4 gennaio 2015

Barcellona PG, Messina: Il pentito Carmelo D’Amico: “c’era un patto tra mafia e massoneria”. gli intrecci e i nomi svelati dal collaboratore che si autoaccusa degli omicidi Mazza e Ferro. “su Cattafi chiesi spiegazioni”

Carmelo D'Amico
Leonardo Orlando Gazzetta del Sud 

Barcellona – La “famiglia” mafiosa dei “Barcellonesi”, fin dai primi anni Novanta, con l’ascesa ai vertici del capo mafia Giuseppe Gullotti, avrebbe stretto un “patto” scellerato con una “potentissima loggia massonica segreta” ai cui vertici ci sarebbero stati lo stesso Gullotti e un personaggio che allo stato rimane misterioso perché il suo nome è coperto dal segreto istruttorio. 

A rivelarlo sono le prime pagine dei verbali che contengono parte delle dichiarazioni rese ai sostituti della Procura distrettuale antimafia Angelo Cavallo e Vito di Giorgio dal collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico e che ieri sono state depositate dalla Procura generale nel processo d’appello “Gotha III”, la cui udienza è fissata per il prossimo 7 gennaio 2015 alle 15. Nei due verbali depositati che contengono le risposte agli interrogatori effettuati nel carcere catanese di Bicocca l’8 ottobre e il successivo 5 dicembre scorsi, Carmelo D’Amico, parla di due omicidi eccellenti (quelli dell’ingegner Antonio Mazza editore di “Tele News” e del direttore della condotta agraria di Barcellona Ferro, entrambi uccisi nel 1993) di cui si assume la paternità come esecutore materiale. 
Rosario Pio Cattafi

Il pentito rivela inoltre un aspetto inedito, quello di avere ricevuto l’ordine dai boss Pippo Gullotti e Salvatore “Sem” Di Salvo, di uccidere lo stesso Rosario “Saro” Cattafi, sospettato di aver fatto la soffiata che ha consentito di stanare e arrestare il capomafia catanese Nitto Santapaola che fino a poche settimane prima aveva trascorso una dorata latitanza a Barcellona e Terme Vigliatore. 

Sull’avv. Rosario Pio Cattafi, D’Amico rivela: “Questa persona mi è stata presentata da Pippo Gullotti, all’incirca negli anni ’92 – ’93, come “uomo d’onore”. Per essere più precisi il pentito riferisce delle circostanze: “In quella occasione erano presenti Pippo Gullotti, Ciccino Cambria, Rosario Cattafi ed altri soggetti estranei all’organizzazione. Ricordo che era presente anche Angelo Porcino”. La riunione di cui parla D’Amico avvenne nella casa di campagna “del padre di Angelo Matalfese, Pasquale”, ubicata tra Oreto e la frazione Femminamorta sulle colline di Barcellona. Ad accompagnare in quella casa D’Amico fu Salvatore “Sem” Di Salvo. In quella occasione Gullotti presentò – secondo il racconto nel verbale dell’8 ottobre scorso – “Cattafi a D’Amico, dicendo “è un amico nostro”. “Cattafi quando il Gullotti disse queste cose – racconta il pentito – non aggiunse alcuna parola, mi strinse la mano e fece un sorrisino come era solito fare in occasioni di quel tipo, ossia quando veniva presentato”. 

Nei verbali D’Amico rivela: “Io sapevo già, prima di quell’incontro, chi fosse Saro Cattafi. Infatti, come ho già detto in altri verbali, io, prima di quell’incontro, in quella costruzione di campagna, avevo ricevuto da Sem Di Salvo e Gullotti, l’incarico di uccidere Saro Cattafi dal momento che costui era sospettato di avere contribuito all’arresto di Nitto Santapaola, una volta che costui era stato arrestato a Catania. Avevo ricevuto l’incarico da Sem Di Salvo e Pippo Gullotti di pedinare l’autovettura, una “Golf” Cabriolet di colore nero, in uso a Saro Cattafi. Io in effetti lo pedinai per qualche settimana; successivamente, furono gli stessi Sam Di Salvo e Pippo Gullotti a rivelarmi che il Cattafi non c’entrava nulla con l’arresto di Santapaola e che invece responsabile, secondo loro, di quell’arresto, era il dottor Ferro (di cui si riferisce nell’articolo in questa stessa pagina ndc) che io successivamente ho ucciso, proprio per questo motivo, sempre su incarico di Sem Di Salvo e Pippo Gullotti”. Gazzetta del Sud

