22 novembre 2014

"Negli anni Settanta patti tra mafia e servizi segreti": nei rapporti spunta il nome di Mori - Processo Mori-Obinu: si riapre il dibattimento

Mario Mori
di Miriam Cuccu - 21 novembre 2014 

Lo 007 Maletti fuggito in Sudafrica interrogato dai pm della trattativa 
Negli anni Settanta Mario Mori sarebbe stato “vicino alla destra eversiva” e all’interno Sid un gruppo avrebbe ostacolato le indagini sui gruppi estremisti neri. Gli interrogatori del processo trattativa si spostano in Sudafrica per scavare sul passato dell’ex generale del Ros, imputato nel dibattimento sui dialoghi tra Stato e mafia. 

I pm Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia sono volati da Palermo a Johannesburg: qui nel 1980 si è rifugiato Gianadelio Maletti, ex agente 007, dal 1971 al 1979 capo del reparto D del Servizio dedicato al controspionaggio. Ufficialmente latitante, condannato nell’ambito delle indagini sulla strage di Piazza Fontana oltre che per sottrazione di documenti segreti, Maletti è stato sentito dai pubblici ministeri di Palermo (assente Di Matteo dopo le ultime minacce che ne hanno innalzato il livello di protezione) in qualità di testimone e assistito dal legale di fiducia Michele Gentiloni Silverj. 

Negli anni Settanta, ha raccontato Maletti, ci sono stati “patti tra Servizi segreti e mafia”. Durante l’interrogatorio dell’ex generale allora ai vertici del Sid (Servizio informazioni difesa) svoltosi nella sua abitazione, spuntano due rapporti, redatti da un collaboratore, che per la prima volta proverebbero l’esistenza di un organico intreccio di interessi tra alcuni ufficiali di alto grado incaricati di tutelare la sicurezza dello Stato e le famiglie mafiose palermitane. 

Del gruppo, stando ai documenti, faceva parte anche Mario Mori. Per questo i pm che si occupano del processo trattativa hanno voluto vederci chiaro, indagando su una stagione di bombe, eversione nera e tentativi di golpe. Maletti ripete di essere stato a conoscenza di quegli sforzi per destabilizzare il Paese, senza però fornire ulteriori particolari e confermando ciò che aveva detto in altre occasioni, che le bombe degli anni Settanta erano pilotate dalla Cia – anche se questa versione sarà sempre smentita dall’intelligence statunitense – e da Ordine nuovo, ritenuto più affidabile dal punto di vista militare e maggiormente motivato in senso politico. 

L’ex generale sostiene di aver sempre avuto modo di pensare che all’interno del suo reparto alcuni ufficiali sarebbero stati molto vicini alla destra eversiva, pur non avendo mai raccolto prove concrete dei suoi sospetti. Secondo i due rapporti (redatti dalla fonte Gian Sorrentino e sequestrati dalla Procura di Roma a Maletti prima della fuga, anche se lo 007 sostiene di non averli mai visti) del gruppo legato a doppio filo con Cosa nostra avrebbero fatto parte sei personaggi che cercavano di rallentare il corso delle indagini: il colonnello Federico Marzollo, capo raggruppamento dei Centri, il capitano Mario Mori, il colonnello Andrea Pace e tre civili: i fratelli Giorgio e Gianfranco Ghiron e l’avvocato Emilio Taddei. Proprio i due Ghiron sarebbero stati, sempre a dire della fonte Sorrentino, l’anello di congiunzione con Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo e diretta emanazione politica dei corleonesi. 

Su Mori, Maletti ricorda che fu il collega Marzollo a volerlo al Sid. Poi però, nel ’75, i sospetti sui suoi legami con l’estrema destra furono troppo evidenti e lo 007 gli revocò l’incarico chiedendone l’allontanamento per un anno, escludendo però che la sua scelta fosse motivata dal sospetto che Mori fosse legato a Cosa nostra: “Le sue inclinazioni politiche erano chiare” si limita a dire ai pm. Mori, continua Maletti, tramite Marzollo era molto vicino al generale Vito Miceli (coinvolto nell’operazione Gladio e nell’inchiesta sulla Rosa dei Venti) all’epoca direttore del Servizio e in aperto contrasto con l’ex generale. A Miceli sarebbe legato anche il colonnello Bonaventura, che a dire di Maletti, avrebbe vantato un’affiliazione tra i ranghi di Cosa nostra: “Sapevamo che era punciuto” afferma l’ex generale. 

