9 ottobre 2014

Il risveglio dei Sistemi Criminali a Palermo: un’informativa della Dia del 1994 aveva già spiegato (quasi) tutto


dal blog Guardie e ladri di Roberto Galullo

Cari lettori e amici di blog, da ieri ho deciso di accendere i riflettori su quanto sta accadendo a Palermo intorno al procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, da tempo soggetto a minacce, incursioni e avvertimenti che hanno il sapore dello Stato marcio e deviato ancor prima di quello di Cosa nostra. Riflettori che dunque, inevitabilmente si accendono anche sui pm del processo sulla trattativa Stato-mafia. Ritengo doveroso, come cittadino e come giornalista, accendere i riflettori sul rischio che lui e Uomini come lui (ad esempio i pm del processo sulla trattativa Stato-mafia) corrono per la ricerca della verità giudiziaria sull’evoluzione dei sistemi criminali. Una verità – sia ben chiaro – che deve passare al vaglio di uno o più gradi di giudizio. Lo stesso rischio corrono, privi però di una rete di protezione sociale come accade in Sicilia, alcuni pm a Reggio Calabria e Catanzaro (da Federico Cafiero De Raho a Giuseppe Lombardo, da Francesco Curcio a Pierpaolo Bruni, solo per citarne alcuni e chiedo venia per quelli che dimentico). 

I sistemi criminali che si stanno riproponendo con acidità velenosa e mortifera sono l’evoluzione di quelli che lo stesso Scarpinato – che invocò, inutilmente e poi lo vedremo, l’aiuto di altre procure – individuò nel 1998 senza riuscire a dimostrare il suo filone investigativo, tanto da chiedere il 21 marzo 2001 all’ufficio Gip di Palermo l’archiviazione dell’indagine. In quella carte (151 pagine di ricostruzione fedele ma giudiziariamente e processualmente inutilizzabile) Scarpinato (che non si trovò da solo ma potè contare su un egregio lavoro svolto dalla Dia fin dal 1994) dipinse l’evoluzione delle mafie. Un evoluzione legittima e reale che oggi prova (lui come altri pm a Reggio, Caltanissetta e Palermo) a ricondurre in un aula di Tribunale alla ricerca di una verità che abbia non solo il sapore dell’attualità storica e della contemporaneità sociale ma anche il sigillo di uno o più giudici. Insomma: il sigillo dello Stato contro lo Stato deviato. 

DALL’INFORMATIVA DELLA DIA Una prima informativa della Dia di Palermo (la Direzione investigativa antimafia) del 4 marzo 1994 concernente “un’ipotesi investigativa in ordine ad una connessione tra le stragi mafiose di Capaci e via d’Amelio, con gli attentati di Firenze, Roma e Milano per la realizzazione di un unico disegno criminoso che ha visto interagire la criminalità organizzata di tipo mafioso, in particolare “cosa nostra” siciliana, con altri gruppi criminali in corso di identificazione”, venne poi seguita da altre informative di approfondimento. In quella prima informativa veniva formulata un’ipotesi investigativa inedita che, tra le altre cose, sintetizzava: · La responsabilità delle stragi del 1992 e del 1993 a Cosa Nostra. · 

L’organizzazione siciliana, in base alle risultanze di numerose indagini, andava ormai considerata l’asse portante di un autentico “sistema criminale” (il neretto è originale, ndr) in cui venivano a convergere le altre più pericolose consorterie di stampo mafioso e non. Si ipotizzava, cioè, che numerose organizzazioni criminali di diversa origine, legate reciprocamente a causa della sempre più frequente comunanza di interessi, si fossero raccolte – sul piano tattico – in una sorta di “sistema criminale” in grado di agire in tutte le direzioni e all’interno di tutti gli ambienti, che poteva anche essersi espresso sul piano strategico. · 

La “tempistica” degli attentati, il tipo e la localizzazione degli obiettivi aveva rafforzato negli investigatori la convinzione che il nuovo indirizzo stragistico perseguisse in realtà obiettivi che andavano al di là degli interessi esclusivi di Cosa Nostra o, per lo meno, tendesse al conseguimento di obiettivi comuni o convergenti con altri gruppi criminali di diversa estrazione legati alla mafia. 

