1 aprile 2015

Processo omicidio Ilardo: ad un passo da Provenzano


di Aaron Pettinari - 31 marzo 2015 

Prima parte dell'audizione del colonnello Michele Riccio 
Mentre si preparava la trasferta del confidente Luigi Ilardo a Roma per incontrare i magistrati di Palermo e Caltanissetta, qualche funzionario del Tribunale di Caltanissetta lasciò capire che fosse ormai noto che lo stesso volesse collaborare. Una notizia che turbò particolarmente Michele Riccio, il colonnello dei Carabinieri cui Ilardo faceva riferimento come informatore. La sua testimonianza fiume al processo che si svolge a Catania contro gli esecutori dell'omicidio commesso il 10 maggio 1996 è stata divisa in due parti e dopo la prima audizione dello scorso 13 marzo ieri è stata la volta del controesame. Ancora una volta Riccio ha raccontato degli incontri informali, tenutesi nell'arco di tre anni, in cui Ilardo svolgeva il ruolo di confidente della Dia. “Volevo lavorare con Ilardo con l’intento di far emergere i mandanti esterni alle cosche mafiose, un'attività svolta già con il generale dalla Chiesa – ha detto ai giudici prima ancora di iniziare l'esame - Così, dopo aver letto una sua lettera nella quale si diceva disponibile a collaborare per far emergere i legami tra Cosa Nostra, la Massoneria e il potere di certe aree dell’estrema destra ho accettato di buon grado”. Rispondendo alle domande dei pm Riccio ha ricordato l'inizio del rapporto quando il capo della Dia De Gennaro, lo fece incontrare con Ilardo quando questi si trovava ancora in carcere a Lecce. 

Inizio del rapporto confidenziale 
“Al tempo Ilardo non voleva diventare collaboratore di giustizia – ha raccontato Riccio rispondendo alle domande del pm Pasquale Pacifico – ma si era mostrato propenso a diventare informatore. Così quando rientrò a Catania nell'estate del 1993 riprese subito i suoi contatti con Cosa Nostra. Non solo a Caltanissetta ma anche a Catania. E ci permise di capire anche che all'interno di Cosa nostra c'era questa spaccatura tra una ala riiniana ed una provenzaniana. Era ben voluto e si fidavano di lui”. Inizia in questo modo la sua collaborazione con la giustizia. 

Il nome in codice di Ilardo era “Oriente” e nessuno, a parte Riccio, De Gennaro ed il capo dell'allora autorità giudiziaria di Palermo, Giancarlo Caselli, conosceva la sua vera identità. 

Grazie alle sue confidenze sugli incontri con Madonia, sullo scambio di pizzini con il boss Provenzano, all’epoca latitante, suoi continui contatti con i Santapaola, con Aiello e con Galea vennero eseguiti diversi arresti come quello di Vincenzo Aiello, Lucio Tusa, Salvatore Fragapane, Giuseppe Nicotra ed altri boss di Cosa nostra. “Ci dava descrizioni molto dettagliate dei luoghi degli incontri – ha aggiunto Riccio - ci riferiva numeri di telefono e targhe dei veicoli, così che le operazioni di pedinamento erano semplici: molte operazioni le seguivo e coordinavo io in prima persona solo per garantire la copertura ad Ilardo”. Per quanto riguarda le modalità in cui venivano riferite le informazioni Riccio ha spiegato che spesso si incontravano nelle campagne: “Mi chiamava dalle cabine telefoniche ogni volta che pensava di avere qualche novità di rilievo e concordavamo un incontro: in quegli anni ho imparato a conoscere tutte le trazzere di Lentini”. 

