2 novembre 2014

Gli intoccabili: mafia e buona società - Messina, "provincia babba"?

Franco Cassata
Le logge, i politici, i boss e il giudice accu­sato da Parmaliana. Una storia si­ciliana
di Luciano Mirone novembre i siciliani giovani

BarcellonaP.G. (Messina). Da circa mezzo secolo Antonio Franco Cassata è consi­derato un potente magistrato amico dei mafiosi che prima di tre anni fa non era mai stato sfiorato da un provvedimento giudiziario. Un intoccabile. 
Nel 2011 la Procura di Reggio Calabria lo ha messo sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa, ma a tutt’oggi la notizia è coperta da una coltre di silenzio, cioè non sappiamo se il fasci­colo contro di lui è ancora aperto o se è stato chiuso, ed eventualmente perché.
Quel che è sicuro è che l’inchiesta è scat­tata: se è stata chiusa ce ne rallegria­mo, se è ancora in corso auguriamo all’ interessa­to di dimostrare la sua inno­cenza.
Intanto lo scorso anno Cassata ha ripor­tato una condanna in primo grado per dif­famazione (800 Euro di multa, più il risar­cimento alla famiglia) per essere stato ri­tenuto l’autore di un dossier anonimo pie­no di veleni contro Adolfo Parmaliana, il professore universitario che denunciava il verminaio di Barcellona Pozzo di Gotto e di Terme Vigliatore, suicidatosi per le ves­sazioni subite soprattutto “dal potere giu­diziario barcellonese e messinese che vor­rebbero mettermi alla gogna”, come lo stesso Parmaliana lasciò scritto.

La pensione anticipata 

Malgrado questo, l’ex Procuratore ge­nerale della Corte d’Appello di Messina gode della rispettabilità che dalle nostre parti viene riservata solo ai potenti, sia nel capoluogo peloritano, dove ha svolto per tanti anni la sua carriera, sia a Barcellona Pozzo di Gotto (pochi chilometri da Mes­sina), dove risiede da sempre e da sempre esercita la sua influenza.
In realtà Cassata un potente lo è ancor oggi, malgrado la pensione anticipata alla quale – secondo le malelingue – sarebbe ricorso per evitare lo scandalo di un’inchiesta per mafia nell’esercizio delle sue funzioni, con un possibile coinvolgi­mento di un Consiglio superiore della ma­gistratura che – malgrado le interrogazio­ni parlamentari e le denunce giornalisti­che – nel 2008 lo ha promosso addirittura alla carica più alta della Procura messine­se. 

Il libro scomodo di Parmaliana 

Ma perché Cassata è così potente? Da dove deriva questa potenza? Qual è il suo ruolo in una città come Barcellona Pozzo di Gotto, dove l’alleanza tra mafia, mas­soneria e servizi segreti deviati è fortissi­mo?
Per capire il potere di cui dispone que­sto ex magistrato, basta recarsi alla “Cor­da fratres” – il circolo più in della città, esclusivo e “paramassonico” (secondo una definizione della Guardia di Finanza) che ha sistemato una caterva di rampolli dell’alta società barcellonese – di cui Cas­sata è da sempre animatore e leader, e par­lare di lui con i numerosi soci.
O magari aspettare l’uscita del prossimo libro di Melo Freni – giornalista barcello­nese dalla sfolgorante carriera in Rai, il quale, alla vigilia dell’uscita del volume di Alfio Caruso sulla morte di Adolfo Par­maliana, chiese all’autore di bloccare ad­dirittura la pubblicazione – per vedere “il giudice Cassata” al tavolo dei relatori as­sieme all’avvocato Franco Bertolone, suo intimo amico e noto legale dei boss più pericolosi di Barcellona. 

