acquisto Lima”, del quale vale la pena ricordare che con “Siderno Group” viene indicata la ‘ndrangheta originaria della locride che opera in Canada, in feroce contrapposizione a Cosa nostra. 

LA PRIMA VOLTA 
All’indomani delle stragi del ‘93 verificatesi a Roma, Milano e Firenze, autorevolissime fonti investigative, il Servizio centrale operativo della Polizia di Stato (Sco) e la Dia, avevano evidenziato che detti attentati erano finalizzati a creare tensione nel Paese e a costringere lo Stato a trattare con Cosa Nostra. In questi documenti, si legge nella memoria di Scarpinato e Patronaggio del 26 settembre, viene per la prima volta utilizzato il termine “trattativa” e si fa espresso riferimento alla convergenza di più interessi criminali nell’elaborazione di una nuova strategia della tensione. Nell’informativa della Dia di Roma del 4 marzo 1994, indirizzata al Procuratore nazionale antimafia e ai procuratori delle direzioni distrettuali antimafia di Caltanissetta, Firenze, Milano, Palermo e Roma, si fa espresso riferimento alla inquietante sinergia criminale fra Cosa nostra, massoneria, servizi segreti deviati ed esponenti della destra eversiva nel porre in essere gli attentati del’93 realizzati fuori dal territorio siciliano. «Assume rilevanza probatoria in questo processo il fatto che invece – scrivono nella memoria Scarpinato e Patronaggio – il generale Mori, pur essendo venuto a conoscenza da fonti qualificate quali Paolo Bellini e Angelo Siino di taluni aspetti di tale complessa strategia della tensione, non solo non abbia svolto alcuna attività investigativa, ma neppure, tenuto conto della sua passata esperienza di “uomo dei servizi” e delle sue amicizie con esponenti della destra eversiva e della massoneria, si sia attivato per allertare comunque le istituzioni come fecero la Dia e lo Sco». 

CONCLUSIONI OBBLIGATE: IL PRINCIPE 
Il pubblico ministero nel processo di appello Mori-Obinu intende dunque provare che il progetto di eseguire le stragi del ‟92 e del ‘93 fu deliberato in una serie di riunioni di vertice supersegrete ad alcune delle quali parteciparono anche soggetti esterni a Cosa Nostra, al fine di destabilizzare il vecchio ordine politico e sostituirlo con un nuovo ordine politico favorevole a Cosa nostra. Intende inoltre provare che all’interno di tale progetto Cosa nostra ha agito in sinergia con altre oscure forze criminali eseguendo stragi destabilizzanti prima in Sicilia, e in un secondo momento nel resto del Paese, in modo da determinare una sfiducia nella pubblica opinione nell’ordine politico. Concetti che Scarpinato non ha mai smesso di ripetere in questi anni, come del resto si può leggere da pagina 242 del libro “Il ritorno del Principe”, scritto per Chiarelettere con il giornalista Saverio Lodato: «Il contatto tra i mafiosi popolari e quelli delle classi alte viene disciplinato in modo da evitare la sovraesposizione di questi ultimi. La loro appartenenza organica alla mafia viene tenuta a volte segreta. Si tratta dei cosiddetti «uomini d’onore riservati». In ogni caso è impedito il diretto accesso dei mafiosi di base ai vertici borghesi. Solo alcuni capi della componente militare possono mantenere con loro i rapporti e farsi latori delle richieste della base. Questo processo di segretazione raggiunge il suo massimo livello per alcune élite dei ceti sociali dalle cui fila provenivano gli esponenti dell’alta mafia. Alcuni cervelli pensanti, menti strategiche, abbandonano i rapporti diretti con la mafia militare e si arroccano in club esclusivi di potere occulto trasversale: la massoneria segreta – di cui la P2 è solo l’esempio più noto venuto alla luce – diventa così una camera di compensazione delle varie articolazioni nazionali del Principe: il luogo di elezione per l’incrocio di interessi politici, economici, finanziari e criminali. Basta scorrere l’elenco degli iscritti e le carte della Commissione parlamentare sulla P2 presieduta da Tina Anselmi per rendersi conto del fenomeno: parlamentari, ministri, politici, pubblici amministratori, alti funzionari, vertici delle forze di polizia e dei servizi segreti, stuoli di imprenditori e di giornalisti, finanzieri, magistrati, esponenti delle più diverse categorie professionali e vari referenti dell’alta mafia. Per quanto riguarda questi ultimi è sufficiente ricordare, tra i tanti, due personaggi emblematici: il banchiere Roberto Calvi, cassiere dei soldi della mafia, delle tangenti dei politici, dei soldi dello Ior, la banca del Vaticano, dei generali al vertice dei regimi dittatoriali argentini, e Michele Sindona, piduista, riciclatore dei soldi della mafia, dei politici, referente dei servizi segreti americani e dell’ala più oltranzista del Partito repubblicano statunitense».

robertogalullo.blog.ilsole24ore.com
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