“L’arresto di Domenico Vaccaro, a fine ’94 aveva dato una svolta all’operazione Oriente” ha continuato Riccio. “Aver eliminato Vaccaro ci avevano consentito di avvicinare sempre di più Ilardo a Provenzano, tanto da pensare che presto sarebbe avvenuto un incontro fra i due. Lo stesso Ilardo, che aveva ricevuto alcune lettere di Provenzano dal postino Simone Castello, me lo confermava”. Dal racconto del colonnello emerge come Riccio ha la squadra pronta, le attrezzature idonee alla localizzazione gps e ha anche fatto alcune prove in esterna per verificarne l’efficacia: “L’ambasciata americana ci aveva messo a disposizione un localizzatore che avevamo posizionato in una cintura. Un semplice cambio di passante faceva diventare il segnale da intermittente a continuo: in questo modo Ilardo avrebbe potuto segnalarci l’arrivo di Provenzano e solo allora saremmo intervenuti. Avevamo già utilizzato quel sistema e quell'attrezzatura all'antidroga. Noi avevamo fatto diverse prove, eravamo pronti con tre macchine, un elicottero. E già avevamo fatto esperienze in territorio abitato che in campagna in modo da non trovarci in difficoltà al momento dell'appuntamento”. 

Ma a cambiare le cose vi fu il cambio al vertice della Dia, con il trasferimento di De Gennaro, che portò Riccio a rientrare nell'Arma dei Carabinieri: “Dopo il trasferimento di De Gennaro – prosegue Riccio nel suo racconto – mi sentivo sempre più solo. Sia la Dia di Palermo e che quella catanese erano visibilmente irritati dal fatto che fossi io a gestire una fonte così importante e trovavo difficile tenere i rapporti. Così chiedo il rientro”.
Mario Mori

Nell'estate 1995 venne quindi contattato dal Colonnello Mori che gli chiese di rientrare nei Ros: “Lavoravo nei corpi speciali da 30 anni, ero stanco, ma sapevo dell’importanza dell’incontro tra Ilardo e Provenzano per l’arresto di quest’ultimo così chiesi a Mori di poter lavorare come aggregato solo ai fini dell’arresto del boss Bernardo. Inizialmente rappresentai il mio modo di operare e quello che era lo stato investigativo. Nell'estate del 1995 dissi a Mori tutto quello che stavamo portando avanti. In un primo momento al Ros rappresento al colonnello Mori l'attività posta in essere con l'aiuto di una fonte. E dissi che l'obiettivo che il primo obiettivo era l'incontro con il Provenzano. A Mori spiego che già in passato avevo preparato un mio gruppo di militari e dipendenti Dia e con prove già effettuate nel territorio utilizzando la strumentazione tecnica dei segnalatori gps. Quando spiego questo in un primo momento lui mi disse che non era necessario fare relazioni. Ma io dissi che operavo in una zona di competenza di più procure e per tutela mia ed anche della fonte io le realizzai lo stesso e le consegnai anche”. 

Mancato blitz a Mezzojuso 
Da questo momento però le cose cambiano, c’è qualcosa nella gestione delle indagini, delle operazioni, che lasciano Riccio perplesso: “A fine ottobre, rientrato ai Ros ricevo una chiamata da Ilardo il quale mi comunica dell’imminente incontro con Provenzano. Mi dice che Provenzano si era spostato da Bagheria in un posto non troppo lontano. Mi dice che si doveva recare a Mezzojuso da lì a due giorni. Io ero a Genova quando ricevo la telefonata. Quando lo comunico a Mori lui non sembra avere nessun entusiasmo. Gli dico 'ci siamo', che ho la squadra pronta e perfettamente equipaggiata. Quando vado a Roma ricordo la struttura che può essere posta in un attimo, che potevamo utilizzare i gps, che c'era questo impegno. 

Ma Mori mi dice 'no, no, facciamo tutto, noi, abbiamo con il capitano De Caprio il materiale tecnico a sua disposizione, ma sarebbe opportuno che in questo primo incontro Ilardo getti le basi per uno successivo'. Mi fa capire che non c'era la possibilità di organizzarsi subito e che non vuole coinvolgere altri e che comunque non vorrebbe procedere subito all’arresto ma aspettare, avviare un pedinamento e attendere una situazione più gestibile. Detto ciò mi invia a Catania dandomi come referente il capitano Damiano di Caltanissetta. Questi dipendeva dal maggiore Obinu e dal colonnello Mori”. “Arrivato a Catania – ha continuato Riccio – mi accorgo che Damiano non ha nessuna idea dell’operazione che stiamo andando a svolgere e anche quando gli spiego l’importanza dell’operazione mi rendo conto che non saranno in grado di avviare un pedinamento senza mettere in pericolo la copertura e l'incolumità di Ilardo”. 

