23 aprile 2015

GOTHA5: Il gruppo criminale storicamente riconducibile a Carmelo D’AMICO. La gestione dei loro traffici nel tempo soprattutto a Milazzo. Il ruolo di Salvatore Santangelo e Antonino Calderone

22 aprile 2015 

Il sodalizio mafioso riconducibile a “Cosa Nostra” siciliana e denominato “dei Barcellonesi”, operante sul versante tirrenico della provincia di Messina. La disamina delle singole posizioni processuali. 
Si procede alla disamina delle singole posizioni degli indagati cui l’organo di accusa addebita la partecipazione al consorzio criminale descritto al capo 1) della rubrica, procedendo secondo un ordine che ha riguardo all’asserita appartenenza dei predetti alle diverse cellule criminali nelle quali, secondo la coerente rappresentazione offerta dai collaboratori di giustizia, la consorteria criminale barcellonese è, ormai da tempo, ripartita sul territorio.

Il gruppo criminale storicamente riconducibile a Carmelo D’AMICO. 
Come ormai processualmente acclarato alla luce dei numerosi provvedimenti di rigore in atti, una delle più consolidate ed agguerrite cellule nelle quali, in atto, si articola l’ampia consorteria barcellonese è quella che si è formata attorno alla carismatica figura criminale di D’Amico Carmelo. 

Calderone Antonino. 
Calderone Antonino è stato condannato in primo grado nel processo c.d. “Pozzo 1” (N. 2656/07 R.G.N.R., 1838/08 R.G.G.I.P.) alla pena di anni 12 di reclusione perché reputato intraneo, con ruolo apicale, al sodalizio barcellonese, per il periodo compreso tra il 1993 ed il 30 gennaio 2009. A seguito di tale condanna, l’indagato è stato tratto in arresto il 5 marzo 2013 in quanto colpito da ordinanza cautelare ripristinatoria della misura custodiale di massimo rigore. L’opzione di accusa formulata, nell’ambito del presente procedimento, a carico del Calderone ipotizza che costui, nell’arco temporale compreso tra il gennaio 2009 ed il successivo arresto, abbia continuato ad esercitare i pregnanti poteri di direzione dei quali è stato reputato da tempo investito in seno al sodalizio. *** Prima di procedere ulteriormente nella verifica critica del materiale investigativo acquisito al compendio del presente procedimento, mette conto osservare come – secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità – il vincolo che lega il singolo ad un’organizzazione criminale di tipo mafioso si connoti, sotto il profilo della sua durata, in termini oltremodo peculiari, in ragione delle caratteristiche intrinseche di tale struttura associativa. Colui che aderisce ad una consorteria di siffatta natura acquisisce, infatti, un patrimonio di conoscenze riservate afferenti alla sua composizione, nonché all’attività cui sono dediti gli altri sodali, che gli impedisce, di regola, un successivo e volontario recesso. Ed invero, è dato processualmente acclarato che il venir meno del rapporto instaurato da un associato con una consorteria criminale di tal fatta costituisca o l’effetto di condotte o scelte oltremodo “traumatiche” (si pensi al tradimento e conseguente transito in altra struttura associativa o, ancor di più, all’assunzione di una determinazione collaborativa) o, più raramente, il prodotto dell’avvenuta disgregazione della stessa struttura criminale. Tale dato assume una pregnanza ancor più manifesta in relazione a quei sodali che rivestano posizioni apicali in seno alla congrega. Ipotizzare che un soggetto che, a cagione della veste ricoperta, dopo aver organizzato l’agire dei sodali, aver assunto le più rilevanti determinazioni criminali, aver così acquisito un bagaglio cognitivo di straordinario momento, possa decidere in libertà di porre fine alla sua esperienza criminale costituisce, ad opinione di questo decidente, un percorso interpretativo privo di ogni ragionevolezza. *** Le considerazioni logiche appena spese valgono già a conferire un imponente riscontro di ordine logico all’opzione accusatoria e già consentono, seppur nei limiti delle valutazioni probabilistiche richieste dal contesto cautelare, di proiettare l’acclarata appartenenza del Calderone al di là del recinto temporale oggetto di verifica critica nell’ambito del procedimento penale n. 2656/07 R.G.N.R. Tale giudizio rinviene, peraltro, nelle emergenze acquisite al compendio un deciso riscontro. *** Soccorrono, innanzitutto, le dichiarazioni – già ripetutamente richiamate nel corpo della presente motivazione – qualificate da tratti di indubbia consistenza intrinseca offerte dal collaboratore di giustizia Artino Salvatore. Questi, premettendo di conoscere la composizione e l’operatività del gruppo facente capo a D’Amico Carmelo (“Con riferimento alla figura di D’AMICO Carmelo, devo dire che costui ha nel tempo sempre avuto un suo gruppo, operante a Barcellona Pozzo di Gotto, e più in particolare nella zona di Pozzo di Gotto. 

D’AMICO Carmelo ed il suo gruppo hanno gestito i loro traffici nel tempo soprattutto a Milazzo, occupandosi della gestione di discoteche, di appalti di vario tipo, di bische clandestine, oltre che, come ovvio, di estorsioni. 

D’AMICO Carmelo, come ho già detto, è stato arrestato nel 2009 per l’operazione Pozzo. Fino a quel momento il capo era lui, mentre dopo il suo arresto il capo del gruppo è divenuto il fratello Francesco – verbale del 7.10.2013), ha riferito che Calderone Antonino, detto “Caiella” ne ha sempre fatto parte. In particolare, con specifico riferimento alla posizione dell’indagato, il collaboratore ha sostenuto che lo stesso ha fatto parte del gruppo barcellonese “D’Amico” anche nel periodo in cui esso era retto da D’Amico Francesco (“nel gruppo di D’AMICO Carmelo, sempre con riferimento al periodo in cui costui era ancora libero, operavano anche i fratelli CALDERONE, Gianni e Nino, quest’ultimo detto Caiella. Specifico che con il soprannome Caiella io conosco soltanto Nino, mentre l’altro fratello viene di solito chiamato con il nome Gianni e basta”), dunque a partire da un’epoca immediatamente successiva all’esecuzione della citata operazione, come già detto eseguita nel gennaio del 2009 (“Tornando al gruppo di D’AMICO Francesco, nel periodo in cui costui aveva preso il posto del fratello, ricordo che a questo gruppo appartenevano le stesse persone che ho menzionato prima, ossia i fratelli Gianni e Nino CALDERONE e CHIOFALO Domenico. A fianco a queste persone vi era una serie di ragazzi che erano a disposizione del gruppo D’AMICO…”). 

