25 marzo 2015

Gratteri sui calabresi: «Dentro ognuno di noi c’è una percentuale minima dell’essere ‘ndranghetista»

20 MARZO 2015 di Roberto Galullo

A volte mi domando se un certo tipo di Calabria ci è o ci fa. Poi ci ragiono meglio e sommando la quota di quelli che ci sono con quelli che ci fanno, mi rammento perché sono anni che dico e ripeto che questa regione, che sta “calabresizzando” il resto d’Italia, è ormai persa, a dispetto di una gran parte della popolazione che ha voglia di riscatto e di uscire dalle sabbie mobili dei sistemi criminali. Nel momento in cui scrivo queste note, continua in quella regione dimenticata da Dio e dagli uomini, la polemica sulle recenti affermazioni del procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, Nicola Gratteri rilasciate la scorsa settimana a Sky: «La ‘ndrangheta non si sconfiggerà mai, dentro ognuno di noi c’è una percentuale minima dell’essere ndranghetista». 

Mi domando: dov è la notizia? Gratteri – dotato di un raro senso della coerenza, di un’amabile senso per la polemica fatta passare per innocente schiettezza e di una incontrollabile e per questo adorabile tendenza ad andare controcorrente, vale a dire contro quel pensiero unico imperante nelle tavole dell’antimafia scritte anche da persone che di mafia capiscono poco o nulla – quel pensiero l’ha sempre avuto ma, soprattutto, l’ha sempre espresso. Per questo, ingenuamente, ogni volta mi domando se quella quota parte ipocrita della Calabria (non tengo in conto dunque le quote di coloro che sono in malafede) ci fa o ci è. Volete una riprova della memoria volutamente cortissima dei calabresi? Bene (anzi, male). Lunedì 14 aprile 2014, alle ore 18.20 inizia in Commissione parlamentare antimafia l’audizione del procuratore aggiunto Gratteri. Ecco un suo illuminate passo: 

«…il crimine di San Luca, che è erroneamente stato rapportato alla cupola di cosa nostra, non è altro che il custode delle regole. Il crimine è il custode delle dodici tavole. Il crimine esiste per presiedere il rispetto delle regole. Il crimine interviene quando c’è una faida all’interno di un locale, come è successo a Locri nel 1989. Con l’acuirsi della faida, il pubblico ministero della ’ndrangheta di San Luca è sceso a Locri. Con l’espressione “pubblico ministero” intendo un istruttore, che istruisce un processo interno alla ’ndrangheta. La ’ndrangheta mandò un emissario a Locri che disse a Cordì Antonio: 

“State attenti, perché quando voi sparate alle serrande, quando voi bruciate le macchine e quando voi terrorizzate gli avvocati e la gente, il popolo vi abbandona. E quando il popolo vi abbandona, vi alzate una mattina e avete perso quello che avete fatto in trent’anni”. 

Questa è l’intercettazione più importante che io abbia mai ascoltato (ne ascolto migliaia). Questo vuol dire che la mafia esiste perché ha il consenso popolare. Altrimenti sarebbe criminalità organizzata, criminalità comune o gangsterismo, cose diverse e facilmente abbattibili. Le mafie esistono perché si nutrono del consenso popolare e non sono un corpo estraneo alla società. Vivono all’interno della società e si evolvono man mano che ci evolviamo noi. Non stanno ferme. Se la ’ndrangheta individuata. Invece la ’ndrangheta vive con noi e si nutre con noi». 

Ora, dunque, anziché indignarsi, offendersi e scagliarsi contro un magistrato che ha il pregio spettacolare (in tutti i sensi) di dire ciò che pensa (e dunque esposto al fuoco di fila degli ipocriti), perché non fermarsi un attimo a pensare su una semplice domanda: «Ma Gratteri ha davvero torto o ha brutalmente ragione?». 

La risposta (sia ben chiaro, la mia risposta, che ripeto da anni perché la schiettezza e l’andar controcorrente non mi fanno certo difetto e per questo si pagano prezzi altissimi) è semplice: ha ragione da vendere. Il motivo è molto semplice e banale: la società calabrese – così come, per similitudine, la ‘ndrangheta che non a caso è un sistema criminale che si fonda sul nocciolo familiare, totalmente diverso da ogni altra mafia– si regge sul senso di appartenenza: se appartieni a qualcosa o qualcuno “esisti”, “sei” e ti viene permesso di “diventare”, altrimenti scompari dai radar e sei costretto a vagare infinitamente. Per questo, non ve ne abbiate a male ma Gratteri ha ragioni da vendere quando non solo dice (contraddicendo Giovanni Falcone e anche in questo, ahimé, mi riconosco da anni) che le mafie non verranno sconfitte ma che, in particolare, «la ‘ndrangheta non si sconfiggerà mai, dentro ognuno di noi c’è una percentuale minima dell’essere ndranghetista». 

Attenzione, però: questa quota parte di anima criminale non appartiene solo ai calabresi ma, sempre di più, agli italiani di ogni razza, colore e religione e dovunque essi operino. L’Italia, appunto, si sta calabresizzando e dovremmo ringraziare Vincenzo Macrì, oggi procuratore generale di Ancona, ma per una vita magistrato antimafia prima in Calabria e poi a Roma in Dna, che ricorda a tutti noi il triste presagio del motto ‘ndranghetista, secondo il quale «il mondo si divide tra la Calabria e ciò che lo sarà». [fonte]

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