25 marzo 2015

Un’avventura di Mario Ciancio



Luciano Mirone - marzo 2015

A “Repubblica” è in corso un’inchiesta su un certo scempio edili­zio in quel di Taormi­na. Al cronista arriva una telefonata…
Un giorno mi telefonò l’uomo più po­tente di Sicilia, il dottor Mario Ciancio in persona, colui che da editore dell’unico quotidiano della provincia di Catania, era riuscito a diventare niente­meno che presi­dente nazionale della Fe­derazione degli editori giornali, prede­cessore addirittura di Luca Cordero di Montezemolo. 
Ami­co di presidenti della Repubblica, di presi­denti del Consiglio, di ministri, di sottose­gretari, di presidenti di Regione, di sinda­ci, di prefetti, di questori, ma anche di boss, al punto da essere incriminato per concorso esterno in associazione mafiosa; proprietario di terreni agricoli trasformati in immensi centri commerciali; unica per­sona della Sicilia orientale in grado di dare o di negare visibilità a un politico, quindi l’unica persona in grado di orienta­re il voto di migliaia di elettori. Ma se quel politico si chiamava Claudio Fava ed era stato il primo degli eletti in Sicilia, e magari denunciava la mafia e i guasti dell’informazione catanese ed era pure colpevole di essere il figlio di un giornali­sta ucciso dalla mafia, ecco, quel politico doveva essere assolutamente ignorato.
Mario Ciancio era fatto così: aveva una particolare idiosincrasia per le persone con la schiena dritta. L’esperienza con Nino Milazzo gli aveva fatto capire che bisogna sempre diffidare dei giornalisti li­beri.
Alla fine degli anni Ottanta, mentre Nino Milazzo era a Milano a fare il vice direttore del Corriere della Sera, Mario Ciancio lo chiamò per fargli dirigere La Sicilia: “Fallo per un atto d’amore verso la nostra città”.
Più che un atto d’amore, quella di Cian­cio era l’esigenza di rilanciare l’immagine del suo giornale, andata in frantumi dopo i depistaggi sui delitti Dalla Chiesa e Fava.
Milazzo interruppe la carriera al Corrie­re, si trasferì in Sicilia ma fu cacciato po­chi mesi dopo perché si era messo in testa di denunciare Santapaola, e i Cavalieri del lavoro, e i comitati d’affare, e questo a Ciancio non stava bene.
Stesso destino capitò, molti anni dopo, a una dozzina di cronisti dell’emittente Telecolor che Ciancio aveva acquistato da poco, cronisti con il brutto vizio della ve­rità. A casa anche loro. Come a Varsavia ai tempi del comunismo.
Un potere, quello dell’editore catanese, consolidatosi anche oltre Stretto grazie all’acquisto di quote azionarie di giornali e di tivù commerciali, un potere che sca­turiva da un grande fiuto per gli affari, da un attaccamento al lavoro e, secondo le voci più maliziose, dall’appartenenza alla massoneria, ma su questo, onestamente, non ci sono le prove. 

Il mega-albergo abusivo 

Per Repubblica, allora, mi stavo occu­pando dello scempio edilizio che – mal­grado i rigidi vincoli paesaggistici – si stava perpetuando nella zona di Taormina. Per caso incappai in un mega-albergo che l’editore catanese stava costruendo abusi­vamente in un luogo bellissimo, conside­rato inedificabile dal piano regolatore.
Dunque quel giorno mi arrivò questa te­lefonata di Mario Ciancio, il quale mi spiegava “bonariamente” che era cosa-buona-e-giusta la realizzazione di questo albergo in un posto dove, se un cittadino comune modificava un balconcino, subiva delle pesanti sanzioni, ma se una irregola­rità molto più grave la commetteva l’uomo più potente dell’isola, si dovevano chiudere gli occhi.