Un passato, quello di Mori, che risulta essere tutt’altro che limpido. Oltre al sospetto che abbia tentato di ostacolare le indagini sui gruppi di estrema destra, oggi è imputato non solo al processo trattativa Stato-mafia, ma anche, insieme al colonnello Obinu, ad un altro dibattimento (concluso in primo grado con l’assoluzione) per aver favorito Cosa nostra impedendo l’arresto di Provenzano, precedentemente localizzato in un casolare nelle campagne di Mezzojuso. 

Ci sono però ancora molti aspetti oscuri nella sua carriera, e Mori non sembra vedere di buon occhio la direzione che stanno prendendo le nuove indagini sulla trattativa. Tanto che, a ridosso della trasferta in Sudafrica dei pm, in procura è arrivato un esposto (da parte dei suoi legali e del coimputato Giuseppe De Donno) in cui si contesta il modo con cui i magistrati stanno portando avanti le indagini e minacciando un’ispezione tra le carte della trattativa “bis”. Mori in più di un’occasione ha mostrato parecchie reticenze nel chiarire il suo passato alla magistratura. L’ultima volta non si è presentato al Borsellino quater adducendo impegni improrogabili, per la Corte d’Assise di Caltanissetta la goccia che ha fatto traboccare il vaso: 100 euro di multa e l’ammonizione. Se alla successiva citazione, programmata per il 22 dicembre, Mori non metterà piede in aula, sarà obbligato all’accompagnamento coatto. 
Processo Mori-Obinu: si riapre il dibattimento 

di Aaron Pettinari - 21 novembre 2014 

La Corte ha sciolto la riserva sulla richiesta della Procura generale La mancata cattura nell'aprile 1993 del boss catanese Nitto Santapaola a Terme Vigliatore, gli esami dei pentiti Sergio Rosario Flamia, Filippo Malvagna, Antonino Giuffré, Giovanni Brusca, Angelo Siino e Stefano Lo Verso, l'esame dell'ex colonnello Riccio, e l'acquisizione dela nota Aisi, a firma Arturo Esposito, dell'8 agosto 2014. Sono queste le richieste probatorie ammesse dalla Corte d'appello presieduta da Salvatore Di Vitale, che questa mattina ha sciolto la riserva sulla richiesta di riapertura dibattimentale presentata dai Pg Roberto Scarpinato e Luigi Patronaggio lo scorso 26 settembre. 

La corte ha esaminato attentamente le memorie prodotte dall'accusa e dalla difesa ed è giunta alla decisione di accogliere solo in parte le richieste dell'accusa.

Il mancato blitz Santapaola 
In particolare verrà affrontato in dibattimento il capitolo importante della mancata cattura del boss catanese Nitto Santapaola a Terme Vigliatore, nel messinese. Si tratta di una delle “ombre” che caratterizzerebbe la carriera dell’ex generale dei Ros già imputato, insieme al colonnello Mauro Obinu, per non aver arrestato Bernardo Provenzano a Mezzojuso nel ’95. Vicende che fanno anche parte delle nuove indagini della Procura di Palermo – nello specifico del pool trattativa Stato-mafia – e confluite nel processo di Appello a carico dei due ex ufficiali dei Carabinieri. 

