5 febbraio 2015

L’operazione Antimafia ‘Sistema’ e la sentenza d’appello che ‘smonta’ Il dichiarante Maurizio Marchetta: “Scarsa Attendibilita’

di Nuccio Anselmo Gazzetta del Sud 5 febbraio 2015

“Consistente tasso di non credibilità”, oppure “scarsa attendibilità”. Sono solo alcuni dei concetti-chiave delle motivazioni della sentenza d’appello dell’operazione “Sistema”, scritta dallo stesso presidente della prima sezione penale della Corte d’appello, il giudice Attilio Faranda, che nel gennaio scorso ha clamorosamente assolto, dopo le pesanti condanne del primo grado, i boss Carmelo D’Amico e Carmelo Bisognano, oggi entrambi collaboratori di giustizia di primo piano. 

A chiamarli in causa con le sue dichiarazioni era stato l’ex vice presidente del consiglio comunale di BarcellonaP.G.(ME), in quota An, Maurizio Marchetta(foto), il quale aveva dichiarato di aver dovuto versare regolarmente il pizzo ai due boss in rappresentanza della famiglia mafiosa barcellonese con l’impresa di famiglia, la “Cogemar”, per una serie di appalti. Sia Bisognano sia D’Amico, già in primo grado, avevano detto a chiare lettere e con diverse sfumature – il concetto è sintetizzato -, di essersi autoaccusati di una lunga serie di reati ma di non avere mai chiesto il “pízzo” all’architetto Marchetta, che da loro era stato da sempre considerato come ‘vicino” al boss Salvatore Sem Di Salvo. 

“Alla constatazione della inattendibilità delle accuse mosse dai Marchetta (nel corso del processo d’appello sono stati sentiti anche il padre e il fratello, n.d.r.) – scrive tra l’altro il giudice Faranda -, devono poi innanzitutto aggiungersi le versioni di entrambi gli imputati che, può dirsi da subito, sia pure con atteggiamenti diversi, hanno motivatamente e drasticamente negato ogni responsabilità in relazione a tutti i reati loro ascritti”. Per esempio Bisognano – prosegue in sentenza il giudice Faranda -, ha sostenuto “… l’impossibilità per chiunque di sottoporre ad estorsione Marchetta Maurizio Sebastiano, atteso che lo stesso era notoriamente amico fidato e addirittura socio in affari di Salvatore Di Salvo”, oppure che “Maurizio Marchetta, in sintesi, rappresentava la faccia pulita da presentare agli uffici pubblici, alla politica, ecc.”. 

Nella sentenza vengono poi esaminati dettagliatamente i vari appalti su cui l’impresa dei Marchetta avrebbe pagato il pizzo, corrispondendo “con un calcolo sia pure approssimativo”, oltre 400.000 euro. Una cifra sicuramente notevolissima per qualunque impresa, avuto pure riguardo all’epoca delle varie corresponsioni… e non si è stati in grado di indicare – prosegue il collegio di secondo grado -, in maniera appena plausibile, neppure il modo in cui sarebbero riusciti, in beve tempo ed al di fuori della contabilità ufficiale, ad accantonare importi così rilevanti”. 

I giudici parlano quindi di “…scarsa attendibilità delle dichiarazioni rese da Marchetta Maurizio”, legandola anche alle assoluzioni parziali decise in primo grado dal gup in regime di giudizio abbreviato, da alcuni capi di imputazione, per Bisognano e D'Amico. I giudici scrivono ancora che nel corso del processo durante il loro esame, i pentiti Santo Lenzo e Santo Gullo “… senza tentennamenti hanno riscontrato le accuse di Bisognano Carmelo con riferimento al ruolo effettivamente ricoperto da Marchetta Maurizio. Conseguentemente, allora non è una mera ipotesi che costui oltre che amico possa essere stato, con la azienda familiare, socio in affari di Salvatore di Salvo, per tanti anni ai vertici della delinquenza organizzata barcellonese”. 

La conclusione di tutti i ragionamenti sul processo è lapidaria: “Gli elementi di valutazione (raccolti prima nel corso delle indagini preliminari ed acquisiti poi all’esito della assunzione delle prove ammesse dalla Corte dAppello) sinora esaminati rassegnano allora una realtà diversa da quella prospettata dai Marchetta”. Quel tavolino degli appalti smentito – Nell’incastro giudiziario delle complicate cose mafiose barcellonesi nel gennaio scorso s’è inserita clamorosamente la sentenza della Corte d’appello, per un troncone dell’operazione “Sistema” sulle “mazzette” del 3 % da dare alla mafia, raccontato a suo tempo dall’ex vice presidente del consiglio comunale di Barcellona in quota An, l’imprenditore Maurizio Sebastiano Marchetta. In questo troncone erano imputati i boss Carmelo D’Amico e Carmelo Bisognano, oggi entrambi pentiti, che in primo grado erano stati condannati rispettivamente a 10 anni e 8 mesi, e a 7 anni e 10 mesi. In secondo grado però la prima sezione penale della Corte d’appello, dopo un dibattimento caratterizzato da una forte contrapposizione tra le parti in causa, non ha creduto al racconto di Marchetta e li ha assolti entrambi con la formula “per non aver commesso il fatto”, ovvero con formula piena, dall’accusa di aver preteso il pizzo da Marchetta su alcuni appalti. 
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