5 gennaio 2015

Barcellona Pozzo di Gotto. (Messina): Il pentito D’Amico. ecco come funzionavano le estorsioni: Estrazione di inerti destinati ai lavori per il raddoppio Fs: le aziende nel mirino dei clan e i beneficiari

Carmelo D’Amico
LEONARDO ORLANDO – GAZZETTA DEL SUD  4 gennaio 2015

Il pentito Carmelo D’Amico, ex capo del braccio armato della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi”, nell’interrogatorio dello scorso 5 dicembre avvenuto nel carcere catanese di Bicocca, ha raccontato ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia messineraddoppio ferroviario, Torre e Cogeca, e della suddivisione dei proventi tra i componenti della commissione che governava la famiglia mafiosa dei “Barcellonesi”, Pippo Gullotti, Sem Di Salvo e Giovanni Rao
se, Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio, delle estorsioni alle ditte che estraevano inerti destinati ai lavori del

«Ninai Torre – ha raccontato il pentito – non è stato un nostro associato, costui nel corso degli anni è stato sempre sottoposto ad estorsione da parte della nostra organizzazione mafiosa, ciò a partire dal 1990. Quando Ninai Torre operava con la sua ditta fu sottoposto ad estorsione da parte di Sem Di Salvo, Giuseppe Isgrò, Giovanni Rao e Carmelo Bisognano. Dico questo perché anch’io in qualche occasione mi sono recato da Torre insieme a costoro per questioni legate a questa estorsione ed ho assistito personalmente alla consegna di soldi a titolo di estorsione, in alcuni casi a Sem Di Salvo e in altri a Giuseppe Isgrò». 
Nunziato Siracusa

Il pentito precisa che «quel denaro veniva corrisposto a titolo di estorsione sia per l’attività dell’impianto del Torre Antonino (detto Ninai, ndr) sia per la fornitura di materiale che costui effettuava nei confronti dell’Ira in occasione dei lavori per il raddoppio ferroviario». Le consegne di denaro «a cui ho assistito – precisa nel verbale il collaborante – si collocano tra gli anni 1991 e 1993». 

Da Ninai Torre il pentito racconta di essersi «recato anche successivamente alla scarcerazione avvenuta l’8 agosto 1995, riguardante la vicenda del triplice omicidio commesso ai danni di Geraci, Martino e Raimondi. Infatti, utilizzavamo quel luogo per incontrarci e parlare di fatti dell’organizzazione in quanto era posto a metà strada tra le abitazioni dei vari associati. Ricordo che un altro dei soggetti con cui spesso ci incontravamo era Nunziato Siracusa», quest’ultimo di recente è transitato nelle fila dei collaboratori di giustizia. E D’Amico descrive anche la suddivisione in parti delle estorsioni: «Il denaro provento di estorsioni corrisposto da Ninai Torre aveva la solita destinazione, ossia finiva a Giuseppe Gullotti, il quale poi lo consegnava a Ciccino Cambria (responsabile dell’autoparco comunale e fedele autista di taluni sindaci di Barcellona e considerato  il cassiere della mafia, ndr) che in quel periodo aveva la cassa delle estorsioni».


LA MORSA DEL RACKET. “COSI’ METTEMMO IN REGOLA LA COGECA”. 
“Dopo l’arresto del Gullotti, avvenuto nel 1997, i soldi dell’estorsione nei confronti di Ninai Torre e successivamente della Cogeca venivano consegnati a Gianni Rao; costui in un primo periodo, fino al 1998 – 99 circa continuò a consegnarli a Ciccino Cambria il quale dunque mantenne la cassa dell’organizzazione fino a quel periodo; successivamente, Ciccino Cambria fu estromesso dalla cassa e i soldi vennero presi direttamente da Giovanni Rao”. Anche la “Cogeca”, la società che successivamente fu costituita da Ninai Torre, Pippo Buemi e Nino Alesci, fu sottoposta ad estorsione con le seguenti modalità: “Io – racconta D’Amico – Carmelo Bisognano e Sem Di Salvo ci siamo incontrati in località Pirgo, nell’ovile di Giuseppe Buemi, con Antonino Alesci, in quella occasione si discusse dell’estorsione nei confronti della Cogeca e della sua “messa in regola”; in quel periodo la Cogeca era impegnata nelle forniture di materiale per il raddoppio ferroviario. In occasione di quell’incontro venne quantificato sia l’importo che la Cogeca doveva pagare per la sua attività di trazione relativa all’impianto, sia quello per le forniture di inerti che in quel periodo stava operando nei confronti dell’Ira per i lavori del raddoppio della linea ferroviaria. In quella occasione – i soci della Cogeca – chiesero a me, Sem Di Salvo e Carmelo Bisognano il permesso di poter lavorare in quel modo; noi glielo demmo, fissando al contempo i termini dell’estorsione. È ovvio che se quei soggetti avessero iniziato a lavorare senza il nostro permesso, gli avremmo bruciato “tutte cose” ”. (l.o.) 

il Boss Giovanni Rao
LE DINAMICHE DELLA “CEP”. QUELL’IMPRESA MAFIOSA CHE ‘PRELEVAVA’ MATERIALE. L’estorsione alla Cogeca è proseguita fino a circa il 2006. “Poi – come racconta il pentito – non è più proseguita perché la Cogeca ha iniziato ad avere problemi economici”. E D’Amico spiega anche il perché: “vari soggetti appartenneti alla nostra organizzazione, fra cui Carmelo Mastroeni, Carmelo Longo, Salvatore Sem Di Salvo e la Cep di Giovanni Rao (che nel frattempo era stata sequestrata dai carabinieri con una operazione coordinata dal colonnello Domenico Cristaldi ndr), hanno prelevato materiale presso la stessa società senza pagarlo o pagando importi inferiori a quelli dovuti”. Sulla Cep di Giovanni Rao e del suo socio Giuseppe Isgrò, il cosiddetto “ragioniere della mafia”, il pentito precisa che la “Cep prelevava il materiale della Cogeca a “prezzo stracciato” oppure non lo pagava in alcun modo, anzi, devo dire che accadeva spesso che la Cep prelevava il materiale della Cogeca senza pagarlo in alcun modo. In pratica, la Cep di Rao ed Isgrò, “gli faceva la doppia estorsione” nel senso che la Cogeca da un lato doveva pagare somme a titolo di estorsione e dall’altro doveva subire che la Cep prelevasse materiale senza pagarlo o pagandolo a prezzo stracciato. Ovviamente la Cogeca non poteva ribellarsi tutto perché era l’associazione barcellonese ad imporglielo. Ovviamente, quando la Cogeca era costretta a praticare il “prezzo stracciato” non si trattava di uno sconto che quell’impresa praticava a clienti affezionati, ma un vero e proprio prezzo imposto, in pratica il prezzo era imposto dai vari Rao, Isgrò, Tindaro Calabrese, con la ditta che quest’ultimo aveva insieme a Carmelo Trifirò ed a Carmelo Longo, Nunziato Siracusa, Agostino Campisi, Antonino Trecarichi ed altri. In pratica era tutta l’associazione, ossia i soggetti che di essa facevano parte ed avevano un’impresa di movimento terra, che si comportava in quel modo nei confronti della Cogeca. Sem Di Salvo ha eseguito questo tipo di forniture presso la Cogeca fono al momento del suo arresto per l’operazione Omega. La Cep ha preso materiale dalla Cogeca in questo modo sino al 2008 circa”. 
(l.o.) GAZZETTA DEL SUD 4 gennaio 2015
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