Il Gruppo De Benedetti 

Solo-un-cretino-come-me-può-dare-lavoro-a-tanti-padri-di-famiglia.-Ce-ne-fossero-di-cretini-così.-Risolveremmo-il-problema-della-disoccupazione!
Il Consiglio di giustizia amministrativa di Palermo, accogliendo i ricorsi di citta­dini e albergatori che si ritenevano dan­neggiati da quella costruzione, aveva so­speso i lavori e Ciancio era incaz­zato per­ché ci stava rimettendo un sacco di soldi.
Il problema è che il Cga si era pronun­ciato nello stesso giorno in cui Repubbli­ca aveva pubblicato la prima puntata della mia inchiesta, con tanto di foto della co­struzione abusiva. Chi poteva levare dalla testa di Mario Ciancio che si trattava di una semplice coincidenza?
In ogni caso, anche se la sentenza e l’articolo non fossero usciti in contempo­ranea, Mario Ciancio si sarebbe incazzato lo stesso, per la semplice ragione che, es­sendo azionista di Repubblica, non poteva consentire che il giornale che lui – negli anni Ottanta, con voto determinante – aveva contribuito a salvare dalle grinfie di Berlusconi, gli facesse saltare uno degli affari più importanti della sua vita.
Quel voto determinante aveva creato un rapporto nuovo fra il Gruppo Ciancio e il Gruppo De Benedetti, aveva aperto scena­ri inediti e forse imprevisti. Quel voto, de­cisivo per le sorti di due testate democra­tiche come la Repubblica e l’Espresso, aveva reso il loro editore vulnerabile nei confronti di Mario Ciancio, che adesso vantava un credito verso De Benedetti.
L’occasione dello sdoganamento di Cian­cio si presentò quando Repubblica – come stava accadendo nelle altre regioni italia­ne – decise di aprire a Catania una redazione per stampare l’edizione siciliana da alle­gare a quella nazionale. Dal punto di vista imprenditoriale De Benedetti aveva fiuta­to l’affare. Commercialmente parlando, Catania è la città più vivace della regione, e questo gli avrebbe consentito dei guada­gni più alti.
Non sia mai! La Sicilia deve continuare ad essere l’unico quotidiano della provin­cia, disse più o meno Mario Cian­cio. Se Repubblica sbarca a Catania mi to­glie let­tori. E questo l’editore più potente della Sicilia non se lo poteva permettere.
Non era proprio così, o meglio, non era solo così: dietro l’apparente paura della perdita di lettori c’era molto altro. Perché Mario Ciancio, per promuovere i suoi in­teressi, ha sempre avuto bisogno del suo giornale: fino a quando poteva tenere sot­to scacco i suoi cronisti – magari autopro­clamandosi direttore dopo la cacciata di Milazzo – era un conto, ma tenere a bada i giornalisti degli altri, diventava difficile: mica si può stare sempre attaccati al tele­fono per chiedere agli editori amici di cacciare i cronisti maleducati.
E allora niente redazione a Catania. In­fatti la redazione siciliana si aprì a Paler­mo, ma a due condizioni: che Repubblica venisse stampata nello stabilimento cata­nese di Ciancio, e che nelle province di Catania, di Ragusa e di Siracusa – dove il monopolio dell’editore catanese è sempre stato fortissimo – Repubblica uscisse sì, ma senza le pagine regionali.
E ora immaginate questa scenetta: se volevo leggere un mio pezzo pubblicato nelle pagine siciliane di Re­pubblica, do­vevo farmi duecento chilo­metri fra andata e ritorno, recarmi a Giar­dini Naxos, primo paese al confine fra le pro­vince di Catania e di Messina, e com­prare il giornale. Una copia di Repubblica con l’edizione regio­nale mi costava venti euro… 

Il Caso Catania 

Il Caso Catania non è solo la storia di una città che detiene il primato europeo della criminalità minorile, dell’analfabeti­smo, dei senza casa, di certi magistrati che acquistano casa dai mafiosi, o di un giornalista ucciso dalla mafia. Il Caso Ca­tania è anche una storia di disagio, di ma­lessere, di solitudine in cui si trovano certi cronisti che in quella città hanno il corag­gio di dire no.
Ma scrivevo per Repubblica e ne valeva la pena. Il giornale ospitava frequente­mente – in media un paio di volte a setti­mana – inchieste, reportage, pezzi di cro­naca scritti da me.