Si osservava, insomma, che la “atipicità” degli attentati (soprattutto quelli del ’93) rispetto a quelli tradizionali di Cosa Nostra, specialmente sotto taluni aspetti, primo fra tutti la scelta degli obiettivi, potesse risultare funzionale non solo alle finalità “terroristiche” della mafia, ma anche agli scopi di entità criminali diverse, che avessero operato in sintonia con quest’ultima nel perseguimento di obiettivi comuni o convergenti, gruppi criminali in grado di elaborare i sofisticati progetti necessari al conseguimento di finalità di più ampia portata. · La storia criminale di alcuni mafiosi coinvolti nelle stragi confermavano la plausibilità di questa ipotesi investigativa. · 

Si evidenziava, inoltre, la concomitanza di un singolare fermento politico manifestato negli ultimi tempi da Licio Gelli – in costante contatto con elementi di raccordo tra imprenditoria commerciale e cosche mafiose riconducibili a Cosa Nostra – e da noti esponenti della destra eversiva (in particolare Stefano Delle Chiaie), attorno a progetti di tipo leghista, specie nell’Italia centro meridionale: progetti che sembravano «poter coniugare perfettamente le molteplici aspirazioni provenienti da quel composito mondo nel quale gruppi criminali con finalità politico-eversive si affiancano a lobbies affaristiche e mafiose». 

E si passarono in rassegna le risultanze processuali, emerse in passato, circa la presenza di Licio Gelli accanto a forze eversive di estrema destra e, contemporaneamente, a gruppi di matrice mafiosa. Vorrei che tutti noi, tutti voi, ci soffermassimo su quella riga dell’informativa della Dia che testualmente evidenzia che Cosa nostra era l’asse portante di un «“sistema criminale” in cui venivano a convergere le altre più pericolose consorterie di stampo mafioso e non». 

PALLA AL RESTO D’ITALIA L’informativa si concludeva – e attenzione perché questo è un punto di caduta del sistema giudiziario italiano di quell’epoca – rassegnando alle Procure competenti il quadro globale delle risultanze convergenti verso l’ipotesi ricostruttiva del contesto in cui poteva essere maturata la strategia stragista. Ebbene, tra le «Procure competenti» non mancano la Dna (che a onore del vero provò ad assicurare un coordinamento investigativo) e quella di Reggio Calabria. 

Solo recentemente si sono del tutto svegliate da un lunghissimo torpore con colloqui investigativi e filoni di indagine che, tra mille difficoltà e magari anche errori, provano a riannodare i fili della logica. Le Procure di Caltanissetta e Firenze (per un certo tempo anche Roma e Milano) si diedero da fare. Dove fallì l’inchiesta fu nel riuscire a dimostrare che il progetto criminale eversivo si fosse tradotto in una stabile organizzazione di uomini e mezzi, sufficientemente distinta dalle organizzazioni di provenienza di ciascun associato (Cosa Nostra, ‘ndrangheta, associazioni massoniche deviate, e così via), nonché adeguata rispetto all’ambizioso programma criminoso da attuare. 

Ed è proprio quel mondo fatto di mafie, pezzi deviati dello Stato e grembiuli sporchi, che oltre 20 anni fa la fecero franca che oggi tornano ad avere una fottuta paura per quanto di nuovo e concreto Scarpinato riuscirà a sostenere nella pubblica accusa nel processo di appello per la mancata cattura del boia Bernardo Provenzano, di quanto riusciranno lui e i suoi colleghi a svelare del cosiddetto protocollo farfalla tra Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e servizi segreti e di quanto riusciranno a mettere sul tavolo i pm del pool sul processo alla trattativa Stato-mafia. Domani proseguiamo con l’aspetto deteriore del sistema criminale sul quale tornano oggi a indagare le procure di Palermo, Reggio Calabria, Catania e Caltanissetta: il patto di ferro tra mafie e massoneria deviata.
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