L’Artino riconduceva tale affermazione ad alcune specifiche circostanze. Il collaboratore ha riferito che nel periodo immediatamente successivo all’omicidio del padre, Calco’ Labbruzzo Salvatore (braccio destro dello stesso Artino Ignazio), gli riferì di essersi rivolto proprio a Calderone Antonino per perorare la causa della famiglia dell’Artino, rimasta priva di fonti di reddito a seguito di quell’omicidio, ritenendo che l’organizzazione barcellonese si dovesse far carico del sostentamento della medesima (“Sempre in quel periodo, dopo la morte di mio padre, Turi CALCO’ chiese a Nino “Caiella” se l’organizzazione poteva provvedere al sostentamento della mia famiglia, ma costui rispose al CALCO’ :“Era un bonu cristianu ma nui avemu assai cristiano intra e non putemu pinsari puru e motti”. Ovviamente CALDERONE intendeva dire che doveva pensare al sostentamento dei detenuti e quindi non poteva badare anche alla nostra famiglia. Tali circostanze mi furono riferire da Turi CALCO’, alla presenza di ITALIANO Salvatore che sentì le parole di CALCO’.”). Prospettiva che venne respinta dal Calderone, posto che l’organizzazione si era già sobbarcata l’onere economico di mantenere le famiglie dei propri affiliati che in quel periodo erano detenuti in carcere, sicchè non avrebbe potuto occuparsi anche di quella dell’Artino, ormai deceduto (“pensare pure ai morti”). Il collaboratore ha, poi, ricordato un ulteriore episodio, certamente indicativo della persistenza del vincolo associativo in capo all’odierno indagato anche in epoca successiva al 2009. 

Secondo il narrato dell’Artino, Bucolo Angelo, detto “Sciuscia” – referente per il territorio di Mazzarà Sant’Andrea dopo la morte di Artino Ignazio ed il successivo arresto di Trifiro’ Maurizio a seguito dell’operazione “Gotha 1” – ebbe a confidargli di essere stato convocato dal Calderone nel novembre del 2011 al fine di ottenere un resoconto preciso sulle attività estorsive gestite nella zone di competenza soldi (“Sempre con riferimento a CALDERONE Antonino, ricordo che BUCOLO Angelo mi disse che nel novembre del 2011 era stato chiamato da Caiella al fine di fornirgli un resoconto sulle attività estorsive che aveva gestito quale responsabile di Mazzarà). Il collaboratore precisava che il Bucolo aggiunse di aver redatto in tale occasione una dettagliata lista, indicando puntualmente le somme raccolte e quelle versate all’associazione (“In particolare BUCOLO disse che aveva portato a CALDERONE la lista delle estorsioni e gli aveva spiegato punto per punto tutti i soldi che aveva raccolto ed a chi erano stati portati questi soldi. Specifico che BUCOLO fu chiamato dal CALDERONE all’incirca nel novembre del 2011, oppure subito dopo, nell’anno nuovo. In quell’occasione BUCOLO spiegò a CALDERONE che aveva preso quattromila euro da BONANNO Santino a Furnari e li aveva dati a Nino SCORDINO, affinchè li consegnasse a Giovanni PERDICHIZZI. Aveva preso settemila euro dalla discarica, con fattura emessa da SOTTILE , come detto in altri verbali, consegnandone quattromila e cinquecento a Nino SCORDINO, come per altro mi fu confermato da Nino SCORDINO”), ottenendo il plauso del Calderone (“A questo punto CALDERONE rispose a BUCOLO: “Tutto quello che è fatto è ben fatto continua così”. Tale circostanza mi fu riferita direttamente da BUCOLO Angelo.”). Nel medesimo contesto temporale il Bucolo – sempre secondo le dichiarazioni dell’Artino – gli avrebbe fatto una confidenza dall’indubbio valore ricostruttivo, precisando che il Calderone rivestiva nella compagine associativa il ruolo di alter ego di Perdichizzi Giovanni, e che pertanto lo stesso aveva un potere di piena interlocuzione con il referente della cellula mazzarrota in merito alle attività proprie dell’organizzazione (“Sempre con riferimento alla figura di CALDERONE Antonino, aggiungo che in un’altra occasione BUCOLO Angelo mi disse che PERDICHIZZI Giovanni gli aveva detto che CALDERONE Antonino poteva venire a Mazzarà al posto di PERDICHIZZI e che ciò sarebbe stato la stessa cosa. Ovviamente quando BUCOLO diceva che CALDERONE poteva venire a Mazzarà al posto di PERDICHIZZI Giovanni, si riferiva al fatto che CALDERONE veniva a Mazzarà per discutere di attività proprie dell’organizzazione quali estorsioni o appalti. Quest’ultima circostanza mi fu riferita dal BUCOLO in un tempo successivo a quello che prima ho raccontato e si inquadra nel periodo in cui io e BUCOLO Angelo ci stavamo organizzando per creare un gruppo comune.”- verbale del 7.10.2013). Artino precisava, infine, di essersi relazionato spesso con D’Amico Gaetano, figlio di Carmelo D’Amico e che lo stesso gli ripetutamente confermato la posizione egemone ormai conquistata a Barcellona da Nino Calderone (“D’AMICO Gaetano, figlio di Carmelo mi ha detto in parecchie circostanze che a Pozzo di Gotto comanda Caiella, ossia Nino Calderone,”). Il collaboratore si mostrava – per il vero – in grado di contestualizzare e giustificare con puntualità le ragioni di tali confidenze, rivelando che il Calderone aveva mantenuto una posizione apicale nell’organizzazione pur a fronte delle aspirazioni manifestate dal D’Amico Gaetano, cui lo stesso aveva mostrato una “paterna” opposizione per impedire che il giovane annoverasse pregiudizi penali (“D’AMICO Gaetano, figlio di Carmelo mi ha detto in parecchie circostanze che a Pozzo di Gotto comanda Caiella, ossia Nino Calderone, e che costui “teneva a freno” lo stesso D’AMICO Gaetano, dal momento che quest’ultimo voleva iniziare ad organizzarsi sul territorio e a prendere il posto del padre. Secondo quanto mi riferiva D’AMICO Gaetano, Nino CALDERONE lo teneva a freno perché non voleva che si sporcasse la fedina penale.”). *** Gli elementi indicati dall’Artino a sostegno della proprie dichiarazioni di accusa rinvengono un indiscusso conforto nella rappresentazione offerta dall’altro collaboratore Campisi Salvatore. Anche costui ha inserito il Calderone nell’organigramma associativo facente capo alla figura di Carmelo D’Amico nel periodo in cui lo stesso era retto dal fratello di quest’ultimo, e dunque, in un epoca certamente successiva al gennaio 2009 (“Del gruppo D’AMICO, storicamente capeggiato da D’AMICO Carmelo, fanno parte quest’ultimo, Francesco D’AMICO, che ha preso il ruolo di capo del gruppo insieme ad IMBESI Ottavio dopo l’arresto di D’AMICO Carmelo, FOTI Mariano, Fabio D’AMICO, il quale gestisce il servizio di sicurezza in alcune discoteche di Milazzo, PUGLISI Salvatore, che gestisce le imprese di calcestruzzo riconducibili a D’AMICO Carmelo, IMBESI Ottavio, cassiere del gruppo, CALDERONE Antonino, Aurelio detto “Chiocchio”, Domenico detto “u niru”, quest’ultimo cresciuto da Carmelo D’AMICO.”). Campisi ha, altresì, precisato che dopo il successivo arresto di Francesco D’Amico – avvenuto nel giugno 2011 a seguito dell’operazione “Gotha 1 – Pozzo 2” – il Calderone aveva conquistato una posizione apicale nel gruppo, in quanto unica personalità di indiscusso spessore criminale all’interno di quella congrega ad essere rimasta ancora libera sul territorio (“Riconosco nella foto contrassegnata dal nr. 31 Francesco D’Amico… il quale, dopo l’arresto del fratello Carmelo, divenne il nuovo responsabile dell’omonimo gruppo, finché anche lo stesso non venne arrestato nell’operazione “Gotha”. 