Il viaggio con Bertolone e Chiofalo

Certo, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia da quando (1974) il magistrato fece uno strano viaggio in Mercedes dalla Sicilia a Milano assieme allo stesso Berto­lone e al giovanissimo boss Pino Chiofa­lo, che tempo dopo (all’inizio degli anni Novanta) avrebbe scatenato una cruenta guerra di mafia contro il clan Gullotti, mentre nel ’99, ormai pentitosi, sarebbe stato contattato – secondo la Procura di Palermo – da Marcello Dell’Utri per con­vincerlo a screditare i tre collaboratori di giustizia Francesco Di Carlo, Giuseppe Guglielmini e Francesco Onorato, che ac­cusavano il fondatore di Forza Italia di es­sere vicino a Cosa nostra.
Certo, all’epoca di quel singolare viag­gio a Milano,
Chiofalo muoveva i primi passi nell’ambito di Cosa nostra, ma è singolare che un magistrato preposto al persegui­mento dei mafiosi, faccia un tragitto così lungo con un mafioso e col suo avvocato.
Che un episodio del genere non sia frut­to della superficialità del personaggio sarà dimostrato ampiamente negli anni succes­sivi.

Il paradigma Barcellona 

Ma per capire meglio la figura di Anto­nio Franco Cassata, bisogna delineare il contesto di Barcellona Pozzo di Gotto. Che non è un posto come tanti. C’è il traf­fico di droga sì, ci sono gli omicidi (qua­rantacinque fra il ‘90 e il ‘92) e le estor­sioni, e c’è la mega discarica di Mazzarà Sant’Andrea, sulla quale stanno lucrando in tanti, ma ciò non basta a spiegare il pa­radigma Barcellona a livello nazionale.
Barcellona è il luogo dove è stato co­struito il telecomando della strage di Ca­paci, recapitato da Gullotti a Giovanni Brusca in quel di San Giuseppe Jato per far saltare in aria Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta.
E’ la città dove hanno tra­scorso parte della loro latitanza due boss come Nitto Santapaola e Bernardo Pro­venzano, pro­tetti per decenni da quello Stato attual­mente sotto accusa a Palermo nel proces­so Trattativa.
È la città che, as­sieme a Catania, Paler­mo e Corleone, è stata l’avamposto avan­zato dell’eversione stragista fra la fine della Prima Repubbli­ca e l’inizio della Se­conda.
Ed è proprio sul “contesto” che Antonio Franco Cassata – ottimo conoscitore di uomini e cose di quel territorio – potrebbe chiarire molte cose. Cosa? 

Il boss Gullotti 

Primo. Giuseppe Gullotti è il boss indi­scusso che secondo la sentenza della Cas­sazione è il mandante di tanti delitti, com­preso quello del giornalista Beppe Al­fano, ucciso perché “reo” di avere scoper­to il nascondiglio segreto di Barcellona dove Santapaola si nascondeva all’inizio degli anni Novanta (circostanza confer­mata dal­la recente testimonianza del pen­tito Carmelo D’Amico). Perché Gullotti è rimasto iscritto alla “Corda fratres” fino all’anno dell’omicidio Alfano (1993)? Cassata dice che fino a quel momento il boss era un insospettabile incensurato che veniva pure preso in giro all’interno del sodalizio.Ma è vero che negli uffici giu­diziari circolava da tempo un’informativa in cui si diceva che “l’avvocaticchio” (come veniva soprannominato) era diven­tato il referente di Santapaola a Barcello­na? Perché tempo dopo – mentre Gullotti è latitante – Cassata sente l’esigenza di mettersi a confabulare in piazza con la moglie del boss (figlia del vecchio capo­mafia Ciccio Rugolo e sorella del nuovo reggente Salvatore Rugolo), che è seguita dai Carabinieri, i quali stilano un rapporto sull’episodio? Perché Cassata al Csm di­chiara di essersi fermato per accarezzare il bambino nella carrozzella, quando i Cara­binieri, in quel rapporto, scrivono che non c’è alcun bambino né tantomeno una car­rozzella? Perché Cassata fa pressione per evitare che quel rapporto vada avanti? Ci sta che il Procuratore generale della Corte d’Appello si apparti con la moglie del boss, figlia del boss e sorella del boss? 

