14 gennaio 2015

Mafia, dagli Ercolano – Santapaola al clan di Bagheria: gli arresti illustri e i nuovi pentimenti

14 gennaio 2015 | di Paolo Borrometi

La mafia cambia, si sviluppa, cerca nuovi “volti” e magari non sempre affiliati.
La situazione di Cosa Nostra, fra Sicilia orientale e Sicilia occidentale sembra diversa, unita soltanto dai nuovi pentiti che continuano a fare “piazza pulita” di boss sbruffoni e spregiudicati.
E’ il caso (lampante) da un lato del pentito Fabrizio Nizza uno dei fratelli che per anni hanno gestito lo spaccio della droga al “palazzo di cemento” di Librino a Catania; dall’altro di Antonino Zarcone, già boss del clan di Bagheria, che avrebbe fatto nomi e cognomi di persone mai affiliate ma nuovi capi di Cosa Nostra.
Ed è con Fabrizio Nizza che il clan Ercolano-Santapaola subisce un colpo non indifferente, con sei arresti eccellenti nel braccio operativo. I sei (FOTO SOTTO) sono: Giovanni Cavallaro di 42 anni, Francesco Magri’ di 43, Giuseppe Montegrande di 48, Giovanni Privitera di 37, Danilo e Filippo Scardino di 27 e 28 anni.

I sei farebbero parte dello stesso gruppo di fuoco che deteneva l’arsenale che i carabinieri di Catania hanno sequestrato il 20 settembre nel sottoscala di un isolato abbandonato ritrovato a pochi passi dal palazzo di cemento di Librino. 
Inoltre i sei devono rispondere di associazione per delinquere finalizzata all’usura, alle estorsioni e alla detenzione illegali di armi. In particolare sono accusati di avere vessato un imprenditore catanese e di averlo picchiato selvaggiamente per indurlo a pagare denaro in cambio di protezione.
Messo alle strette e dopo essere stato piu’ volte picchiato, l’uomo ha dovuto cedere delle proprieta’ immobiliari. I fermi, spiegano in ambienti investigativi, sono stati indispensabili per evitare che la frangia dei Nizza procedesse alle innumerevoli minacce di morte che erano state avanzate nei confronti dell’imprenditore.
Per quanto riguarda Antonino Zarcone, oltre ad aver fornito elementi utili per spiegare il progetto di attentato nei confronti del Pm Nino Di Matteo (“era coinvolta pure la mia cosca – afferma -, quella di Bagheria”), offre uno spaccato nuovo sulla reggenza del potere nei mandamenti che, nel tempo, sono stati indeboliti dagli arresti di capi, talvolta, mai sostituiti. 
Persone “nuove”, volti candidi che nascondono l’affiliazione criminale pur senza la “punciuta”, il segno indelebile della lealtà ai clan.
Segno dei tempi che cambiano, segno dei nuovi pentiti e segno di una lotta alla mafia che deve rimanere sempre alta. Anche perché – e questo fa capire di come non si debba aver paura di questi individui - non sono leoni come sembrano. [fonte]
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