9 aprile 2015

Caso Manca. "I segreti di Setola confidati da Gullotti" - Un esposto per omicidio: "Nuove risultanze portano alla pista mafiosa"

di Luciano Mirone - 8 aprile 2015 

“Sarebbe stato Giuseppe Gullotti, boss di Barcellona Pozzo di Gotto (mandante del delitto del giornalista Beppe Alfano e consegnatario del telecomando della strage di Capaci), a confidare in carcere all’ex capo del clan del clan dei Casalesi, Giuseppe Setola, che l’urologo siciliano Attilio Manca non sarebbe morto per due iniezioni ‘volontarie’ di eroina al braccio sinistro (come da 11 anni asserisce la Procura di Viterbo), ma sarebbe stato ucciso dalla mafia (e forse non solo) perché depositario dei segreti inconfessabili sull’operazione di cancro alla prostata alla quale, nell’autunno del 2003, si era sottoposto il boss Bernardo Provenzano a Marsiglia, nonché sulla fitta rete di protezioni ad alto livello di cui per molti anni ha goduto il capomafia corleonese”. 

A svelare questa clamorosa “indiscrezione” (così la definisce) a questo giornale è Antonio Ingroia, avvocato della famiglia Manca ed ex Pm antimafia di Palermo, il quale, alla vigilia dell’audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia (prevista per oggi alle 14) rivela un particolare che potrebbe aprire nuovi scenari in merito alla morte dell’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, città che ha ospitato latitanti di Stato come Binnu Provenzano, Nitto Santapaola e Gerlando Alberti jr

Attilio Manca, come si ricorderà, è stato trovato morto nel suo appartamento di Viterbo (città nella quale prestava servizio presso l’ospedale “Belcolle”) il 12 Febbraio 2004 con due buchi al braccio sinistro e due siringhe ritrovate a pochi metri, con tappi salva ago ancora inseriti. Fin dalle prime battute gli inquirenti laziali hanno imboccato la pista dell’”inoculazione volontaria” di eroina (mista ad alcol e sedativi), non prendendo in considerazione l’ipotesi del delitto di mafia camuffato da suicidio. Eppure molti particolari non hanno mai convinto, a cominciare da quei buchi che si sarebbero dovuti trovare nel braccio opposto, dato che la vittima era mancina. Ma anche la mancanza del laccio emostatico, del cucchiaio sciogli eroina e dell’involucro di stagnola dal luogo del “suicidio”, non hanno mai deposto per la morte “volontaria” per droga. A maggior ragione se si pensa che dalle foto scattate pochi minuti dopo, si vede un volto pieno di sangue, un setto nasale deviato, delle labbra gonfie e tumefatte e dei testicoli enormi con lo scroto contrassegnato da una evidentissima ecchimosi, come se alla vittima fosse stato sferrato un calcio violento per immobilizzarlo, prima di eventuali buchi praticati da altri. Eppure di questi particolari fondamentali per la ricostruzione della dinamica del decesso, non si trova traccia né nel verbale di sopralluogo redatto dalla Polizia di Stato, né nel referto autoptico eseguito dal Medico legale Dalila Ranalletta (oggi dirigente dell’Asp 1 di Roma e consulente della trasmissione Mediaset, “Quarto grado”), che ha svolto l’autopsia. 

Un caso di “morte per overdose” alquanto anomalo, se si pensa che nell’appartamento della presunta spacciatrice romana Monica Mileti (oggi sotto processo con l’accusa di avere fornito al medico siciliano “la dose letale di eroina”), rovistato da cima a fondo dopo la morte del medico siciliano, non è stata trovata traccia di droga, o se si pensa che sulle siringhe ritrovate a casa di Manca, per ben otto anni non è stata effettuata l’analisi delle impronte digitali, accertamento svolto solo nel 2012 con esito “neutro”, nel senso che nessuna traccia è stata trovata né nel cilindretto né nello stantuffo delle iniezioni. Ma sono tante le incongruenze investigative che dal 2004 contrassegnano questo caso. Tante e oscure. Al punto che non si comprende, per esempio, per quale misteriosa ragione la procura di Viterbo abbia ritenuto di non acquisire i tabulati telefonici di Attilio Manca relativi all’autunno del 2003, quando, in coincidenza con la presenza di Provenzano a Marsiglia, l’urologo, secondo i familiari, sarebbe stato nel Sud della Francia. 

Oppure perché certi “amici” di Barcellona Pozzo di Gotto hanno prima smentito l’uso di stupefacenti da parte della vittima, e poi dichiarato l’opposto, con una Procura che si è limitata a prendere atto della clamorosa ritrattazione. 