“SU CATTAFI CHIESI SPIEGAZIONI. VOLEVO SULLA SUA APPARTENENZA ALLA NOSTRA ORGANIZZAZIONE“.
Il pentito Carmelo D’Amico rivela ai magistrati Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, della Procura distrettuale antimafia, anche di aver deciso “di chiedere spiegazioni al Gullotti e al Di Salvo” sul ruolo di Cattafi. Feci ciò in quanto memore di quanto gli stessi Gullotti e Di Salvo mi avevano detto circa il ruolo del Cattafi nella cattura del latitante Santapaola e dell’incarico che mi avevano dato di uccidere il Cattafi stesso. Chiesi dunque spiegazioni e parlai di ciò con Di Salvo e Gullotti. In quella circostanza “chiesi se il Cattafi facesse parte della nostra organizzazione ed entrambi, tanto il Gullotti quanto il Di Salvo, mi dissero espressamente che era un “uomo d’onore” e che faceva parte della “famiglia” dei barcellonesi. 

Il Di Salvo mi disse espressamente che il Cattafi era stato fatto “uomo d’onore” a Catania da Nitto Santapaola in persona. 

Mentre mi disse che Cattafi non aveva rapporti con i palermitani” e che Cattafi “apparteneva insieme al – omissis – ad una loggia massonica occulta, di grandi dimensioni che abbracciava Sicilia e Calabria. Sempre di Salvo mi disse che Saro Cattafi insieme al – omissis – erano fra i massimi responsabili di quella loggia massonica occulta”. 

Poi D’Amico specifica che “Sem Di Salvo mi disse il – omissis – di cui in questo momento non ricordo il nome, apparteneva a questa loggia massonica occulta, era un amico di Gullotti ma non nel senso mafioso del termine. In pratica il – omissis – era descritto dal Di Salvo come un conoscente del Gullotti e come appartenente a quella loggia massonica occulta, ma – si legge sempre nei verbali ora depositati in Procura – non come un soggetto organico alla “famiglia” barcellonese”. (l.o.)

Angelo Ferro
I ‘BARCELLONESI’ ORDINARONO L’UCCISIONE DELL’ING. MAZZA IL 30 LUGLIO DEL 1993.
Se prima c’era solo il sospetto a causa delle modalità nell’esecuzione del delitto, adesso dai primi due verbali depositati ieri dalla Procura generale agli atti del processo d’Appello scaturito dall’operazione “Gotha III”, si apprende dalle parole pronunciate dal pentito Carmelo D’Amico, che l’uccisione dell’imprenditore – editore dell’emittente televisiva “Tele news” di Barcellona, l’ingegner Antonio Mazza, avvenuto nella tarda sera del 30 luglio del 1993 in una villa di Giammoro, fu opera della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi”. 

Ad eseguire l’efferato omicidio fu personalmente lo stesso Carmelo D’Amico che fece parte, assieme ad un complice di cui ancora non è stato diffuso il nome a causa degli omissis contenuti nei verbali, del commando che quella tragica sera consumò una delle azioni più cruente della mafia. Gli esecutori materiali che entrarono in azione poco prima della mezzanotte di quel tragico 30 luglio del 1993, erano due persone in sella ad una moto di grossa cilindrata e indossavano dei caschi integrali. All’improvviso fecero ingresso all’interno della villa di proprietà della vittima, mentre questi era intento a giocare a carteGcon altre due persone. La sequenza di morte fu tra le più terribili. I sicari spararono colpendo davanti ai testimoni terrorizzati la vittima con due colpi di fucile calibro 12 e con una pistola calibro 38 dalla quale furono esplosi 4 micidiali colpi. Dai primi verbali depositati ieri per il processo d’Appello “Gotha III” non si conosce nello specifico la motivazione del delitto. Tra i moventi vagliati in sede di accertamenti investigativi, così come ricostruito già all’epoca dei fatti, il più attendibile oltre a quello generato dall’assunzione da parte del quotidiano la Sicilia quale corrispondente sostituto del giornalista Beppe Alfano, sarebbe stato individuato nella questione legata ad uno scandalo su finanziamenti alla locale squadra di calcio. Scandalo che era stato scoperchiato dallo stesso Mazza che era interessato come dirigente sportivo di altra società. La vicenda che potrebbe aver scatenato la furia omicida di mandanti e sicari, quest’ultimi spediti a Giammoro sarebbe stata legata ad un finanziamento irregolare che la squadra di calcio Igea Virtus di Barcellona Pozzo di Gotto, della quale in quel periodo storico erano ai vertici il boss Giuseppe Gullotti e il commerciante Pietro Arnò, aveva avuto dal Comune di Barcellona e del quale l’editore che stava tentando di svolgere il ruolo di giornalista al posto di Beppe Alfano ne aveva parlato. Le successive indagini avviate sulla gestione dell’Igea Virtus, consentirono di scoperchiare infinite irregolarità legate soprattutto al fallimento delle attività imprenditoriali di Pietro Arnò che poi divenne, pur fallito, direttore amministrativo dell’Aias sorta sulle ceneri di quella sezione di Milazzo i cui scandali furono portati alla luce da Beppe Alfano pochi mesi prima della sua eliminazione. (l.o.)