… Attualmente, dopo gli arresti delle operazione “Gotha” e “Pozzo 2”, il gruppo D’AMICO è comandato da CALDERONE Antonino, l’unico rimasto libero.”). Il collaboratore così ricostruiva la composizione del nucleo facente capo al Calderone. Tra gli altri lo stesso segnalava Aurelio Micale, detto “Chiocchio” (“…Ho già detto che Chiocchio è organico al gruppo D’AMICO ed ha il suo referente attuale in Nino Caiella.”), il fratello Gianfranco Micale, anch’egli soprannominato “Chiocchio”, Chiofalo Domenico, detto “u niru”, braccio destro di Nino Calderone (“Riconosco nella foto contrassegnata dal nr. 21 Domenico Chiofalo, detto “u niru”…, uomo di fiducia di Carmelo D’Amico, compare di San Giovanni di Ottavio Imbesi e braccio destro di Calderone Antonino detto “caiella”.”), Giovanni Calderone, Pirri Francesco, Salvatore Santangelo e Munafò Franco (“Il Franco indicato quale individuo vicino a Chiofalo Domenico e Calderone Antonino lo conosco dall’età di circa 12 anni. Ha due figli, una mano offesa, è robusta e possiede una casa a Barcellona ed una al mare nella zona di Calderà o Spinesante.”). A sostegno della proprie dichiarazioni lo stesso si soffermava su specifici episodi, sulla scorta dei quali aveva avuto modo di apprezzare in via diretta l’ascesa criminale del Calderone all’interno della compagine associativa. Il Campisi indicava proprio il Calderone tra i partecipanti (in rappresentanza della propria cellula criminale) ad un cruciale incontro, nel corso del quale – a seguito dell’omicidio di Artino Salvatore e delle prevedibili conseguenze che il pentimento di Bisognano Carmelo avrebbe comportato per il sodalizio – si sarebbe provveduto a nominare i nuovi referenti per le zone di Mazzarà, Terme Vigliatore, e Barcellona P.G. (“In effetti sono a conoscenza del fatto che dopo d’omicidio di ARTINO si doveva svolgere una riunione con i “vecchi” nella quale si dovevano stabilire i nuovi referenti per le zone di Mazzarà, Terme Vigliatore ed anche di Barcellona P.G.. Si dovevano prevedere i nuovi referenti anche per la zona di Barcellona dal momento che il pentimento di BISOGNANO Carmelo faceva prevedere come imminente una operazione di polizia; inoltre, si era anche diffusa la voce di una imminente retata che avrebbe colpito gli appartenenti alla famiglia barcellonese proprio a seguito delle dichiarazioni di BISOGNANO”). Incontro che, tuttavia, non ebbe luogo in ragione della latitanza di Barresi Filippo (“A quella riunione doveva partecipare RAO Giovanni, Sam DI SALVO, BARRESI Filippo, OFRIA Salvatore, ISGRÒ Giuseppe, CALDERONE Antonino. Una prima riunione saltò perché BARRESI Filippo era già sparito dalla circolazione dal momento che temeva un imminente ordine di cattura, prima ancora che questo venisse emesso”), mentre un a seconda riunione – fissata per il 28 giugno 2011 – fu impedita dagli arresti disposti nell’ambito dell’operazione “Gotha 1 – Pozzo 2” (“Una seconda riunione era prevista per il 28 giugno, in un luogo che non sono in grado di indicare, ma non si tenne dal momento che intervennero gli arresti di “Gotha” e “Pozzo2”.). Il collaboratore indicava quali fonti del suo dire Foti Salvatore, il quale aveva appreso la confidenza da autorevoli esponenti dell’associazione mafiosa barcellonese, di cui il medesimo faceva parte (“Di queste riunioni e del loro scopo sono stato informato da FOTI Salvatore, il quale l’aveva saputo da Angelo PORCINO e da Giuseppe ISGRÒ; venni a sapere tali circostanze prima che fossero eseguite le misure cautelari “Gotha” e “Pozzo2”. La conferma di ciò l’ebbi da Aurelio, detto “il chiocchio”, quando ci incontrammo nei pressi di una sua campagna dove sta costruendo una casa, dopo che erano state eseguite le misura cautelari sopra citate. In quell’occasione Aurelio mi disse che DI SALVO aveva dato lo star bene a che io fossi il nuovo responsabile di Terme Vigliatore e che di tale fatto si doveva parlare in una riunione con i “vecchi”). Riferiva, quindi, di avere incontrato personalmente l’indagato dopo l’esecuzione della misura cautelare “Gotha 1 – Pozzo 2”, allorquando il dichiarante era in cerca di accreditamento presso l’organizzazione mafiosa barcellonese quale nuovo referente per la zona di Terme Vigliatore. A tale scopo il Campisi si avvicinò al Calderone all’interno di un ristorante di Barcellona P.G. avanzando la propria candidatura, ed ottenendo alcune rassicurazione in tal senso (“Tornando ai fatti che riguardano la formazione del mio gruppo criminale, mi ricordo che in una occasione, dopo che erano avvenuti gli arresti di Gotha nel giugno 2011, io andai a mangiare insieme a mio cugino a nome Guidara Antonino, siamo cugini di quarto-quinto grado, presso un ristorante, di cui attualmente non ricordo il nome, sito in Barcellona dietro il municipio. Il proprietario del ristorante si chiama Scarpaci e circa un anno e mezzo fa gli tagliarono la faccia per un litigio riguardante un parcheggio. Presso quel ristorante era presente anche Nino Calderone, inteso “Caiella”, il quale partecipava ad un pranzo per una ricorrenza, si trattava di un battesimo o di una comunione. Io chiamai al mio tavolo Nino Caiella e con una scusa feci allontanare mio cugino. Io gli chiesi: “come siamo combinati a Terme?”; con ciò volevo ottenere da lui il benestare per essere io il “referente” per la zona di Terme Vigliatore. In quella occasione “mi buttai in avanti” e gli dissi che avevo già parlato con Francesco D’Amico per il tramite del Treccarichi e gli avevo fatto sapere che si poteva fidare di me come referente per la zona di Terme e che se io prendevo un tanto dalle estorsioni, avrei consegnato al gruppo del D’AMICO quanto gli spettava, così rispettando gli accordi. Nino Caiella, sentendo quelle parole, mi rispose di stare tranquillo e che comunque qualcosa “nell’ambiente” si era già detto in proposito riguardo la mia nomina a referente di Terme Vigliatore.”). Dopo tale incontro il collaboratore ricorda di avere ricevuto una conferma di tale nomina attraverso le parole di Micale Aurelio, cui era stato demandato il compito di recare al Campisi il benestare dell’intera organizzazione barcellonese, ed in particolare dello stesso Calderone, che sarebbe stato il suo interlocutore privilegiato per la rendicontazione delle attività del gruppo (“In effetti dopo circa dieci giorni, mi incontrai con Aurelio, inteso Chiocchio, in un luogo dove solitamente mi incontro con costui, ossia in un terreno a Barcellona dove lo stesso sta costruendo una abitazione di sua proprietà. In effetti mi risulta che Aurelio fa il carpentiere ed ha una ditta di sua proprietà. 