Le dinamiche di “Repubblica” 

Quel viaggio surreale fino a Giardini mi pesava fino a un certo punto perché scri­vevo su un quotidiano nel quale valeva la pena di scrivere, il punto di riferimento di tante battaglie de­mocratiche portate avanti sia durante la Prima che durante la Secon­da Repubblica. Compravo il giornale, po­steggiavo sul lungomare di Giardini e mi divertivo a leggerlo.
Come per incanto mi riportavo nei paesi dove ero stato il giorno prima, tra le case antiche di Palazzo Adriano, dove Tornato­re aveva girato “Nuovo Cinema Paradiso”, o di Stromboli dove cominciò la sto­ria d’amore tra Ingrid Bergman e Roberto Rossellini, fra i vicoli di Savoca e di For­za D’Agrò, dove Al Pacino, Robert De Niro e Francis Ford Coppola avevano fat­to “Il padrino”, o di Acitrezza dove avevo parlato con i pescatori che avevano inter­pretato “La terra trema”. A Sciacca per “Divorzio all’italiana”, a Ispica per “Se­dotta e abbandonata”, a Ciminna per “Il Gattopardo”, a Partinico per “Il giorno della civetta”.
Andavo e parlavo con tutti, comparse, figuranti, semplici spettatori per farmi raccontare il sogno fantastico e magico del cinematografo.
Alla fine usci­vano delle storie bellissi­me. Le sorelle di Acitrezza che dopo la guerra avevano su­scitato scandalo perché erano diventate at­trici. Il contadino che si era innamorato di Claudia Cardinale. Alain Delon a Cefalù alla ricerca di don­ne. Le lettere anonime durante le riprese del Gattopardo. La ra­gazzina che tentò il suicidio per uno della produzione. Burt Lancaster che voleva dire “minchia” alla siciliana. La casa di Tano Badalamenti di­stante “cento passi” da quella di Peppino Impastato.
Voltavo pagina e mi imbattevo nei sici­liani d’America. Un altro reportage a pun­tate con viaggi nella Sicilia più arcana alla ricerca dei parenti di Martin Scorsese, di Joe Di Maggio, di Liza Minnelli, di Frank Sinatra per farmi descrivere la fame, i pa­timenti, le origini di chi era diventato fa­moso oltreoceano.
Intere pagine piene di fantasticherie ma anche di vicende attuali, Cosa nostra, la massoneria, la mala politica, la morte di Craxi, la cultura in provincia, il paese più piccolo della Sicilia, la città con più di­soccupati, i baraccati di Messina, l’inqui­namento e le violenze di Gela, la mafia di Barcellona Pozzo di Gotto, l’inganno del Ponte sullo Stretto.
Scrivere per Repubblica mi dava la pos­sibilità di essere conosciuto in tutte le cit­tà della Sicilia, tranne che nella mia.
Avete presente l’inviato di un giornale che manda i suoi pezzi dal buco più im­pensato del mondo, dove non c’è telefono, luce elettrica, ufficio postale, e dove non arrivano neanche i giornali? Quello ero io! Scrivevo sempre, ma se volevo uscire dal buco in cui ero rintanato, dovevo ave­re a disposizione una cinquantina di Euro a settimana e una macchina per comprare una copia di Repubblica.
E così un giorno mi recai per la prima volta in redazione a Palermo. Oooh-ma-sei-tu-Luciano-Mirone?-Che-piacere!-Noi-da-qui-ti-seguiamo-sempre. Nel giro di dieci minuti si raccolse una decina di giornalisti che mi chiedevano le cose più impensate… Il cronista di punta addirittu­ra mi fece leggere in anteprima il pezzo che stava scrivendo, dimmi-cosa-ne-pen­si.
Di assunzione manco a parlarne, la-redazione-è-in-sovrannumero… Per qual­che tempo fu il mio cruccio, poi mi accor­si che era il mio punto di forza: mi con­sentiva di essere libero da qualsiasi condi­zionamento.
Chiedo scusa se parlo di me. Se lo fac­cio è perché – attraverso questa storia – vorrei raccontare il livello di democrazia di un Paese, ma anche le dinamiche che attraversano un giornale come Repubbli­ca.
Dopo quella prima puntata sull’abusivi­smo a Taormina, conobbi altri retroscena, e mi accingevo a scrivere la seconda, dan­do la parola a tutti.
Dopo aver raccolto una notevole mole di materiale, telefonai al presidente dell’Unione albergatori siciliani – socio di Mario Ciancio – che avevo intervistato in occasione della prima puntata.