I contratti ai mafiosi 

Secondo. Da una interrogazione del se­natore Pd Beppe Lumia risulta come il fi­glio dell’ex procuratore generale, l’avvo­cato Nello Cassata, negli anni in cui è sta­to presidente dell’Ipab (Istituto di pubbli­ca assi­stenza e beneficienza) di Terme Vi­gliatore-Barcellona (1999-2001) abbia prorogato dei contratti di locazione a im­portanti mafiosi e a persone che con San­tapaola e Gullotti ci hanno avuto a che fare. Per esempio Aurelio Salvo, “al tem­po pregiudicato – scrive Lumia nell’inter­rogazione – per favoreggiamento aggrava­to nei confronti di Giuseppe Gullotti e di Nitto Santapaola”. 

La “latitanza” di Santapaola 

Costui infatti è il proprietario sia dell’appartamento dove ha trovato rifugio Gullotti quando si è dato alla macchia per l’omicidio Alfano, sia della villa di Terme Vigliatore dove ha trascorso un pezzo del­la sua latitanza proprio Santapaola
A un certo punto il Ros dei Carabinieri – grazie alle intercettazioni ambientali – scopre che don Nitto trascorre la sua latitanza nel piccolo centro tirrenico, e individua la vil­la di Aurelio Salvo come luogo “sensibile” per la cattura di uno dei boss più pericolosi del mondo. Basta organiz­zare un blitz per prendere Santapaola. Niente di tutto questo.
Mentre il capoma­fia se ne sta tranquillamente a casa, il ca­pitano “Ultimo” – forse depistato da qual­cuno – inizia un rocambolesco insegui­mento con un fuoristrada a bordo del qua­le non c’è Santapaola. Il boss catanese viene messo sull’avviso e lascia il covo. Ma invece di fuggire lontano, torna tran­quillamente a Barcellona (c’era stato poco prima) dove trascorrerà un altro pezzo della sua latitanza senza essere disturbato.
L’ex procuratore Cassata sapeva dei rap­porti fra Aurelio Salvo, Gullotti e Santa­paola? Sapeva dei rapporti fra suo figlio e Aurelio Salvo?
Lui afferma che Nello ha ereditato que­sta situazione dalla preceden­te gestione Ipab. Ma cosa ha fatto Nello Cassata per porre fine a questi rapporti? Ha mai preso le distanze da determinati personaggi? E lui, Antonio Franco Cassata, che posizio­ne ha assunto nei confronti del figlio? Non avrebbe dovuto chiedere l’immediato trasferimento per incompatibilità ambien­tale? Ma questa è solo la punta dell’ice­berg. Nei due anni di gestione dell’Ipab, Cassata junior ha continuato ad affittare gli immobili dell’Istituto al fior fiore della criminalità barcellonese e ad imprenditori incensurati molto vicini a Cosa nostra.
L’elenco è lungo. Un nome fra tutti: Do­menico Tramontana, boss di primissi­mo piano (secondo i Carabinieri), crivel­lato di colpi sulla sua auto sulla quale i Carabi­nieri hanno trovato una cinquantina di vo­lantini elettorali dell’ex sindaco di Terme Vigliatore, Bartolo Cipriano, per­sonaggio transitato con disinvoltura dal centrode­stra al centrosinistra, “molto vici­no – se­condo Biagio Parmaliana, fratello di Adolfo – allo stesso Nello Cassata, di­ventato consulente legale del Comune di Ter­me Vigliatore”. 

Una truffa da 35 milioni 

Terzo. Risulta al dott. Antonio Franco Cassata che, mentre occupava la poltrona più prestigiosa della Procura generale, il figlio sia stato uno degli organizzatori di una maxi truffa alle assicurazioni (ingenti i capitali ricavati: solo nel 2009, 35 milio­ni di Euro, al punto da spingere le compa­gnie a “scappare” da Barcellona) in cui, oltre ad essere coinvolti diversi professio­nisti (soprattutto medici e avvocati), c’è implicata la criminalità organizzata?