Come ho già detto, Aurelio Chiocchio fa parte del gruppo D’AMICO. In quella occasione Chiocchio mi disse: “vedi che sei il nuovo responsabile di Terme, fatti i tuoi conti, raccogli i soldi delle estorsioni nella tua zona, quello che ti devi tenere tienitelo ed a noi consegna la nostra parte”. Chiocchio mi disse di indicargli i soggetti che pagavano le estorsioni in modo da evitare tragedie e poter controllare sia quelli che pagavano, sia se qualcuno di noi sottraeva del denaro. Devo aggiungere che il Chiocchio già in un periodo precedente mi aveva detto che aveva incontrato Sam DI SALVO, il quale si era espresso favorevolmente circa la mia nomina di referente su Terme Vigliatore. Sam DI SALVO, secondo quanto riferitomi da Chiocchio, aveva detto che della mia nomina a referente di Terme si era già parlato nell’ambiente dei “vecchi” e che anche costoro erano stati favorevoli a ciò. Ad ogni modo fu quando incontrai Chiocchio, presso il terreno dove aveva la casa in costruzione, che ricevetti la conferma definitiva del fatto che potevo considerarmi responsabile di Terme Vigliatore. In quel modo, dal Luglio del 2011 sono diventato il referente di quella zona. Sempre in quell’incontro con Chiocchio ricordo che costui aggiunse: “quello che dici a me è come se lo riferissi a Nino Caiella, visto che io e lui siamo la stessa cosa. Se ci sono delle discussioni con qualcuno, noi ti possiamo mandare i ragazzi da Barcellona per darti una mano, anche se so già che tu sei un ragazzo a posto!”.”). Nell’agosto 2011 il Campisi riferiva di essersi nuovamente incontrato con il Micale, con Aliberti Francesco e Perdichizzi Giovanni, presso la sede dell’impresa di Aliberti, al fine di stabilire il nuovo cassiere dell’organizzazione. Il collaboratore ha precisato che anche in quella occasione Micale Aurelio interveniva espressamente in nome e per conto di Calderone Antonino (“I primi di agosto del 2011 si tenne una riunione presso il deposito di infissi di tale Francesco ubicato a Barcellona, in via del Mare, nei pressi della ditta Bonina. A tale riunione partecipammo io, il Francesco titolare del deposito, Aurelio “Chiocchio” e Perdichizzi Giovanni che andò via proprio mentre io sopraggiungevo. In quella sede si decise chi doveva tenere “la cassa” delle estorsioni, le vittime e la ripartizione dei proventi. Venne stabilito che al momento “la cassa”, nonché il registro delle persone sottoposte al “pizzo” a Barcellona, sarebbero stati custoditi da Francesco; che io avrei dovuto occuparmi delle ditte di Terme Vigliatore sino a Patti e che i proventi delle estorsioni avrei dovuto interamente consegnarli ai barcellonesi nella persona dello stesso Francesco, in cambio di due mila euro mensili. Ciò non mi apparve conveniente ed io proposi di consegnar loro il 50% dei profitti estorsivi trattenendo la restante parte per me. I due non furono d’accordo dicendomi che quello era un momento brutto per l’organizzazione e che io avrei comunque potuto ottenere qualunque cosa di cui avessi avuto bisogno. Il Francesco di cui ho parlato di cognome si chiama Aliberti ed in quella sede parlava per conto dei vecchi barcellonesi, in quanto tenutario della “cassa” dopo l’arresto di Rao Giovanni, mentre il “Chiocchio” Aurelio parlava per conto di Antonino Calderone, “caiella”.”). Il Campisi incontrava nuovamente il Calderone – sempre in compagnia di Micale Aurelio – in data 31 agosto 2011, poco prima di venire arrestato per l’estorsione ai danni dell’esercizio commerciale “Mojto’s”. Il collaboratore ricordava che in tale circostanza aveva appena avuto un acceso confronto con Perdichizzi Giovanni presso il bar “Jolly” di Barcellona, in quanto quest’ultimo pretendeva con insistenza la consegna della quota dei proventi delle estorsioni relativa alla zona di competenza del Campisi, con una insistenza tale che il medesimo aveva dovuto cedere a tale richiesta nonostante i diversi impegni assunti con il Micale nel corso dei precedenti incontri (“Effettivamente, come ho già detto, io mi incontrai il 31 agosto con PERDICHIZZI Giovanni presso il bar Jolly. In quella occasione erano presenti anche il cugino di Giovanni PERDICHIZZI, suo omonimo, GALLO Vincenzo e questo ragazzo che voi mi state dicendo chiamarsi PIRRI Gianfranco. Ricordo che quando arrivai al bar, siccome ero piuttosto in ritardo, GALLO mi comunicò che lui e quel ragazzo stavano venendo di nuovo a casa mia per ricordarmi l’appuntamento con Giovanni PERDICHIZZI; in quella occasione Enzo GALLO si mostrò più tranquillo, a differenza di quanto aveva fatto l’altro ragazzo quando erano venuti a casa mia. Parlai al bar Jolly con Giovanni PERDICHIZZI e costui mi chiese immediatamente: “i soldi dove sono? I soldi d’ora in poi tu li devi portare a me!”. PERDICHIZZI si riferiva ai soldi che provenivano dalle estorsioni. Io gli risposi che avevo preso accordi diversi con Aurelio MICALE, detto “chiocchio”, nel senso che i soldi che dovevo consegnare a quest’ultimo erano una quota dei proventi delle estorsioni che io raccoglievo. Il tono della discussione era alto ed a quella discussione assistettero anche Enzo GALLO e l’altro ragazzo di nome Gianfranco, i quali sostavano all’ingresso della stanza attigua al bar Jolly. … Durante quella discussione il tono, come ho già detto, era molto alto, tanto che potrebbero aver sentito anche le persone che si trovavano al di fuori del bar, sulla strada. … La discussione con PERDICHIZZI finì ed io dissi: “va bene!”, nel senso che ero disposto ad accettare di consegnare direttamente a lui una quota dei proventi dell’estorsione, invece che al MICALE. Quando uscii dal locale, dopo avere detto questa frase, ricordo che PERDICHIZZI si rivolse a GALLO Vincenzo e a Gianfranco e disse loro :”andate con Salvatore che vi deve dare qualcosa”. Ovviamente PERDICHIZZI Giovanni si riferiva al fatto che io dovevo consegnare a questi due ragazzi i soldi dell’estorsione.) Avendo incontrato poco dopo proprio Micale Aurelio e Calderone Antonino ed avendo riferito loro l’accaduto, rammentava che il Calderone fece intendere che si sarebbe confrontato al più presto sulla questione con il Perdichizzi. Precisava di non avere avuto occasione di approfondire l’argomento con tali interlocutori per essere stato arrestato nel corso di quella stessa giornata (“Appena uscito dal bar, insieme a questi due ragazzi, incontrai per caso proprio MICALE Aurelio e CALDERONE Antonino detto “caiella” che si trovavano a bordo di un TMAX di colore nero. Io riferii subito quello che era appena successo a costoro e ricordo che Caiella disse: “va bene, ora me la vedo io!”; ricordo che quando io riferii loro queste cose, esclamai: “vedi che io sto mettendo la mi a faccia e non voglio essere trattato in questo modo da PERDICHIZZI”. In quel momento passò una macchina dei carabinieri, motivo per cui MICALE e CALDERONE si allontanarono immediatamente da quel luogo. Non so come finì quella storia, anche perché io subito dopo, in quella stessa giornata, mi recai al Mojto’s e lì fui arrestato.”). *** Certamente i due collaboratori si sono dimostrati portatori di un patrimonio conoscitivo di assoluto rilievo, riconducibile in alcuni casi alla diretta partecipazione ai fatti criminosi riferiti, in altri al patrimonio conoscitivo comune alla congrega mafiosa, in altri ancora alle informazioni riferite da coloro che vi hanno dato corso. 

