22 ottobre 2014

Le nuove carte della Procura generale di Palermo/3: il “ponte” delle stragi mafiose Palermo-Reggio Calabria a/r

Amedeo Matacena
Le 25 pagine di memoria depositate il 26 settembre dal procuratore generale Roberto Scarpinato e dal sostituto Luigi Patronaggio, con le quali chiedono la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale del cosiddetto processo Mori-Obinu per fatti, avvenimenti e prove che non potevano essere conosciuti dal collegio giudicante che in primo grado il 15 luglio 2013 ha assolto (con sentenza impugnata dalla procura) Mario Mori e Mauro Obinu dall’accusa di favoreggiamento aggravato alla mafia e che ora, invece, secondo la stessa pubblica accusa, lo sono e devono essere resi noti e (ri)dibattuti. Da ieri abbiamo cominciato a vedere il “ponte” tra Sicilia e Calabria immediatamente prima e a cavallo delle stragi di Cosa nostra. Abbiamo analizzato la figura di Paolo Bellini, così come emerge dalla ricostruzione della Procura generale di Palermo. Proseguiamo sullo stesso filone. 

TULLIO CANELLA 
Che la ‘ndrangheta e i sistemi marci della Calabria fossero intelligentemente (dal loro mortale punto di vista) mani e piedi dentro la strategia stragista ha ampi riscontri. Come ad esempio quello che deriva da Tullio Cannella, che ha operato per anni a fianco di Leoluca Bagarella, per di più nel periodo cruciale della stagione stragista del ’93, della quale Bagarella è stato assoluto protagonista. Nell’interrogatorio del 28 maggio 1997 con la Procura di Palermo dirà: «Ciancimino mi disse che il progetto di “Sicilia Libera” costituiva una attuazione di una strategia politica che lui tramite l’appoggio e l’apporto ideativo di Provenzano negli anni precedenti tramite la “Lega Meridionale” o qualcosa di simile (non ricordo bene il nome del movimento politico indicato da Ciancimino). Aggiunse che a questo progetto aveva collaborato fortemente la ‘ndrangheta calabrese. Specificò al riguardo: “devi sapere che la vera massoneria è in Calabria e che in Calabria hanno appoggi a livello di servizi segreti”. Queste dichiarazioni di Ciancimino mi fecero comprendere meglio perché si era tenuta a Lamezia Terme la riunione di cui ho riferito in precedenti interrogatori, e alla quale partecipai personalmente tra esponenti di “Sicilia Libera” e di altri movimenti leghisti o separatisti meridionali, riunione alla quale erano presenti anche diversi esponenti della Lega Nord». 

LABORATORIO MORTALE 
Frasi da brivido, che danno la sensazione della Calabria come laboratorio primario dell’evoluzione mafiosa e dei sistemi criminali. La Calabria, infatti, grazie ai moti di Reggio, è partita molto prima della Sicilia nello sperimentare una miscela esplosiva che si manterrà immune (finora) ad ogni tentativo di aggressione dello Stato di diritto. Una miscela fatta di servizi deviati, servitori infedeli dello Stato, logge deviatissime e la raffinatissima strategia della potentissima cosca De Stefano che nel frattempo stava (sta) allevando politici da spargere per l’Italia con i loro veleni per la democrazia. Non siete ancora persuasi che Palermo e Reggio sono i due lati della stessa medaglia? Allora leggete ancora sotto. 

FILIPPO BARRECA 
Filippo Barreca
Filippo Barreca, collaboratore la cui attendibilità è stata consacrata in numerose sentenze per vicende criminali calabresi, fin dall’interrogatorio reso alla Dda di Reggio Calabria il 5 maggio 1993, ha indicato nell’avvocato Paolo Romeo, fondatore di una loggia massonica a Reggio Calabria, una figura centrale del panorama criminale calabrese, «l’anello di congiunzione tra la struttura mafiosa e la politica» per la Calabria, nonché l’elemento di collegamento fra Cosa Nostra siciliana e la ‘ndrangheta reggina. Paolo Romeo, da Reggio Calabria (Gallico per la precisione), nato il 19 marzo 1947, un lungo passato nella destra, un passato ancor più lungo nelle aule giudiziarie, nella politica parlamentare e anima dell’unico salotto virtuale che conti a Reggio Calabria, è stato condannato in via definitiva. La prima sezione della Corte di Assise di Reggio Calabria con sentenza del 12 ottobre del 2000 lo ha condannato a cinque anni di reclusione con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso. La condanna, ridotta a tre anni e per concorso esterno, diventa definitiva in Cassazione nel febbraio 2004. 
Paolo Romeo