“A lei non rilascio interviste” 

Era lui, as­sieme all’editore catanese, che a Taormina stava realizzando l’alber­go abusivo. Quando gli spiegai i motivi della telefona­ta, in modo garbato mi ri­spose: “A lei non rilascio interviste”. “Perché?”. “Perché il suo articolo ci ha causato un sacco di dan­ni, lo sa quanti mi­lioni di Euro ci stiamo rimettendo?”. “Mi dispiace, ma mi sono limitato a fare il mio lavoro”. “Lo so, e vedo che lo fa bene, ma mi consenta di dirle che a lei non rilascio dichiarazioni”. “Sto intervistando tutti, è giusto sentire anche lei”. “Lei è troppo di parte, so benissimo da quale parte sta, non mi faccia aggiungere altro. La pubblica­zione dell’articolo nello stesso giorno in cui si è riunito il Cga non è casuale”. “No guardi, io non sto da nessuna parte, sennò non l’avrei neanche chiamata. Cerco solo di fare un’informazione obiettiva”. “Mi dispiace… Se vuole posso farla parlare con il mio socio, il dottor Mario Ciancio”. “Va bene”. “Lo chiamo, fisso un appunta­mento e le telefono subito”.
Il dottor Mario Ciancio forse mi cono­sceva per avermi letto sui Siciliani o for­se… ma sì… aveva letto Gli insabbiati… Ne era uscito a pezzi anche per il tentativo di gettare discredito su un “suo” cronista, Beppe Alfano, corrispondente da Barcel­lona Pozzo di Gotto. (Per Gli insabbiati, l’allora presidente dell’Ordine dei giorna­listi di Sicilia, aveva fatto il mio nome per il premio “Mario Francese”: nel Consiglio dell’Ordine volarono le sedie, niente pre­mio, ma questa è un’altra storia…).
Dopo cinque minuti ricevetti una telefo­nata. Non era il presidente dell’Unione al­bergatori siciliani, ma Mario Ciancio in persona. Dalle mie parti un giornalista che fa parte del sistema o che aspira a farne parte, una chiamata del genere cerca di giocarsela: quello ti fa capire diplomatica­mente di lasciar perdere, e tu altrettanto diplomaticamente gli fai capire che un fa­vore è un favore… Ma per uno che ha Giuseppe Fava come punto di riferimento è un’altra cosa. Per uno così, la telefonata dell’uomo più po­tente della Sicilia è una telefonata come tutte le altre.
Dalle mie parti, se hai queste strane idee per la testa, inevitabilmente ti metti “contro”. E se ti metti contro, può capitare che siano loro, i potenti, a cercarti. Ti-vuoi-sistemare-alla-Rai? Quante volte ho sentito questa frase? Ma se il potere non riesce a inglobarti, ci vogliono maniere più energiche per farti tornare alla ragio­ne. Pensavo a questo, mentre parlavo con Mario Ciancio.
“Allora, le dicevo… A Taormina c’è un cretino che sta costruendo un albergo… Hanno fermato i lavori, molti padri di famiglia sono in mezzo alla stra­da”.
“Mi dispiace … mi creda. Però dottor Ciancio, poco fa il suo socio mi ha detto che sto facendo questa inchiesta perché sarei di parte. Lei pensa la stessa cosa?”.
“Assolutamente no. Il mio amico ogni tanto si fa prendere dalla foga”. 