Quest’ultima situazione, tuttavia, lungi dal ridimensionare ex se la capacità dimostrativa delle notizie riferite, imponendo il ricorso ai meccanismi di controllo della fonte previsti dall’art. 195 c.p., deve essere correttamente valutata alla luce del contesto in cui tali informazioni sono state assunte, al fine di verificare se queste possano qualificarsi come mere “confidenze”, come tali sottoposte al predetto vaglio di doppia attendibilità, o, piuttosto, se le stesse siano riconducibili ad un patrimonio cognitivo comune a tutti gli associati di un particolare sodalizio, acquisendo, in quest’ultimo caso, un’efficacia probatoria autonoma (Cass. pen. sez. I, 10 maggio 2006 n. 19612). In tale ottica certamente attendibili possono ritenersi le dichiarazioni offerte dal Campisi Salvatore il quale proprio nel periodo oggetto di riferimento si andava affermando nel panorama criminale locale, non esitando a commettere reati di crescente gravità (tra cui l’omicidio di Artino Ignazio avvenuto il 12 aprile 2011, per il quale Campisi Salvatore ha reso piena confessione) pur di ottenere la formale qualità di reggente della cellula malavitosa operante sul territorio di Terme Vigliatore e di assumere un ruolo decisionale all’interno della congrega mafiosa di cui faceva parte. Prerogativa che il Campisi conseguiva a partire dal luglio 2011, allorquando, secondo la sua ricostruzione, aveva ricevuto la formale investitura da parte dei maggiorenti del clan barcellonese, impegnandosi di contro a curare il versamento di una quota dei proventi delle estorsioni imposte sul territorio di sua competenza. Ne consegue che appaia del tutto verosimile che lo stesso sia stato messo a parte del patrimonio conoscitivo comune alla congrega – con particolare riguardo all’evoluzione dell’organigramma associativo a seguito delle numerose operazioni di polizia che si sono susseguite in un contenuto arco temporale – e che abbia, conseguentemente, interloquito con gli altri referenti in merito ai rapporti di reciproca cointeressenza economica che legavano i diversi gruppi in cui si articolava il sodalizio operante sul territorio (circostanza questa che è stata ribadita da tutti i soggetti che si sono determinati ad una scelta collaborativa). Orbene, che il Campisi – nella sua ascesa criminale – abbia dapprima assunto informazioni in merito alla personalità cui rapportarsi per ottenere l’anelato accreditamento, per poi definire i termini della propria collaborazione, con particolare riferimento al collettore dei proventi estorsivi che il gruppo da lui capeggiato avrebbe dovuto versare, risulta circostanza non solo plausibile ma del tutto acclarata dalla più recente esperienza giudiziaria che dimostra come detto iter rappresenti una costante nella tradizione criminale dell’associazione mafiosa barcellonese. Quanto alle rivelazioni dell’Artino, sebbene le stesse appaiono connotate da una minore valenza indiziaria – trattandosi per lo più di confidenze che lo stesso avrebbe raccolto da altri sodali, il cui spessore criminale non è, di contro, seriamente dubitabile – non si può mancare di trascurare come descrivano una situazione perfettamente sovrapponibile a quella fotografata dal Campisi, in cui l’egemonia del Calderone veniva progressivamente intaccata dalla ingombrante figura di Perdichizzi Giovanni, determinato ad assumere su di sé il ruolo di cassiere unico dell’organizzazione. *** Tale ultima circostanza ha trovato un indiscutibile conforto nelle emergenze investigative in atti. Tra tutte può in questa sede appare sufficiente richiamare le ammissioni delle quali proprio il Perdichizzi si è reso latore nell’ambito del procedimento penale n. 3666/11 R.G.N.R. L’attività captativa autorizzata all’interno del bar “Jolly” di Barcellona, consentiva di intercettare un significativo colloquio in cui il Perdichizzi – nel novembre di quello stesso anno – manifestava un atteggiamento palesemente oppositivo nei confronti del Calderone e dei soggetti allo steso vicini, pretendendo che quest’ultimo fosse condotto al suo cospetto per chiarire alcune questioni che non consentivano rinvii ulteriori (“…poi cerca a questo a “Chiocchia”, a qualcuno… e gli devi dire a “DON CAIELLA” di farsi vedere che devo parlare con lui, gli devi dire a “DON CAIELLA” di farsi vedere che devo parlare con lui, così definiamo le cose una volta per tutte, perchè ora non ci stiamo capendo più…!!”). *** Un ulteriore riscontro rispetto ai rapporti intrattenuti dal Calderone nel periodo oggetto di contestazione deriva, infine, dalle numerose frequentazioni con altri sodali, tra cui si deve segnalare in particolare quella