Niente ricorso contro i boss 

Quarto. È vero che l’ex procuratore ge­nerale – come dice l’avvocato Fabio Repi­ci – non ha presentato ricorso in Cassazio­ne contro la sentenza d’Appello del pro­cesso “Mare nostrum droga”, in cui tutti gli imputati barcellonesi, dopo pesanti condanne in primo grado, sono stati assol­ti in secondo?
È vero che non lo ha fatto – per citare sempre Repici – “per una gretta interpre­tazione giuridica delle fonti di prova”? 

Fra gli assolti c’era Ugo Manca 

Quinto. Fra gli imputati assolti al pro­cesso “Mare nostrum droga” figura tale Ugo Manca, personaggio molto vicino alla mafia di Barcellona e condannato in primo grado a quasi dieci anni per traffico di droga. Ugo Manca è stato coinvolto (la sua posizione è stata archiviata lo scorso anno) nella morte del cugino Attilio Man­ca, urologo allora in servizio all’ospedale di Viterbo.
Rosario Cattafi
Secondo diversi indizi – fra cui le re­centi dichiarazioni del pentito di camorra Giuseppe Setola – Attilio Manca sarebbe stato ucciso perché avrebbe sco­perto la vera identità del boss latitante Bernardo Provenzano (allora nascosto sot­to il falso nome di Gaspare Troia), mentre lo avreb­be curato dal tumore alla prostata da cui era affetto.
È vero che esiste una intima amicizia fra l’ex procuratore e Ugo Manca? Fino a che punto? 

Cattafi e la “Corda frates” 

Sesto. A proposito di amicizie. È vero che il magistrato è intimo anche del boss Rosario Pio Cattafi (oggi al 416 bis per associazione mafiosa), definito “social­mente pericoloso” dal prefetto di Messina, al punto che è stato costretto all’obbligo di dimora per cinque anni a Barcellona?
Vicino ai servizi segreti deviati, ex ordi­novista assieme al boss di Mistretta Pietro Rampulla (artificiere della strage di Capa­ci), residente a Milano per molti anni, l’avvocato Rosario Pio Cattafi è ritenuto il riciclatore del denaro sporco del clan San­tapaola e – secondo recenti inchieste – uno dei mandanti dell’assassinio del giu­dice torinese Bruno Caccia, che negli anni Settanta indagava sui proventi sporchi provenienti dal casinò di St. Vincent. 

Il boss restò nella “Corda frates”

Tor­nato a Barcellona dopo il coinvolgi­mento nell’affaire dell’autoparco milanese di via Salomone (in cui era implicato il Psi di Bettino Craxi), Cattafi fu ritenuto – assie­me a Silvio Berlusconi e a Marcello Dell’Utri – uno dei mandanti esterni della strage di Capaci.
La sua posizione, assie­me a quella dell’ex presidente del Consi­glio e del fon­datore di Forza Italia, venne successiva­mente archiviata.
È vero che malgrado un curriculum di queste dimen­sioni, il boss ha continuato a far parte del­la “Corda fratres”, senza che il dott. Cas­sata abbia sentito il dovere di chiederne l’espulsione?

L’ “informativa Tsunami” 

Settimo. È vero che l’ex procuratore Cassata, all’inizio del Duemila, cercò di bloccare un rapporto esplosivo dei Cara­binieri (“l’Informativa Tsunami”) che si soffermava, tra l’altro, sull’amicizia fra l’ex Pm di Barcellona Olindo Canali (tra­sferito dal Csm al Tribunale di Milano per “incompatibilità ambientale”) e Salvatore Rugolo, all’epoca ritenuto il nuovo reg­gente della cosca barcellonese?
Nel rap­porto si parla di almeno due tal­pe “molto vicine a Canali” che dalla Pro­cura barcel­lonese avrebbe passato le in­formazioni al boss. In quelle duecento pa­gine si parla anche di un intervento del Procuratore Cassata presso il sostituto procuratore An­drea De Feis, titolare dell’indagine su Ter­me Vigliatore, per bloccare il rapporto dell’Arma. 