A dare una risposta a questi misteri, come detto, ci sarebbe stato l’ex boss dei Casalesi, Giuseppe Setola, il quale, nei mesi scorsi, avrebbe vuotato il sacco su alcuni eventuali retroscena. Setola ha incontrato i magistrati del pool antimafia di Palermo Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia, che si stanno occupando della “trattativa”. Quando la notizia è trapelata, il capomafia ha fatto marcia indietro, tanto da essere considerato inattendibile anche per un atteggiamento al limite della paranoia tenuto nel corso di altri processi, che ha destato nei magistrati napoletani non poche perplessità. Una retromarcia decisa – secondo alcuni – per non esporre la sua famiglia (che non intende muoversi da Casal di Principe) da eventuali rappresaglie dei clan camorristici. 

Ma una domanda è d’obbligo: se Setola – con i suoi strani comportamenti – è da considerare inattendibile, lo sono anche le sue dichiarazioni? 

È questo uno dei punti di snodo – assieme alle affermazioni sibilline che il pentito Stefano Lo Verso ha rilasciato nei mesi scorsi proprio sul caso Manca – che potrebbe far fare all’inchiesta il salto di qualità, ovvero il trasferimento del fascicolo dalla Procura di Viterbo alla Procura distrettuale antimafia di Roma e alla Procura nazionale antimafia. 

Dott. Ingroia, cosa dirà alla Commissione parlamentare antimafia. 
“Che siamo di fronte ad un palese delitto di mafia, sul quale sembra che soprattutto la magistratura di Viterbo (anche a costo di voler negare l’evidenza) non voglia mettere un dito. Nel frattempo si è arrivati al paradosso che perfino l’avvocato di parte civile (cioè il sottoscritto) sia stato incriminato per calunnia per avere detto una cosa peraltro rivelata da giornalisti, libri e trasmissioni televisive, e cioè che questo caso è stato caratterizzato da depistaggi, falsi e insabbiamenti”. 

Lei è accusato di diffamazione dalla Procura di Viterbo per aver parlato di un rapporto redatto dall’allora capo della Squadra mobile di Viterbo, Salvatore Gava, il quale ha escluso che Attilio Manca, nell’autunno del 2003, fosse in Francia. Gava scrive che il chirurgo sarebbe stato regolarmente presente all’ospedale “Belcolle” di Viterbo, però è stato clamorosamente smentito da un’inchiesta dalla trasmissione di Rai3, “Chi l’ha visto”. 
“Di certo so che non esiste alcuna querela contro di me da parte del dott. Gava. Questo mi ha sorpreso non poco, quindi non comprendo da dove sia nata l’iniziativa di incriminarmi per diffamazione”. 

Sul caso Manca si arriverà alla verità? 
“Credo di sì. Ho una fede incrollabile nella giustizia. Quando ci sono tanti che remano contro, la verità fatica a venire a galla, però sono convinto che l’impegno della Commissione antimafia possa essere da stimolo per la Procura distrettuale antimafia di Roma e per la Procura nazionale antimafia”. 

Quali devono essere le prerogative affinché la Procura distrettuale antimafia di Roma e la Procura nazionale antimafia possano prendere nelle mani il caso Manca? 
“Secondo me ci sono tutte. Ci sono state dichiarazioni di collaboratori di giustizia (alcune ritrattate, alcune allusive) dentro un quadro tale che impone una verifica da parte delle due Procure”. 

La Commissione parlamentare antimafia può svolgere un ruolo importante per dare nuovi impulsi all’inchiesta? 
“Ricordo che il caso Impastato, molti anni fa, riprese vigore anche grazie a un’inchiesta penetrante che venne fuori proprio dalla Commissione antimafia”. 

Caso Manca, un esposto per omicidio: "Nuove risultanze portano alla pista mafiosa" 