con Chiofalo Domenico. *** Tutto ciò premesso occorre rilevare che dalla documentazione integrativa depositata dal PM in data 24 febbraio 2015 risulta che il Calderone sia stato sottoposto allo speciale regime detentivo di cui all’art. 41 bis O.P. dal 25 febbraio 2009 al 19 aprile 2011. Tale circostanza, se certamente impedisce di ritenere permanente il vincolo associativo durante il periodo di sottoposizione del detenuto a tale speciale regime detentivo, non consente di ritenere del tutto recisi i rapporti con l’organizzazione che, nel caso del Calderone, sono stati certamente riallacciati con il medesimo vigore nell’epoca successiva. Ed invero gli episodi cui i collaboratori hanno fatto riferimento – sintomatici di una effettiva permanenza nel gruppo in posizione apicale – afferiscono ad un periodo certamente successivo all’aprile 2011, così significando il pieno reintegro dell’indagato nella compagine sociale fino al momento del successivo arresto. *** Sulla scorta di quanto sin qui osservato, può fondatamente ritenersi, in termini congrui al contesto cautelare, che Calderone Antonino, ben lungi dall’aver interrotto, il qualificato legame che da tempo lo avvinceva alla “famiglia” barcellonese, abbia conservato un ruolo apicale in seno alla stessa, e ciò certamente dalla revoca del regime detentivo di cui all’art. 41 bis O.P. sino al momento del suo arresto avvenuto il 5 marzo 2013. Condivisibile appare, pertanto, l’opzione accusatoria a suo carico formulata, nei termini sopra precisati. Santangelo Salvatore. Campisi Salvatore indica tra le fila del gruppo D’Amico anche Santangelo Salvatore (“Riconosco nella foto contrassegnata dal nr. 77 Salvatore Santangelo, figlioccio di Mariano Foti, appartenente al gruppo D’Amico e di cui ho già riferito nei precedenti verbali” – verbale del 27.9.2012). Lo stesso ha precisato che il Santangelo ha militato in tale cellula criminale al seguito di Calderone Antonino, nel periodo in cui quest’ultimo aveva assunto un ruolo di rilievo in conseguenza dell’arresto dei capi storici del clan (“Attualmente, dopo gli arresti delle operazione “Gotha” e “Pozzo 2”, il gruppo D’AMICO è comandato da CALDERONE Antonino, l’unico rimasto libero. A costui fanno capo… Salvatore SANTANGELO, figlioccio di Mariano FOTI…”). Oltre a fornire dettagli anagrafici relativi alla personalità del Santangelo, il collaboratore ha indicato il medesimo tra gli autori dell’attentato incendiario posto in essere ai danni del vivaista Vito Giambò, su mandato congiunto di Imbesi Ottavio ed Artino Ignazio, al fine di convincere l’imprenditore a continuare a pagare una tangente all’organizzazione, come imposto da Tindaro Calabrese. Circostanza che il Campisi dichiarava di avere appreso sia de relato da Reale Giuseppe (il quale, a sua volta, era stato informato da Bucolo Angelo, entrambi facenti parte del gruppo operante in Terme Vigliatore e facente capo allo stesso Campisi (“ARTINO Ignazio, nel suo ruolo di capo dei mazzarroti, diede incarico di bruciare il capannone di Vito GIAMBO’ ai componenti del suo gruppo BUCOLO Angelo, detto Sciuscia, PERRONI Carmelo e Giovanni PINO, tutti appartenenti al gruppo dei mazzarroti. Non sono sicuro se a questa azione partecipò anche TRIFIRO’ Maurizio. ADR: queste circostanze mi furono riferite da REALE Giuseppe, soggetto, come ho già detto in altri verbali, appartenente al mio gruppo. Il REALE era stato informato di queste circostanze direttamente dallo stesso BUCOLO Angelo. Preciso che REALE Giuseppe e BUCOLO Angelo erano in confidenza tra loro sia perché lavoravano entrambi presso la discarica sia perché il BUCOLO aveva in custodia le armi di REALE Giuseppe, come dirò più specificatamente in seguito”), sia direttamente dall’Imbesi durante un periodo di comune detenzione (“successivamente, quando io sono stato arrestato il 31 agosto 2011 per l’estorsione al Bar Mojtos e sono stato portato in carcere a Messina-Gazzi, ho incontrato IMBESI Ottavio con il quale sono stato nella stessa cella al n. 35 del 2° piano. Durante il passeggio ho avuto modo di parlare con IMBESI Ottavio del vivaio di GIAMBO’ Vito e gli ho confidato che io stesso mi ero presentato presso il vivaio. IMBESI, in quella occasione, mi disse che i soggetti che avevano deciso di incendiare il capannone di GIAMBO’ erano stati lui ed ARTINO Ignazio, in perfetta intesa fra di loro. IMBESI mi disse che egli aveva dato incarico di bruciare quel capannone anche ad alcuni suoi uomini appartenenti al gruppo dei barcellonesi, che erano: PIRRI Francesco, CRISAFULLI Alessandro e SANTANGELO Salvatore. Questi soggetti bruciarono il capannone di GIAMBO’ insieme ai soggetti appartenenti al gruppo dei mazzarroti che ho prima menzionato, ossia BUCOLO Angelo, PERRONI Carmelo e PINO Giovanni, su direttiva comune di IMBESI Ottavio e ARTINO Ignazio. IMBESI mi ribadì che quel capannone era stato bruciato per convincere Vito GIAMBO’ a continuare a pagare l’estorsione che si era interrotta a seguito dell’arresto di CALABRESE Tindaro, come ho già detto in precedenza. IMBESI mi disse anche che dopo quell’attentato Vito GIAMBO’ riprese a pagare; il soggetto incaricato di riscuotere i soldi di quella estorsione era ALESCI Carmelo, detto “u capitanu”, il quale effettivamente andò a riscuotere questi soldi. Ho già detto in altri verbali che IMBESI Ottavio mi disse che quella estorsione era stata chiusa nel senso che Vito GIAMBO’ dovette pagare tremila euro a festa, intendendo Natale, Pasqua e Ferragosto” – verbale del 10.12.2013). Il collaboratore ha, poi, riferito di avere personalmente riscontrato come Santangelo Salvatore avesse collaborato nell’attività legata al gioco d’azzardo ed alle bische clandestine – attività storicamente riconducibile al gruppo D’Amico – radicata negli ambienti malavitosi di Barcellona P.G. Nello specifico il Santangelo avrebbe svolto il compito di sorvegliante nel periodo in cui l’attività del gioco d’azzardo veniva organizzata e gestita da Foti Mariano, coadiuvandolo nel conteggio delle somme realizzate e detenendo la cassa (“Mariano FOTI ha organizzato e gestito l’attività del gioco d’azzardo, sempre per conto del gruppo D’AMICO, fino agli anni 2006-2007 circa; successivamente in questa attività è subentrato IMBESI Ottavio, sempre per conto della stessa famiglia. Quando FOTI Mariano si è occupato della organizzazione di quelle bische, ho visto il SANTANGELO svolgere il compito di sorvegliante, al di fuori di queste bische, in modo da controllare che tutto procedesse per il meglio; ho anche visto il SANTANGELO contare i soldi provento di quella attività insieme a suo padrino Mariano FOTI. Ho visto personalmente il SANTANGELO che prendeva la cassa dove venivano collocati i proventi dell’attività del gioco d’azzardo e la consegnava nelle mani di Mariano FOTI.”). Riferiva, infine, che allorquando il Santangelo è stato arrestato ed associato al carcere di Messina Gazzi i predetti soggetti avevano provveduto al suo sostentamento, comprandogli i generi di prima necessità e mandandoglieli attraverso alcuni lavoranti, nonché accollandosi le spese legali dell’indagato cui nominavano l’Avv. Pino del foro di Barcellona (“SANTANGELO Salvatore è figlioccio di Mariano FOTI in quanto battezzato o cresimato da costui. Il SANTANGELO è stato arrestato, all’incirca nel giugno 2012, credo per un “definitivo”. Quando SANTANGELO è arrivato nel carcere di Gazzi, pianterreno, reparto comuni, IMBESI Ottavio e FOTI Mariano, i quali si trovavano anche loro in carcere a Messina, hanno provveduto al suo sostentamento, comprandogli i generi di prima necessità e mandandogli attraverso alcuni lavoranti. FOTI Mariano ha anche provveduto alle spese legali del SANTANGELO, nominandogli l’Avv. PINO del Foro di Barcellona, un giovane avvocato di cui non ricordo il nome preciso.” – verbale dell’11.12.2012). *** Artino Salvatore ha ricondotto, con sostanziale comunanza di accenti – pur se in termini piuttosto generici – il Santangelo al gruppo D’Amico, indicando “un tale SANTANGELO” (di cui effettuava riconoscimento fotografico) tra i ragazzi che erano a disposizione di detta cellula criminale nel periodo in cui quel gruppo era retto da Francesco D’Amico, fratello di Carmelo (“Tornando al gruppo di D’AMICO Francesco, nel periodo in cui costui aveva preso il posto del fratello, ricordo che a questo gruppo appartenevano le stesse persone che ho menzionato prima ossia i fratelli Gianni e Nino CALDERONE e CHIOFALO Domenico. A fianco a queste persone vi era una serie di ragazzi che erano a disposizione del gruppo D’AMICO, fra cui un tale SANTANGELO ed altri di cui non ricordo il nome preciso. Si trattava di persone sempre pronte a iniziare “le sciarre” e che facevano confusione.”). Il collaboratore ha, poi, riferito che lo stesso avesse rivestito il ruolo di sorvegliante presso le bische clandestine gestite dal predetto gruppo, curando che non insorgessero problemi (“La vigilanza delle bische era assicurata all’esterno dai ragazzi del gruppo D’AMICO, fra cui quelli che facevano capo a tale SANTANGELO, di cui non ricordo il nome. Io vedevo sempre questi ragazzi stazionare fuori dalle bische, con il compito di controllare l’esterno. Costoro ricevevano un compenso a serata, non so dire a quanto ammontasse con precisione.”). 