Non amava apparire, ma era il re 

Mario Ciancio si dimostrava una perso­na affabile e simpatica, diplomatica. Non amava apparire, ma era il vero re di Cata­nia. Tutti dovevano prostrarsi ai suoi piedi per farsi pubblicare una merda di comuni­cato stampa. Ma in questo caso era lui a cercare me. Evidentemente era in piena emergenza. E per cosa? Non me lo disse apertamente, ma non era difficile intuirlo. Una cosa però fu chiara. Attraverso una frase o una parola, Mario Ciancio voleva capire le mie intenzioni.
“Dottor Ciancio, posso avere il piacere di venirla ad intervistare?”. Da questa fra­se Mario Ciancio comprese che non mi sarei piegato. E comprese soprattutto che stavo diventando pericoloso. Perché è chiaro… Se un potente si scomoda per chiamare un illustre sconosciuto, se non ottiene quello che si è prefissato, si orga­nizza e si attrezza adeguatamente.
Quell’albergo era niente rispetto agli af­fari che l’editore aveva in mente, a Taor­mina come altrove. E quando fai affari non devi avere ostacoli, non puoi permet­terti casini. Mario Ciancio capì, e in modo imperturbabile ne prese atto. Ma-certo-Mi-faccia-vedere-l’agenda-La-richiamo-subito. Ovviamente non richiamò.
Ma il bello doveva ancora venire. Scris­si la se­conda puntata che si rivelò più di­rompente della prima, perché – attraverso le testi­monianze e le carte – avevo acqui­sito i nomi dei politici locali, regionali e nazionali che avevano coperto lo scanda­lo.
A Palermo cominciarono le indecisioni e le marce indietro. Mi fecero portare i documenti, andremo-avanti. Prima pensa­rono di farmi scrivere il pezzo con un col­lega di Palermo, poi di farmelo scrivere con una firma nazionale. Poi… Poi niente. Sulla vicenda calò il silenzio. Senza una spiegazione. Eppure qualcuno in redazio­ne mi aveva avvisato: guarda che questo è uno pericoloso, io non ci avevo fatto caso, ero troppo ottimista per farci caso. Il pez­zo rimase nel cassetto. E pare che la suc­cessiva telefonata non fosse arrivata dalla Sicilia, ma da Roma.
Qualche mese dopo il direttore della re­dazione palermitana, la persona che mi aveva fatto scrivere, che mi aveva dato una fiducia incondizionata, venne trasferi­to. Avvicendamento redazionale, si disse.
Da quel momento il silenzio non calò solo su quell’inchiesta. ma anche su di me, non in modo chiaro e diretto, ma in modo ineffabile e felpato. Garba­tamente mi spiegarono che non mi sarei occupato di certi argomenti. Tu-sei-adatto-per-la-cultura. Per la cultura, cer­to… Da ogni parte della Sicilia mi chia­mavano per denunciare uno scandalo, ma dovevo inventare una scusa per non anda­re. Ormai mi occupavo di cultura, quindi…
Poi Report di Milena Gabanelli si occu­pò del Caso Catania e tutta l’Italia conob­be la storia dell’imputazione per concorso esterno in associazione mafiosa di Mario Ciancio, del monopolio dell’informazio­ne, delle pagine siciliane di Repubblica che non dovevano essere lette a Catania, la storia di certi intrallazzi.
Dopo quell’inchiesta la società civile catanese fu presa da un sussulto di indi­gnazione, raccolse migliaia di firme e le spedì al direttore e all’editore di Repub­blica: quello che state facendo non è affat­to democratico, vogliamo l’inserto sicilia­no anche nella nostra città.

E arriva la “firma” da Roma… 

A quel punto, per evitare lo sputtana­mento completo, il giornale non potè ti­rarsi indietro. E al­lora arrivò la “svolta epocale”. Adesso i cata­nesi, come i sira­cusani e i ragusani, furo­no finalmente contenti di poter legge­re dei fogli alterna­tivi alla stampa catane­se che parlassero delle vicende siciliane. Dopo tanti anni di attese frustrate, final­mente l’inserto sici­liano di Repubblica usciva anche dalle mie parti.
E finalmente anch’io coronavo il mio sogno. A dirigere la redazione di Palermo arrivò “la firma” da Roma: Sebastiano Messina. Credevo che quella presenza fosse legata al rilancio dell’inserto. Andai a trovarlo. Fu gentilissimo. Sì-certo-Scrivi-pure-Inviami-le-proposte. Comin­ciai con gli scandali del Teatro Bel­lini di Cata­nia e con la cementificazione della monta­gna di Letojanni, proprio sotto Taormina.
Ora, io non so cosa potrebbe essere suc­cesse davvero dietro le quinte di quel giornale, anzi, non so se successe vera­mente qualcosa. So solo che a poco a poco le cose cambiarono. E so pure che – dopo un periodo di articoli di “cultura” – ero stato rimesso in gioco con le inchieste. In pratica con il cavallo di Troia stavo en­trando in un territorio off limits. E allora immagino le discussioni, ma non ho le prove, quindi posso solo immaginare.
Comunque… A poco a poco Catania di­ventò un puntino quasi invisibile sulla carta geografica delle pagine di Repubbli­ca, qualche articolo di cronaca ogni morte di papa, ma scritto rigorosamente da altri. Io adesso venivo mandato ai convegni di neurochirurgia o alle gare fra muratori per chi costruiva la fioriera più bella.
Quando qualcuno scriveva del potere catanese, la sintonia fra il giornale e la so­cietà civile si interrompeva. E così arriva­vano lettere di protesta di catanesi indi­gnati. “Repubblica è democratica a Roma, ma è di destra a Catania”. E giù a spiegare che in questo processo di nemesi la pre­senza di Mario Ciancio non era casuale.
In compenso uscivano pagine e pagine sul mare invaso dalle meduse, sull’intona­co caduto dalla facciata, sul tombino scoppiato. Ovviamente a Palermo. La “svolta epocale” era questa.
Al nuovo direttore di Palermo inviai una lettera accorata dove spiegai quello che sicuramente sapeva: il giornale ha i suoi progetti e non li discuto, volete met­tere Palermo al centro di tutto, che sia, ma occupiamoci anche delle altre parti dell’isola, facciamo delle belle inchieste, raccontiamo delle belle storie, parliamo di certi personaggi; queste pagine hanno una potenzialità straordinaria. Silenzio. 