IL FUNZIONARIO DELL’ASSESSORATO REGIONALE DELL’AGRICOLTURA E DIRIGENTE DELLA CONDOTTA AGRARIA DI BARCELLONA AMMAZZATO A MILAZZO. ANGELO FERRO, CAPRO ESPIATORIO PER SALVARE IL VERO ‘TRADITORE’ DI SANTAPAOLA. 
Angelo Ferro, funzionario dell’assessorato regionale dell’Agricoltura e dirigente della condotta agraria del Comune di Barcellona, ucciso a Milazzo il 27 maggio del 1993, sarebbe stato eliminato per volere dei vertici della cupola mafiosa dei “Barcellonesi”. Secondo il racconto di Carmelo D’Amico che si autoaccusa dell’omicidio, Pippo Gullotti e il suo successore Salvatore “Sem” Di Salvo, avrebbero ordinato l’eliminazione dell’uomo. Ad eseguire l’omicidio fu personalmente Carmelo D’Amico. Non sono stati ancora rivelati i nomi – coperti dagli omissis – dei complici che avrebbero preso parte all’esecuzione del delitto. Ad Angelo Ferro, dopo gli iniziali sospetti indirizzati su Rosario Cattafi, Pippo Gullotti e Sem Di Salvo attribuivano “la soffiata” che aveva portato poche settimane prima all’arresto del boss catanese Benedetto “Nitto” Santapaola. Il boss catanese aveva infatti trascorso nei primi mesi del 1993 – grazie alle coperture assicurate dalla mafia dei “Barcellonesi” – una latitanza dorata in una villa di contrada Marchesana a Terme Vigliatore appartenuta all’autotrasportatore Domenico Orifici

L’insospettabile, Angelo Ferro, 55 anni, originario di Castel di Judica, in provincia di Catania e residente a Barcellona, come dimostrato dall’operazione antimafia “Mare nostrum”, avrebbe avuto rapporti con soggetti legati alla criminalità organizzata. 

Nitto Santapaola
Il pentito Pino Chiofalo aveva fatto riferimento alla creazione a Milazzo, per volere di Benedetto Santapaola e Piddu Madonia, di una “cupola”, i cui rappresentanti erano i fratelli Luigi e Giovanni Ilardo, imparentati con lo stesso Piddu Madonia. Nella nuova struttura criminale era stato assorbito – come rivelò Pino Chiofalo – “il gruppo milazzese che all’epoca si identificava in Francesco Andaloro e suo figlio, imparentati con gli Ilardo, Gaetano Geraci, Placido Siracusano, Cateno Giunta, Salvino Alesci, Francesco Rugolo” e lo stesso Angelo Ferro. 

Il gruppo, come poi dimostrato dagli atti del processo, si poneva l’obiettivo del controllo mafioso del territorio da Milazzo a Rometta. Chiofalo ha anche rivelato che il sodalizio “riteneva di dovere controllare in quell’area il business dei lavori di urbanistica che guardavano da un lato la ferrovia, il doppio binario, la stessa nuova stazione che stava per essere ultimata”. Inoltre sulle tangenti per il raddoppio ferroviario Angelo Ferro avrebbe svolto un ruolo di raccordo con Matteo Blandì, all’epoca ai vertici della cosca di Sant’Agata di Militello
Da sempre vi è stato il sospetto che l’uccisione di Angelo Ferro sia stata una sorta di “capro espiatorio” per nascondere in realtà il nome di colui che aveva tradito Santapaola. (l.o.)

Gazzetta del Sud 4 gennaio 2015

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