16 dicembre 2014

Parla il pentito Galatolo: "Il fratellone Messina Denaro ordinò una strage" per colpire il pm Nino Di Matteo


16 dicembre 2014 - di SALVO PALAZZOLO 

Alle cinque del mattino, i blindati della Guardia di finanza entrano dentro vicolo Pipitone, l'ultima roccaforte di Cosa nostra a Palermo. In questo budello fra il porticciolo dell'Acquasanta e i Cantieri navali si sono ritrovati due anni fa i capi delle famiglie mafiose di Palermo per organizzare un attentato contro il pm Nino Di Matteo. L'ha rivelato l'ultimo pentito di mafia, Vito Galatolo, che in vicolo Pipitone ha sempre vissuto. Qui, i finanzieri sono tornati stamattina per cercare l'esplosivo che doveva essere utilizzato contro uno dei magistrati simbolo del pool antimafia di Palermo. E, intanto, dall'altra parte della città, gli investigatori del nucleo speciale di polizia valutaria facevano irruzione nell'abitazione di uno dei mafiosi che avrebbero partecipato a quel summit, il boss Vincenzo Graziano: secondo Galatolo, avrebbe avuto il compito di procurare dalla Calabria 200 chili di tritolo e poi di conservarlo. Per lui è scattato un provvedimento di fermo per il reato di associazione mafiosa firmato dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dai sostituti Francesco Del Bene, Amelia Luise, Annamaria Picozzi, Dario Scaletta e Roberto Tartaglia.

Nell'ultima roccaforte di Cosa nostra, i finanzieri della Valutaria e i colleghi del Gico del nucleo di polizia tributaria cercano con ruspe e georadar. Come mai si era fatto. Sì, perché già nei primi anni Ottanta vicolo Pipitone era il luogo dove si riunivano gli squadroni della morte della mafia prima di ogni azione eclatante. Da qui partirono per uccidere il generale Dalla Chiesa, il segretario del Pci Pio La Torre, il commissario Cassarà. 

Da qui partirono con la borsa carica di esplosivo che doveva fare saltare in aria il giudice Falcone davanti la sua villa dell'Addaura.

E fino a stanotte alle cinque questa parte di Palermo era rimasta sempre zona franca controllata dai Galatolo, che abitano in un grande condominio di cinque piani, in fondo al vicolo. Fino a stanotte, mai nessun rappresentante delle istituzioni era venuto a controllare. Ora, i finanzieri passano al setaccio ogni anfratto del grande giardino che circonda il palazzo dei Galatolo. Ci sono pozzi, vecchie stalle. Il georadar segnala qualcosa in profondità, si scava. I vigili del fuoco aprono una porta di ferro. Intanto, i familiari di Galatolo sono tutti in strada e inveiscono sottovoce contro "l'infame". Fino a un mese fa, Vito, Vituzzo, era il predestinato allo scettro della famiglia.

E invece lui ha deciso di saltare il fosso, chiedendo di parlare con Nino Di Matteo. "Mi voglio togliere un peso dalla coscienza - gli ha spiegato - a giugno, quando sono stato arrestato, il progetto di attentato nei suoi confronti era ancora operativo". Così, sono scattate misure di sicurezza eccezionali attorno al magistrato che segue le indagini sulla trattativa Stato-mafia.

Galatolo ha rivelato che l'ordine di morte nei confronti del pm Di Matteo era arrivato dal superlatitante Matteo Messina Denaro. E c'erano già due piani operativi: tritolo a Palermo, oppure un assalto con kalasnikov e bazooka a Roma.

Le dichiarazioni del neo pentito Galatolo sono un fiume in piena. In questi ultimi giorni ha riempito pagine e pagine di verbali con i nomi dei mafiosi di Palermo ancora in libertà. 

E ha descritto nei minimi dettagli i preparativi per l'attentato a Di Matteo. "C'era l'ordine del fratellone", ha spiegato. Ovvero, dal superlatitante Matteo Messina Denaro. L'input arrivò nel settembre 2012. "Decidemmo di dare una risposta affermativa a Messina Denaro e decidemmo anche, vista l'impossibilità di quest'ultimo ad approntare il denaro necessario, di esporci economicamente per la preparazione e dell'attentato. In particolare io mi impegnai con 360.000 euro mentre le famiglie di Palermo Centro e San Lorenzo, si impegnarono per 70.000 euro. L'esplosivo sarebbe stato acquistato in Calabria da uomini che avevano della cave nella loro disponibilità e trasferito a Palermo". Così prosegue Galatolo: "L'esplosivo, che io vidi personalmente in occasione di una mia presenza a Palermo per dei processi, era conservato in dei locali all'Arenella nella disponibilità di Graziano Vincenzo ed era contenuto in un fusto di lamiera e in un grande contenitore di plastica dura. Sopra questi bidoni vi era uno scatolo di cartone con all'interno un dispositivo in metallo della grandezza poco più piccola di un panetto".

Altri dettagli: "All'interno era composto da tanti panetti di colore marrone avvolti da pezze di tessuto. Ricordo inoltre che all'esterno, la parte bassa del contenitore di plastica blu era umida e con tracce di salsedine. Per tale motivo infatti Graziano mi disse che questo contenitore umido doveva essere sostituito. So che l'esplosivo è stato spostato da Graziano e penso che sia custodito in una sua abitazione con del terreno intorno in località Monreale". Galatolo ha avvertito i pm: "L'intento di organizzare l'attentato non è mai stato messo da parte; una volta ne parlai con Graziano Vincenzo all'interno del Tribunale ed avevamo pensato di posizionare un furgone nei pressi del palazzo di giustizia ma non ritenemmo di procedere perché ci sarebbero state molte vittime.

Pensammo anche, data la disponibilità della famiglia mafiosa di Bagheria, di valutare se procedere in località Santa Flavia, luogo dove spesso il dottore Di Matteo trascorre le vacanze estive... la presenza di tritolo sul territorio palermitano rende ancora attuale, a mio avviso, il pericolo dell'attentato nei confronti del dottore Di Matteo".

Repubblica.it

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