Nella memoria dei pm viene ricordato come Santapaola, allora latitante, “fu intercettato mentre parla con esponenti della criminalità mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto all’interno di un locale”. Di questo venne subito informato Mori, tramite il maresciallo della sezione anticrimine di Messina Giuseppe Scibilia. E l’allora colonnello, che si trovava in quel momento a Roma, replicò che “avrebbe provveduto”. Ed infatti, così come risulta dall’agenda dello stesso Mori, il giorno successivo si recò a Catania. Tutto era pronto per il blitz ma il 6 aprile 1993 avvenne un fatto che fece saltare l'operazione. Il capitano Sergio De Caprio (al secolo “Ultimo”) “mentre si trovava ‘casualmente’ in transito nella zona dove era stato localizzato il giorno prima Santapaola” insieme al capitano Giuseppe De Donno e altri militari del Ros aveva individuato un uomo, scambiato per il latitante Pietro Aglieri. Così ebbe luogo un inseguimento, finito a colpi d'arma da fuoco, dell'incensurato Giacomo Fortunato Imbesi, scambiato per il boss Pietro Aglieri anche se, si legge nel documento di settembre, “non esisteva alcuna somiglianza fisica”. 

Le indagini della Procura avrebbero messo in evidenza una serie di incongruenze rispetto alla versione “ufficiale” fornita dai due membri del Ros sulle dinamiche di quell'azione “rappresentando false circostanze, omettendo di riferirne altre determinanti ed arrivando al punto di falsificare dei documenti”. In particolare verrà anche approfondita la questione dell'irruzione armata effettuata nella villa degli Imbesi, collocata a 50 metri dal luogo dove venne individuato il nascondiglio di Santapaola, con l'impiego di militari provenienti anche da altre sedi fuori dalla Sicilia. Un'irruzione che non viene menzionata in alcun atto ufficiale salvo un verbale di perquisizione (che verrà acquisito) che non indica né il nome dei militari e in cui manca la sottoscrizione delle persone che subirono la perquisizione. Unica firma presente quella del carabiniere Pinuccio Calvi con quest'ultimo che, sentito dagli inquirenti, ha dichiarato che la propria firma è stata falsificata

Altro dato alquanto sconcertante è che tutti i militari del Ros risultanti dagli atti ufficiali e che quel giorno risultavano presenti hanno affermato “di non avere partecipato all’irruzione armata e di non sapere chi fossero gli uomini che l’avevano eseguita”. Ovviamente, a seguito dell’irruzione nella villa, “Santapaola non si recò più nel luogo dove era stato intercettato”. Per chiarire questa vicenda verranno quindi sentiti Giacomo Fortunato Imbesi, Salvatore Mario Imbesi, Sebastiana Pettineo, Carmelo Concetto Imbesi, Mauro Olivieri, Francesco Randazzo, Giuseppe Mangano, Roberto Longu, Pinuccio Calvi, Antonino Ragusa e Giuseppe Scibilia. Inoltre saranno acquisite le documentazioni fotografiche fornite da Fortunato Imbesi e sui luoghi dell'intera vicenda di Terme Vigliatore

Il caso Flamia 
Un ulteriore tema che verrà affrontato al processo d'appello riguarderà il collaboratore di giustizia Sergio Rosario Flamia. Quest'ultimo infatti aveva dichiarato di aver appreso nell'ottobre 1995 da un altro “uomo d'onore” di Bagheria, Domenico Di Salvo, di “tenere lontano” Luigi Ilardo. Dichiarazioni che dimostrerebbero come all'interno di Cosa nostra fosse notoria la collaborazione tra il nipote di Piddu Madonia e le forze dell'ordine. Dichiarazioni secondo la Procura false che potrebbero essere state condizionate da “agenti esterni”. E' lo stesso Flamia, in un'intercettazione in carcere mentre si trova a colloquio con il figlio Antonino, a rivelare i suoi rapporti con i servizi segreti. Un “do ut des” che aveva portato nelle sue casse persino la somma di circa 160mila euro. 

Un rapporto proseguito persino nelle prime settimane in cui aveva avviato la propria collaborazione con la giustizia. Ed è proprio su questi punti che sarà sentito in aula. Nell'indagine sul neo pentito di Bagheria sarebbe poi emerso anche un altro dato ovvero che l'imputato Mauro Obinu sarebbe attualmente un membro dell'Aisi, seppur privo di computi operativi. Tra i documenti che sono stati acquisiti dalla Corte rientra infatti una nota del servizio di sicurezza, datata 8 agosto 2014 e firmata dal direttore Arturo Esposito dove si chiarirebbe il ruolo dello stesso Obinu. 

