15 aprile 2015

In Sicilia il clima è cambiato: un intero Palazzo di Giustizia rifiutato dai palermitani – I precedenti e la denuncia di Scarpinato


15 APRILE 2015 di Roberto Galullo

E’ da qualche tempo che scrivo e affermo che in Sicilia il clima è cambiato. Non mi riferisco, ovviamente, alla temperatura atmosferica, sempre dolce in una città così bella. No. Mi riferisco al clima sociale così diverso da quello che il 26 maggio 1992, con un frenetico tam tam di telefonate, portò la Palermo onesta ad esporre sui balconi lenzuoli bianchi contagiando, con questa forma di pacifica protesta contro Cosa nostra, la Sicilia e l’Italia. L’indignazione dello straordinario popolo siciliano appesa ai balconi contro la morte di Cosa nostra stesa negli anni sulle strade e sull’autostrada in quel di Capaci. 

Il clima è cambiato e la colpa è di quella parte marcia e deviata dello Stato che ha ricominciato a soffiare i suoi venti di delegittimazione e isolamento sulla parte sana delle Istituzioni e della società, preludio necessario alle morti dell’anima (ancor prima che fisiche). Stato contro “stato”, potremmo così definir la singolar tenzone che contrappone i Servitori e agli Uomini fedeli alla democrazia e alla Costituzione ai sistemi criminali in perenne evoluzione (di cui i settori deviati delle Istituzioni sono tessere fondamentali e vieppiù mortali). Vedete, quando sono convinto di un principio, di un’idea, lotto fino alle estreme conseguenze, pronto a pagarne le conseguenze E’ il prezzo che si deve alla libertà, all’indipendenza di giudizio, di critica e di espressione. E’ il prezzo che si paga alla bellezza impagabile: quella di tornare a casa e potersi serenamente guardare allo specchio prima e specchiarsi negli occhi dei figli poi. 

Per carità di Dio, sono sempre pronto a cambiare idea (solo gli stupidi non lo fanno mai) ma nessun sociologo da strapazzo, politico da quattro soldi, analista dei miei stivali o collega da “soldo” di fine stagione credo potrà convincermi che Palermo e la Sicilia stanno avanzando nella lotta ai sistemi criminali (e con loro arretra l’Italia intera). L’opinione pubblica, la “ggente”, ammansita da decenni di “Milano da bere”, “Roma da spolpare” e “Italia da espugnare”, segue l’onda e diventa popolo bue assuefatto a questo stato di cose. Salvo le solite eccezioni che non fanno primavera, perlomeno non fanno più quella primavera dei lenzuoli bianchi. Sapete chi era Mitriade VI, detto il “Grande”, vissuto tra il secondo e il primo secolo avanti Cristo? Era il re del Ponto (Turchia) che, temendo di essere ucciso ordinò al suo medico Crautea di preparargli un antidoto che lo rendesse immune dai veleni. Crautea eseguì nel più banale e geniale dei modi: gli somministrò ogni giorno piccolissime dose dei veleni al tempo conosciuti, tanto da renderlo infine immune. Al punto che, volendosi avvelenare dopo le sconfitte militari inflittegli dal romano Pompeo, Mitriade VI fu aiutato a perire per mezzo di una spada. La storiella non è fine a se stessa ma ha una morale profondissima: in questi decenni (diciamo da metà anni Ottanta in poi) in Sicilia i migliori Servitori dello Stato e della società hanno fatto di tutto per opporsi all’inoculazione giornaliera dei veleni dei sistemi criminali (molti di loro sono stati uccisi altri, peggio ancora, delegittimati o in corso di delegittimazione) ma non sono riusciti nel nobile e superiore intento. 

La forza d’urto e la potenza enormemente maggiore di chi detiene le leve di potere e controllo (a partire dai media) hanno avvelenato gran parte di noi e ci hanno assuefatti a disvalori che stanno conducendo alla fine della democrazia nelle forme in cui l’hanno disegnata i padri costituenti. Non si spiegherebbe altrimenti quanto sta accadendo in Sicilia negli ultimi tempi e, dunque, se non vi fidate di quanti vi dico, ditemi come è possibile altrimenti spiegare il “diavolo” che si annida nei dettagli siciliani. I dettagli che tali non sono, sono tanti ma ve ne enumero solo alcuni e provate voi a convincermi che non sono il segnale che il clima, in Sicilia e dunque su per li rami in Italia, è cambiato. 

Partiamo dall’ultimo sconvolgente (per me ma per quanti di voi, di noi?) segnale. 
Due giorni fa il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, è intervenuto alla trasmissione radiofonica su RaiUno “Restate Scomodi”. Bene, questo Servitore dello Stato da anni in trincea contro i sistemi criminali, ergo condannato a morte per mano di Cosa nostra dalla parte marcia che si annida nello Stato, ha detto una cosa da brivido: 

«Ho fatto un inventario dei punti deboli attualmente esistenti e uno di questi è proprio un terrazzo che si trova in un palazzo di fronte al Palazzo di giustizia e che costituisce una piattaforma di sparo per i cecchini che vogliono far fuori i magistrati, quindi ho subito richiesto che venissero collocate le telecamere per inquadrare questo lastricato solare e con mia grande sorpresa dal comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza ho appreso che il condominio si è rifiutato. Naturalmente sono tornato alla carica. Sto chiedendo al prefetto di emettere un provvedimento d’urgenza avvalendosi dei suoi poteri, non voglio fare valutazioni di merito ma non posso che esprimere la mia meraviglia e la mia amarezza per essere costretto a misurarmi anche con resistenze di questo genere che non avrei mai immaginato». 