*** Le dichiarazioni dei collaboratori hanno trovato un parziale riscontro nel compendio indiziario acquisito nel presente procedimento. Quanto ai fatti relativi all’attentato ai danni di Giambò Vito gli stessi sono stati compiutamente ricostruiti – con riguardo alla posizione di Crisafulli Alessandro – già nell’ordinanza emessa dal GIP del Tribunale di Messina nell’ambito del proc. pen. n. 3666/11 R.G.N.R., cui si rinvia per comodità espositiva. Rispetto alla ricostruzione della vicenda (ed al ruolo in essa rivestito dal Santangelo, indicato quale membro del gruppo deputato al danneggiamento del capannone di proprietà del vivaista) si può integralmente richiamare quanto si avrà modo di osservare trattando la figura di Bucolo Salvatore, con particolare riguardo al positivo apprezzamento formulato rispetto al narrato del Campisi, pur senza dimenticare che la sua conoscenza della vicenda de qua è comunque indiretta. A riscontro delle dichiarazioni del collaboratore, tuttavia, gli accertamenti condotti dal Commissariato di P.S. di Barcellona P.G. hanno consentito di verificare che all’epoca dell’incendio del capannone florovivaistico del Giambò il Santangelo era libero di muoversi sul territorio (cfr. nota dell’8 maggio 2014). Sotto altro profilo non si può negare come rappresenti dato processualmente acclarato – e come tale apparentemente neutro – che il gruppo D’Amico sia stato storicamente dedito all’attività legata al gioco d’azzardo ed alla gestione di bische clandestine, circostanza oggetto di ampio approfondimento già nell’ambito del procedimento “Pozzo 1” quanto alla posizione del citato Foti Mariano. Orbene non si può mancare di sottolineare come nel compendio probatorio acquisito in tale procedimento siano confluiti elementi dotati di autonoma valenza a proiezione accusatoria rispetto alla valutazione della posizione associativa del Santangelo. Sono state infatti captate diverse conversazioni tra il predetto Foti Mariano ed il Santangelo sintomatiche di un fattivo coinvolgimento di quest’ultimo nella citata attività illecita. Ed invero il 31 dicembre 2007 – dopo il controllo promosso dai Carabinieri di Milazzo presso il circolo “Nuova Iris” di Milazzo, ove era stata impiantata una bisca clandestina riconducibile al gruppo D’Amico – il Foti notiziava proprio l’indagato di quanto avvenuto, senza nascondere una particolare preoccupazione per la gravità dell’occorso. Nonostante i contatti intercorsi tra il Santangelo e soggetti la cui appartenenza al sodalizio è stata oggetto di approfondito vaglio dibattimentale, non si rinvengono, a parere di questo decidente, quanto alla descritta collaborazione, elementi di riscontro individualizzante che consentano di definire (in termini adeguati al presente contesto cautelare) il tenore del contributo del Santangelo, e conseguentemente a definirne la posizione associativa. Nè tantomeno valgono a conferire solidità all’assunto accusatorio le verifiche condotte in ordine al periodo di comune detenzione del Santangelo, del Foti e dell’Imbesi presso la casa circondariale di Messina, in assenza di elementi di circostanze ulteriori che consentano di ritenere che questi ultimi si siano curati del sostentamento del prima, in ragione di quelle logiche assistenziali che caratterizzano i rapporti associativi di tale natura ( cfr. nota prot. 142-U/PG del 13.05.2014 pervenuta dalla Casa Circondariale di Messina corredata della richiesta n. 139/-5-72-2013 dei CC di Barcellona P.G). Che il Santangelo abbia fatto parte del sodalizio mafioso storicamente legato alla figura di Carmelo D’Amico, è, dunque, affermazione che, allo stato, non può formularsi con un grado di fondatezza adeguata al contesto probabilistico proprio della fase cautelare. Una prudente disamina delle propalazioni accusatorie offerte dai due collaboratori di giustizia (su cui principalmente si fonda la prospettazione di accusa) impone di per apprezzare come, a fronte di un’apparente convergenza contenutistica, esse siano connotate da un irrimediabile lacuna in ordine ai profili più qualificanti. Mentre il Campisi attribuisce al medesimo una puntuale collocazione in seno al sodalizio, l’Artino ha di contro descritto il Santangelo in termini di contiguità più che di vera e propria intraneità dell’indagato rispetto alla congrega, contrapponendo agli associati una serie di soggetti a “disposizione” del gruppo per coadiuvarlo nelle singole operazioni. Sulla scorta di tali scarni elementi non è possibile ricostruire l’effettiva posizione che l’indagato ha rivestito rispetto all’associazione mafiosa operante nel territorio di Barcellona P.G., nè – tantomeno – la (eventuale) proiezione temporale della medesima, attesa la descritta cronologia degli episodi richiamati. La richiesta cautelare va, pertanto, rigettata. 

FONTE: MISURA CAUTELARE GOTHA V link

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