INDAGINE BREAKFAST
Ma ancora più importante, a mio sommesso giudizio, è la linea di continuità che si snoda fino ai giorni nostri a testimonianza che le lancette della Giustizia non sono quasi mai in sincro con l’attualità storica. La ricostruzione ad opera dei pm Federico Cafiero De Raho, Giuseppe Lombardo e Francesco Curcio nell’integrazione della richiesta avanzata al Gip di Reggio Calabria nel maggio 2014 per l’applicazione delle misure cautelari nell’ambito del filone dell’indagine Breakfast che portò in un primo momento in carcere l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola, ne è una felice eccezione. A pagina 41 della memoria integrativa, nella parte relativa alla richiesta della circostanza aggravante dell’articolo 7 della legge n.203 del 12 luglio 1991, si legge che «nel quadro gravemente indiziante appena ricostruito, appare estremamente importante partire dai concetti affermati dall’avvocato Paolo Romeo, nella sua veste di ideologo ed ispiratore di molteplici condotte delittuose (come dimostrato dalla sentenza di condanna a suo carico che si allega), nel corso del confronto con il suo interlocutore diretto a chiarire il ruolo di Matacena Amedeo Gennaro, identificato come il depositario di “una serie di agganci/una rete di rapporti” da utilizzare per ottenere “i finanziamenti pubblici” da utilizzare per fare “l’ira di Dio poi và… qua”, quale espressione chiaramente riferibile al contesto territoriale reggino». Non è superfluo ricordare che l’indagine Breakfast si regge su un’ipotesi investigativa semplice ma devastante: l’esistenza di un patto scellerato tra un’associazione segreta nazionale (in violazione alla legge Anselmi, dunque) e anche internazionale, servitori infedeli dello Stato e mafie per dare vita ad un circuito vizioso di riciclaggio e potere di influenzare le decisioni politiche e amministrative in Italia (e fuori). 

SPATUZZA E I CARABINIERI UCCISI A SCILLA 
Filippo e Giuseppe Graviano
Il pentito Gaspare Spatuzza (ri)disse in un’udienza il 5 ottobre 2012 in aula nel corso del cosiddetto processo-Mori, parlando del fallito attentato ai Carabinieri allo stadio Olimpico di Roma e del suo rapporto col boss Giuseppe Graviano, quanto disse anche in precedenza. Fece riferimento a un incontro tra i due nel gennaio 1994 quando, si badi, le stragi del 92/93 erano drammaticamente alle spalle: «Graviano mi disse che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo grazie alla serietà di certe persone». Sempre in quell’occasione – e non prima, ergo a gennaio 1994 e non prima, nonostante Spatuzza fosse un suo fedelissimo – Graviano disse che nonostante «avessero chiuso il discorso, serviva il colpo di grazia» che doveva essere l’attentato ai Carabinieri allo stadio Olimpico, poi fallito. «I calabresi già si sono mossi» avrebbe detto il capomafia a Spatuzza alludendo all’uccisione di due carabinieri in Calabria. Già nel giugno 2009 Rosario Spatuzza fu citato a comparire innanzi alla Corte d’appello di Reggio Calabria, presieduta da Bruno Finocchiaro, in qualità di testimone nel processo per gli attentati ai carabinieri avve
Gaspare Spatuzza
nuti a Reggio Calabria ed in provincia tra il dicembre 1993 ed il febbraio 1994. Ricordiamo che l’ultimo episodio riconducibili alla strategia stragista di Cosa nostra fu il mancato attentato all’Olimpico contro i Carabinieri del 31 ottobre. Negli attentati di Reggio persero la vita gli appuntati Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, massacrati a bordo dell’autovettura di servizio, in autostrada, il 18 gennaio 1994 all’altezza dello svincolo di Scilla. Il collaboratore era stato citato su iniziativa degli avvocati Lorenzo Gatto e Michele Priolo, difensori di Consolato Villani. E cosa disse Spatuzza a Reggio Calabria nel 2009? Le stesse identiche cose che dirà tre anni dopo a Palermo sull’attentato fallito ai danni dei carabinieri di Roma: «Sono intervenuto – disse – su Giuseppe Graviano per cercare di farlo desistere. Lui aveva replicato che già in Calabria si era iniziato a colpire i Carabinieri».

PROTOCOLLO FARFALLA 
E per chi nutrisse ancora dubbi sulla necessità di alimentare contemporaneamente e con uno scambio continuo di informazioni e con una regia munitissima e attentissima della Dna le indagini sulle due sponde dello Stretto, ricordo (ma tante ancora sarebbero le cose da ricordare, a partire dal ruolo di alcuni avvocati) cosa sta emergendo dal protocollo farfalla  

QUESTIONE DI…PELLE 
Ebbene da questo protocollo, del quale sono stati finora depositati stralci nel corso del processo sulla trattativa Stato-mafia, emerge che tra coloro che diedero una disponibilità di massima a fornire indicazioni, in cambio di compenso, ai servizi segreti (che avrebbero tenuto all’oscuro delle notizie i magistrati) ci sarebbe anche Angelo Antonio Pelle, nipote del boss di San Luca Antonio detto il “cicero”. Deve essere proprio questione di “pelle” o di casualità (ci credete?) se proprio in una casa Pelle, quella di Giuseppe Pelle, boss di San Luca, detto “gambazza”, nel corso dell’indagine Crimine/Infinito sull’asse Reggio Calabria-Milano del luglio 2010, in meno di due mesi la cimice piazzata dai Carabinieri captò 10.389 conversazioni. Ad un certo punto, però, le intercettazioni ambientali…si interruppero e nella rete caddero solo politici di risulta laddove gli stessi investigatori e inquirenti dissero che la casa del boss era frequentata dalla politica più della Madonna di Polsi a settembre. [fonte]
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