Capite? Invece che fare a gara (da tempo) in quel condominio per bussare alle porte della prefettura e rendere la piena e completa disponibilità a far piazzare telecamere a difesa della vita dei magistrati, invece che fare a gara per rifocillare con ogni genere di conforto (a partire dalla solidarietà) quei militari chiamati magari a stazionare su quel tetto per impedire a cecchini mafiosi di piazzarcisi per sparare, invece che correre in soccorso della Giustizia, quel condominio sì è rifiutato un gesto dall’altissimo, incommensurabile valore simbolico per quel Palazzo di Giustizia, per la città e per l’Italia intera. Per la democrazia e la dignità di una nazione. Invito i sociologi da strapazzo, i politici da quattro soldi, gli analisti dei miei stivali o i colleghi al “soldo di fine stagione” a convincermi che, con questo rifiuto, Palermo e la Sicilia stanno avanzando nella lotta ai sistemi criminali. 

Questo gesto vale, nel processo di isolamento che conduce alla delegittimazione dei Servitori dello Stato ancor prima che alla morte, quel che valse per Giovanni Falcone leggere il 14 aprile 1985 sul “Giornale di Sicilia” le lamentele di una residente in via Notarbartolo (dove abitava), che non sopportava le sirene che fungevano da colonna sonora all’imminente morte di quel magistrato: 

«Mi rivolgo al giornale, per chiedere perché non si costruiscono per questi “egregi signori” delle villette alla periferia della città…Sono una onesta cittadina che paga regolarmente le tasse… Vengo letteralmente assillata da continue e assordanti sirene». 

Già, il problema di Palermo, come diceva Johnny Stecchino, era e resta il “ciaffico”. Questo gesto vale, nel processo di isolamento che conduce alla delegittimazione dei Servitori dello Stato e della società ancor prima che alla morte, quel che valse non più tardi di un anno fa (correva il 3 maggio 2014) per il pm palermitano Maurizio Agnello leggere la lettera di un condomino, infilata nella sua cassetta postale, che si lamentava (a nome dei condomini tutti) delle misure di prevenzione prese a tutela della vita del magistrato, invitato a 

«comprare una casa altrove, magari nello stesso palazzo di qualche suo collega così da evitare un doppio disagio per tanta gente per bene…. Perché noi condomini dobbiamo avere limitazioni di posteggio proprio di fronte al portone e subire ogni giorno l’assalto dei vigili?». 

Già, perché difendere la vita di un Servitore dello Stato? Se proprio non se ne può fare a meno, acquistiamo a Palermo un lotto edificabile per i soli magistrati antimafia (chiedo ufficialmente al sindaco Leoluca Orlando di sapere se ce n’è uno libero che facciamo una colletta) e chiamiamolo, magari, “il ghetto della Giustizia” con sopra un bell’arco in metallo con su scritto: “La mafia rende liberi”. Il pm Agnello ha deciso di appendere la lettera nella bacheca condominiale invitando l’anonimo a uscire allo scoperto. Non so che risultati abbia sortito il suo invito (sarebbe bello se me lo scrivesse) ma so che c’è uno stato (con la s minuscola) che sta vincendo e uno Stato che sta perdendo ogni giorno la guerra a fronte di alcune battaglie vinte. Sfido qualunque sociologo da strapazzo, politico da quattro soldi, analista dei miei stivali o collega al “soldo di fine stagione”, a convincermi che questi episodi non si inseriscano in quella lunga scia di fango, delegittimazione, isolamento e morte (dell’anima ancor prima che fisica), che ha portato negli ultimi anni (decisivi per la sopravvivenza della democrazia nella forma in cui l’hanno dipinta i nostri padri costituenti ma gli italiani, mitridizzati, non lo hanno potuto capire) a screditare il pool del processo sulla trattativa Stato-mafia (all’interno della stessa magistratura innanzitutto), a deridere chi indagava sui livelli terzi e alti (oltre che altri) dei sistemi criminali (in Sicilia come in Calabria, quest’ultima “mamma” putrescente dei peggiori laboratori di raffinatissima criminalità), a infangare chi accompagnava nella società cosiddetta civile questo processo di ricerca della verità (compresi quei pochi giornalisti degni di questo nome), ad accettare supinamente la bocciatura in seno alla Dna di Antonino Di Matteo (nella quale i primi a non volerlo erano e sono moltissimi suoi colleghi), ad assistere senza porsi domande e resistenze allo sgretolamento dello straordinario cammino intrapreso da Confindustria (a partire da Caltanissetta) nella denuncia di ogni mafia operato da raffinate menti coperte, riservate e invisibili, a bere senza porsi quesiti il fatto che la mafia è ancora coppola e lupara, riti e santini e non evoluzione genetica che porta sempre più a comandare le leve dei potere istituzionali, i soggetti più marci che il buon Dio ha mandato sulla faccia della penisola italiana. [fonte]

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