19 gennaio 2015

Caso Manca, quello che la procura di Viterbo non dice

Le dichiarazioni del procuratore Pazienti e del pm Petroselli nel corso dell’audizione in Commissione Antimafia, evidenziano ancora parecchi “buchi neri” e lasciano aperti numerosi interrogativi senza risposta
di Luciano Mirone 19 gennaio 2015

Sul caso Manca, il procuratore di Viterbo Alberto Pazienti e il pm Renzo Petroselli hanno detto tutta la verità? “La perizia – hanno dichiarato, martedì 13, in Commissione parlamentare antimafia – ha evidenziato che la morte di Attilio Manca è avvenuta per un uso non eccessivo di eroina mista a tranquillanti”. Più o meno la stessa versione, Petroselli l’aveva fornita al Giudice monocratico Eugenio Turco il 23 ottobre 2014, quando aveva chiesto l’estromissione come parte civile della famiglia Manca dal processo contro Monica Mileti, la donna romana che, secondo la Procura e il gip di Viterbo, avrebbe ceduto all’urologo la dose mortale di eroina. In quell’occasione Petroselli parlò di una “lieve ipotesi di spaccio di droga”. 

Va ricordato che la famiglia del medico di Barcellona Pozzo di Gotto è stata estromessa dal dibattimento perché il reato di “omicidio colposo”, attribuito alla presunta pusher romana, è caduto in prescrizione, mentre lo “spaccio di sostanze stupefacenti” – l’altro reato per la quale la donna è sotto processo – a parere del giudice monocratico, non ha determinato danni alla famiglia del congiunto deceduto. Dunque, il pm e il procuratore – sia al processo che in Commissione antimafia – parlano di “lieve” quantità di droga spacciata e di un uso “non eccessivo” che ne avrebbe fatto la vittima. Perché i due magistrati fanno queste affermazioni se in passato hanno detto l’opposto? Il 18 giugno 2012 Pazienti e Petroselli, nel corso di una conferenza stampa, dichiarano: “Manca Attilio… decedeva a seguito dell’assunzione, per via endovenosa, di un elevato quantitativo di eroina”. Dichiarazione suffragata dal referto autoptico stilato dalla dottoressa Dalila Ranalletta: nell’organismo di Attilio Manca è stato trovato “un elevato quantitativo di eroina”. Sempre nel corso dell’audizione a Palazzo San Macuto, Pazienti e Petroselli hanno detto: “L’analisi tricologica evidenzia un precedente uso di sostanze stupefacenti”. In merito a questo esame, effettuato su un campione di capelli della vittima per stabilire un uso pregresso di stupefacenti, si è innescata un’aspra polemica tra la Procura di Viterbo da un lato e la famiglia Manca con i suoi legali Fabio Repici e Antonio Ingroia dall’altro. 

Questi ultimi affermano che solo nel 2012 (otto anni dopo la morte di Attilio) i magistrati di Viterbo hanno parlato per la prima volta di esame tricologico. “Iltest tricologico – dice Repici – è ‘un’analisi irripetibile’ (come l’autopsia), deve essere eseguita subito dopo il rinvenimento del cadavere, e immediatamente consegnata ai magistrati”. Dalla lettura delle carte, non si evince alcuna richiesta di “esame tricologico” da parte della Procura al consulente tecnico, dott. Fabio Centini, tossicologo dell’università di Siena. Si legge genericamente “analisi biologiche”, ma non specificamente “esame tricologico”. Soltanto un anno e mezzo dopo la morte di Manca, in una relazione tecnica, il professore Centini inserisce una postilla a piè di pagina, con spaziatura più fitta, in cui parla per la prima volta di “positività dell’esame tricologico”. “Se il test fosse stato eseguito subito – aggiunge Repici – ne avrei avuto il referto. Non l’ho avuto, quindi non c’è stato alcun esame tricologico. È una affermazione libera del consulente della Procura. 

Quel che vorrei capire – osserva ancora Repici – è se qualcuno, fuori dai canoni e fuori dal rito, ha sollecitato il chimico-tossicologo a prendere un’iniziativa di questo tipo, e soprattutto a sostenere una tesi del genere. Si tratta di una circostanza del tutto inutilizzabile, come se non esistesse”. Sempre a San Macuto, Pazienti e Petroselli hanno affermato: “Manca non fu ucciso su mandato di Provenzano, come da sempre sostiene la famiglia. I rapporti tra Attilio Manca e Bernardo Provenzano sono inesistenti dal punto di vista processuale”. I magistrati laziali si riferiscono al processo celebrato a Palermo che ripercorre “minuto per minuto” la trasferta di Provenzano in Francia nel 2003 per l’operazione di cancro alla prostata. Il problema è che “cristallizzano” temporalmente certe verità giudiziarie che nel frattempo potrebbero essere state superate da altri fatti. Probabilmente basta sentire i familiari dell’urologo (fino ad ora incredibilmente ignorati), recarsi a Barcellona per interrogare certe persone che su questa storia hanno dimostrato di saperne abbastanza, ascoltare i collaboratori di giustizia Carmelo D’Amico e Carmelo Bisognano. La Procura di Viterbo l’ha fatto? È stato mai spiegato, per esempio, cosa ci facevano certi strumenti chirurgici – un bisturi, un paio di forbici e un ago con il filo da sutura inserito – a casa della vittima dopo il rinvenimento del cadavere? Pazienti e Petroselli sostengono che non ci sono prove per dimostrare l’omicidio. Certo, ma non ci sono prove neanche per sostenere la tesi del suicidio per overdose. 

La verità è che le prove non sono state cercate. Recentemente il boss dei Casalesi, Giuseppe Setola (che ha ritrattato quando la notizia è trapelata) ha dichiarato ai magistrati palermitani Di Matteo e Tartaglia (impegnati nel processo Trattativa) di avere appreso in carcere che Attilio Manca era stato ucciso perché, avendo operato Provenzano sotto falso nome, ne aveva riconosciuto l’identità. Avrebbe scoperto solo questo, o anche la rete di connivenze che ne ha protetto la latitanza a Barcellona Pozzo di Gotto? Dopo la ritrattazione di Setola, nessuno si è sentito in dovere di verificare il contenuto e la fondatezza delle sue dichiarazioni, né tantomeno di capire da chi il boss dei Casalesi avrebbe appreso queste notizie. Infatti, coerentemente, Pazienti e Petroselli, a San Macuto, hanno aggiunto: “Sono dichiarazioni rese da un soggetto poco credibile, per giunta dopo dieci anni dalla morte di Manca”. L’importante è non scandagliare fino in fondo su una mafia che nel ’92 fornì ai Corleonesi di Provenzano il telecomando della strage di Capaci. Meglio minimizzare, meglio parlare del “medico drogato” che al liceo si faceva le canne.[fonte]
Posta un commento

Avvertenze sul blog











SOSTIENI QUESTO BLOG - Adotta l'Informazione Libera Contribuisci alla libertà di essere informato bastano pochi euro e l'impegno di tutti. Anche 1 euro, grazie a tutti.

Sostieni questo blog, adotta l'informazione libera.


Scopo: Malgradotuttoblog

RICARICA postepay: 4023 6006 4546 1221


Questo blog, sostiene la libera e gratuita diffusione delle idee; è pubblicato sotto una Licenza
Creative Commons. Tu sei libero di modificare ed usare a tuo piacimento tutti i contenuti presenti sul blog all' unica condizione di citarne la fonte.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7/3/2001.