“Il grande protettore di Canali” 

Ottavo. È vero – come dicono Sonia Al­fano e l’avvocato Fabio Repici – che “An­tonio Franco Cassata è stato il grande pro­tettore di Olindo Canali”? Se è vero, sa­rebbe interessante sapere se l’ex procura­tore generale ha saputo – magari dallo stesso collega – che il giornalista Beppe Alfano – poco prima di essere ucciso – si sarebbe recato da Canali per confidargli il segreto della latitanza di Santapaola.
Il magistrato monzese gli avrebbe rispo­sto: “Non me ne posso occupare” e alla fine, secondo Sonia Alfano, gli avrebbe detto: “Scrivi tutto quello che sai, chiudi la lette­ra in una busta gialla e spedisci il plico alla Dia di Catania. Avviserò un su­per po­liziotto di prenderlo personalmente”. 

“Scrivi tutto quello che sai” 

“Mio padre – prosegue l’ex europarla­mentare, che dice di essere stata presente al colloquio – eseguì alle lettera le istru­zioni di Canali, e poco tempo dopo Beppe Alfano fu ucciso”.

Omicidio Caccia Il diritto alla verità

I figli del Procuratore capo di Torino Bruno Caccia tornano a chiedere la riapertura delle indagini relative all’omicidio del padre (unico caso di magistrato ucciso al nord Italia dalla ‘ndrangheta), avvenuto a Torino il 26 giugno 1983 in via Sommacampagna, a pochi metri dall’abitazione della famiglia Caccia.
La richiesta avanzata lo scorso anno era stata rigettata dal Tribunale di Milano, «ma noi intendiamo proseguire per la ri­cerca della verità», dichiara Paola Caccia, figlia del magistra­to torinese. Depositata lo scorso 24 luglio dall’avvocato Fabio Repici, l’attuale richiesta «è più corposa rispetto alla prece­dente; non vi sono nuovi elementi ma un’indicazione a legge­re gli atti in maniera diversa», ha precisato Paola Cac­cia, che si mostra soddisfatta «dell’attenzione al nostro caso dimostra­ta sia dalla Commissione Parlamentare Antimafia sia dalla commissione comunale antimafia di Milano».
«Si tratta di un atto doveroso – spiega David Gentili, presi­dente della commissione meneghina – considerati la storia di Bruno Caccia e gli aspetti che riguardano anche la città di Milano come i riferimenti a via Mascagna. Come commissio­ne non possiamo svolgere alcun tipo di indagine, ma speria­mo che emergano fatti importanti e che il Tribunale accolga la richiesta dei famigliari del magistrato piemontese. Sicura­mente a loro daremo tutto il nostro sostegno ed aiuto».
In quest’ottica, la sala comunale Alessi ha ospitato il 3 otto­bre l’incontro “Bruno Caccia, il diritto alla verità”, proprio per spiegare alla popolazione perché è fondamentale chiedere la riapertura delle indagini.
«A Milano e a Torino – ha dichiarato l’avvocato Fabio Repici – ci sono alcuni magi­strati che sanno la verità». Secondo il legale, il procuratore Caccia sarebbe stato ucciso perché stava inda­gando sul casi­nò di Saint Vincent e sul riciclaggio di denaro proveniente dai sequestri di persona. Una pista che si intrec­cia con la figura di Giovanni Selis, il pretore che il 13 dicem­bre 1982 scampò miracolosamente ad un attentato: la sua Fiat 500 esplose sotto la propria abitazione.
Ad affiancare l’avvocato Repici, in qualità di consulente, è l’ex magistrato Mario Vaudano: «La situazione è delicata, oc­corre che ci sia la volontà da più parti di riaprire le indagini, abbandonando l’atteggiamento del “non è il caso”. Bisogna continuare il lavoro che è stato svolto, non certo per esibizio­nismo da parte della famiglia ma solo ed esclusivamente per il desiderio di cono­scere la verità sull’omicidio Caccia».
Dalle carte emerge che la figura centrale della vicenda è Rosario Pio Cataffi, consi­derato anello di congiunzione tra Cosa nostra e i servizi se­greti. «Rispetto alla versione dello scorso anno – dichiara Vaudano – la richiesta depositata a lu­glio è più analitica e no­minativa: allora si chiedeva di audire determinate persone, adesso si parla di responsabilità ben precise».
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