“Volete questa inchiesta?”. Silenzio 

Ogni giorno inviavo proposte su qual­siasi cosa. A Paternò la Patrona sta sfilan­do fra due ali di immondizia arrivate fino al primo piano. Silenzio. Posso fare un’inchiesta sugli Ato? E sullo scandalo dei termovalorizzatori? Silenzio. Posso fare un servizio sul Caso Catania? Silen­zio. Hanno ammazzato un giovane urolo­go di Barcellona Pozzo di Gotto, si so­spetta che sia stata la mafia. Silenzio. Ho uno scoop sulla morte di Mauro Rosta­gno. Silenzio. Su quest’ultima cosa scrissi addirittura al direttore a Roma. Egregio direttore, ho scritto un libro sull’argomen­to e ho fonti in tutta Italia, ho uno scoop sulla morte di Mauro Rostagno, mi fa sa­pere per favore?
Silenzio. Due giorni dopo sulla prima pagina di Repubblica uscì un’inchiesta sul caso Rostagno. Firmato: il vice direttore da Roma. Solita minestra riscaldata, il se­gnale definitivo che non ero gradito.
A questo punto voglio sapere cosa suc­cede. Mi attacco al telefono. Pronto, Pa­lermo, la segreteria di redazione? Potete riferire al capo che vorrei incontrarlo? Certamente! Un mese di silenzio. Trenta giorni dopo: parlo con la segreteria di re­dazione? Vi avevo detto che volevo parla­re col direttore.
Il-direttore-si-è-preso-l’appunto-Ha-detto-che-ti-avrebbe-richiamato-Non-lo-ha-fatto?-Glielo-diremo-. Ditegli che è importante. Silenzio.
E’-stato-lui-ad-andar-via-Non-lo-abbiamo-mica-cacciato-noi-Ma-no-che-non-è-una-cosa-personale-Magari-il-direttore-è-stato-sovraccarico-di-impegni-e-non-avrà-avuto-il-tempo-di-leggere-le-proposte-Figurarsi-a-Roma-O-magari-quelle-mail-non-le-ha-mai-rice­vute…
Sì certo… e poi della mia richiesta di un incontro si sarà dimenticato, ma sicu­ramente era sua intenzione chiamarmi, quell’appunto sarà volato dalla scrivania ed è andata così. Sì, è andata certamente così…
Intanto le meduse (palermitane) infesta­vano il mare (palermitano), i muri (paler­mitani) delle scuole (palermitane) conti­nuavano a scrostarsi e i tombini (palermi­tani) scoppiavano dopo altri temporali (palermitani), e intanto catanesi si avvi­cendavano, non io, ma quelli – rigorosa­mente – del gruppo Ciancio, ed io pensa­vo… Oooh-che-piacere-sei-Luciano-Mirone?-Lei-è-di-parte-Un-sovversivo-Attento-che-è-uno-pericoloso-Sì-certo-Consulto-l’agenda-e-la-richiamo-Subito. [fonte]

Posta un commento

Avvertenze sul blog











SOSTIENI QUESTO BLOG - Adotta l'Informazione Libera Contribuisci alla libertà di essere informato bastano pochi euro e l'impegno di tutti. Anche 1 euro, grazie a tutti.

Sostieni questo blog, adotta l'informazione libera.


Scopo: Malgradotuttoblog

RICARICA postepay: 4023 6006 4546 1221


Questo blog, sostiene la libera e gratuita diffusione delle idee; è pubblicato sotto una Licenza
Creative Commons. Tu sei libero di modificare ed usare a tuo piacimento tutti i contenuti presenti sul blog all' unica condizione di citarne la fonte.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7/3/2001.