La vicenda del carabiniere Bonaccorso 
La Corte ha anche ammesso l'esame del collaboratore di giustizia Filippo Malvagna su quanto riferitogli da Cosimo Bonaccorso, un carabiniere corrotto a libro paga delle famiglie mafiose di Catania e di Palermo, facente parte della squadra catturandi dei Carabinieri. Secondo quanto raccontato dal pentito il militare avrebbe raccontato di aver appreso nel 1992 che un capitano dei carabinieri proveniente da Roma doveva incontrarsi segretamente con la moglie di Provenzano nelle campagne fra Palermo e Corleone “per un'eventuale collaborazione”. Un'informazione dirompente e che l'ex boss riferì ai vertici dell'organizzazione mafiosa di Catania i quali gli imposero “l'assoluto silenzio sulla vicenda”. Malvagna, per quel “segreto” a cui era stato messo a conoscenza, temeva per la propria vita, e agli inquirenti ha anche riferito che “il carabiniere Bonaccorso pochi giorni dopo la rivelazione subì un attentato alla vita in quel di Catania”. 

Mario Mori
Da Riccio a Giuffré, nuove rivelazioni in ballo “Alla stregua del principio enunciato dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo (sentenza del 7-7-2011, nel caso Dan contro Moldavia), appare necessario risentire i seguenti testi e collaboratori di giustizia, giacché si verte sull'attendibilità delle loro dichiarazioni”. E' per questo motivo che la Corte ha accolto l'esame di Michele Riccio, Antonino Giuffré, Giovanni Brusca, Stefano Lo Verso ed Angelo Siino che verrebbero sentiti su vari temi. In particolare l'ex ufficiale dell'arma, teste principale di questo processo, ha rilasciato ulteriori dichiarazioni nell'interrogatorio del 17 luglio 2014 in merito alle informazioni raccolte dall'infiltrato Luigi Ilardo il quale, pochi giorni prima di essere assassinato, aveva anticipato all’imputato Mori che avrebbe rivelato ai magistrati quanto di sua conoscenza sul generale Subranni e sul ruolo di pezzi deviati delle Istituzioni nella stagione dello stragismo”. Inoltre vi sarebbero ulteriori spiegazioni a seguito della “rilettura dell'informativa 'Grande Oriente' e dell'informativa 'Apice'” che, secondo l'accusa ha permesso di accertare che “la strumentazione tecnica messa a disposizione del col. Riccio dagli agenti della CIA era assolutamente affidabile per localizzare il latitante senza far correre alcun pericolo all’informatore”. 

Inoltre, nella memoria di settembre, la Procura generale dichiara l'opportunità di esaminare nuovamente Riccio per capire “l’animus degli imputati nel porre in essere le condotte loro contestate”. La necessità di ascoltare i collaboratori di giustizia è data, invece, da altre questioni. L'ex boss di Caccamo Antonino Giuffré, che pure aveva ricevuto l‟incarico di uccidere l‟Ilardo direttamente dal Provenzano, ha dichiarato di ritenere che “la notizia della collaborazione dell’Ilardo con le Forze di Polizia fosse pervenuta al Provenzano da fonte istituzionale in particolare da ambienti giudiziari di Caltanissetta”. In base alla richiesta della Procura di questo dovrebbe riferire oltre ai rapporti fra Provenzano e segmenti delle Istituzioni e dei Servizi Segreti e sulla preparazione delle stragi del 1992 e del 1993. E di quella “strategia della tensione” dovrebbero anche parlare i pentiti Giovanni Brusca ed Angelo Siino che dovranno anche aggiungere ulteriori elementi sulle notizie apprese da Cosimo Bonaccorso. Stefano Lo Verso invece dovrebbe riferire in base a quanto scritto nella memoria dei Pg “sui suoi rapporti con Provenzano Bernardo e sulle confidenze ricevute dallo stesso in ordine ai rapporti fra questi e pezzi deviati delle Istituzioni”. Il processo è stato infine rinviato al primo dicembre. [fonte]

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