di Miriam Cuccu - 8 aprile 2015 

Presentato dai legali della famiglia a procuratore Pignatone: “Ci aspettiamo verifiche serie” Un esposto denuncia per omicidio di mafia, contro ignoti, che faccia da input per nuove indagini sulla morte di Attilio Manca, perché “ci sono tutti gli elementi per aprire un fascicolo”. È piena convinzione di Antonio Ingroia, legale difensore della famiglia Manca che oggi, insieme al collega Fabio Repici e ad Angela e Gianluca Manca (madre e fratello dell’urologo trovato morto a Viterbo nel 2004 in circostanze ancora oscure) si sono presentati alla Procura distrettuale antimafia di Roma consegnando l’esposto al procuratore Giuseppe Pignatone. L’obiettivo: dare il via a quelle indagini “che la procura di Viterbo (che conduceva l’inchiesta sul caso, frettolosamente etichettato come il “suicidio” di un “drogato”, ndr) non ha mai voluto svolgere”. Attilio Manca è morto per overdose, un mix di droga, tranquillanti ed alcool. Ma familiari legali difensori sono convinti che si tratti di omicidio, servito per proteggere la latitanza del boss Bernardo Provenzano. Sempre più indizi, infatti, sembrerebbero confermare il fatto che Attilio, il primo medico in Italia ad operare per via laparoscopica, abbia operato Provenzano alla prostata a Marsiglia. “Ci sono anche fatti nuovi e importanti – prosegue Ingroia – come la deposizione del collaboratore di giustizia Stefano Lo Verso”. 
Al processo Borsellino quater, lo scorso gennaio, il pentito aveva parlato di una statuetta della Madonna regalatagli da Provenzano: “Qualcuno dice che (Attilio Manca, ndr) è stato ucciso, qualcuno che si è suicidato. Io tengo tutto conservato per poter dare luce su questo evento” aveva detto Lo Verso. Un segnale, secondo Ingroia, “dal quale si capisce chiaramente che lui sa, un messaggio che ha voluto lanciare”. 

Insieme a Lo Verso, nuovi collaboratori del barcellonese stanno riferendo alla Procura di Messina ulteriori circostanze “potenzialmente utili finalmente per fare luce su questa vicenda” come l’ex mafioso del clan di Barcellona Pozzo di Gotto, Carmelo D’Amico. “Abbiamo fatto riferimento anche alle dichiarazioni di Setola e chiesto che venga sentito” ha aggiunto Ingroia. L’ex killer dei Casalesi aveva fatto importanti rivelazioni sulla morte di Attilio, raccontando di particolari che avrebbe appreso in carcere, salvo poi ritrattare tutto quando trapelò la notizia della sua collaborazione. 

Ma c’è anche un fascicolo alla Procura di Messina, precisa Ingroia, in cui vi è “traccia dei tabulati sia di Attilio Manca che di Ugo Manca (cugino dell’urologo, finito insieme ad altri nell’indagine poi archiviata sulla sua morte, precedentemente condannato in primo grado per traffico di droga e assolto in appello, ndr) ed altri personaggi collegati ad Attilio”. Tabulati “che la Procura di Viterbo non ha mai voluto acquisire e che quella di Roma potrebbe richiedere”. Oltre a questo, aggiunge il legale, “abbiamo allegato una serie di documenti”, in aggiunta “ a quelli noti, relativi alle manchevolezze delle indagini, alle omissioni, ai depistaggi. Nuove risultanze che indirizzano e irrobustiscono la pista mafiosa” repentinamente scartata dai magistrati di Viterbo che si occuparono del caso, il procuratore Alberto Pazienti e il sostituto Renzo Petroselli. Entrambi, a gennaio, furono sentiti dalla Commissione parlamentare antimafia ed hanno continuato a ripetere il “mantra” del “medico tossico” (trovato con due buchi al braccio sinistro, mentre Attilio era un mancino puro) e a ribadire l’inesistenza di qualsiasi collegamento tra Attilio e Bernardo Provenzano. 

Ora, però, ci potrebbe essere un’inversione di rotta: “Ci aspettiamo – conclude Ingroia – che vengano svolte delle verifiche serie che fino ad oggi non state fatte, che si svolgano tutte le indagini in modo tale che non si lasci nulla di intentato e si possa poi decidere se gli elementi per un processo o un’indagine approfondita per mafia ci sono oppure no”. Proprio oggi la Commissione parlamentare antimafia ha sentito Ingroia sul caso Manca, “un’occasione per sollecitare indagini e approfondimenti”. 

Caso Manca: avvocati presentano a Roma esposto per omicidio di mafia 

8 aprile 2015 

Un esposto denuncia contro ignoti per omicidio di mafia è stato presentato al procuratore Pignatone della Procura distrettuale antimafia di Roma sul caso di Attilio Manca, l’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto trovato morto in circostanze misteriose a febbraio 2004. Il documento è stato presentato dagli avvocati difensori Antonio Ingroia e Fabio Repici, legali della famiglia Manca, accompagnati da Angela e Gianluca Manca, rispettivamente madre e fratello dell’urologo. “Esiste la convinzione che ci siano tutti gli elementi per aprire un fascicolo di indagine preliminare” ha dichiarato Ingroia, che oggi sarà anche sentito dalla Commissione parlamentare antimafia proprio sul Caso Manca: “Sarà l’occasione per sollecitare indagini e approfondimenti da chi può approfondire la pista di mafia, sul versante giudiziario la Procura distrettuale antimafia di Roma, sul versante politico e di inchiesta la Commissione parlamentare antimafia”. [fonte]

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