Di queste perplessità parlò anche con Mori dopo Mezzojuso, in quanto ormai i giorni erano imminenti. Andammo in prossimità del bivio di Mezzojuso. “I militari erano collocati in vari punti ed effettuavano solo un'opera di osservazione – ha aggiunto Riccio – Consapevole dell'importanza dell'operazione io ero molto preoccupato. Di quel che si stava eseguendo informai anche il dottor Pignatone di Palermo che era il referente che mi era stato assegnato da Caselli”. “Ilardo – ha aggiunto Caselli - mi raccontò dell’incontro con Provenzano. Mi rese anche una descrizione del Provenzano dicendomi che poteva essere benissimo scambiato per un fattore. Mi diede i nomi delle persone, le targhe, i numeri di telefono, tante informazioni su soggetti implicati nella gestione della latitanza. Io girai tutte le informazioni ai miei ufficiali sia a voce che nelle relazioni. Ilardo diede anche precise indicazioni per giungere al luogo degli incontri di Provenzano. Mi spiegò anche dove fosse la trazzera. 

Feci anche un sopralluogo seguendo le stesse e se non sbaglio andai con Obinu o con Damiano. E nel sopralluogo vidi dei silos da dove si poteva fare l'osservazione. Mi proposi anche di eseguire io queste attività ma lui mi disse 'no, no, lo facciamo con De Caprio, abbiamo tutto noi, il tuo compito è mantenere i contatti con la fonte'. In quel momento ci rimasi male pensando che lo volessero arrestare loro ma anche che l'importante era raggiungere il casolare. Dopo qualche giorno mi disse che non erano riusciti a trovare il posto e mi sembrò assurdo, era semplice, in una zona piana, il casolare si vedeva addirittura dal bivio. Più volte mi dicono che non riescono a trovare il casolare. Alla fine nel rapporto di informativa Grande Oriente diedi addirittura le coordinate del casolare”. 

Processo sull'omicidio Ilardo: condanna a morte per una fuga di notizie? 

di Aaron Pettinari - 1° aprile 2015 

Seconda parte della deposizione del colonnello Michele Riccio
Non fu solo il mancato blitz a Mezzojuso ad insospettire il colonnello Michele Riccio sull'operato del Ros. Quando si capì che il secondo incontro con Provenzano non sarebbe arrivato a breve, si prospettò la possibilità di far costituire Ilardo anche alla luce di diversi “fatti inquietanti”. “Ilardo – ha detto Riccio in aula il 13 marzo scorso - mi confermò che fino a fine 1995 continuano i rapporti tra Ilardo e Provenzano. C'erano incontri con Salvatore Ferro, a dimostrazione che i rapporti non mutarono tra Ilardo ed il Provenzano. C'erano alcuni contrasti con altri affiliati di Cosa nostra per il fatto che Ilardo si stesse espandendo, anche su Catania. C'era un'attività espansionistica ma questa iniziativa non era autonoma ma voluta dal Provenzano”. Parlando di come venne prospettata la possibilità di far diventare Ilardo collaboratore di giustizia in maniera formale Riccio ha parlato di alcuni fatti inquietanti, a cominciare di alcune lettere anonime indirizzate al dottor Tinebra di Caltanissetta ed alla questura di Catania, che definivano Ilardo come un mafioso che aveva ripreso la sua attività per nome dei Madonia e che stava espandendosi con arroganza su Catania e che doveva essere attenzionato.

Si avvicinava anche il tempo della fine della sospensione della pena ed era chiaro che non gliel’avrebbero rinnovata”. Nonostante questo “lui continuava tranquillamente a sbrigare le faccende dell’organizzazione e la corrispondenza con Provenzano non si era mai interrotta, quindi non avevo motivo di sospettare per la sua incolumità”. Nel marzo comunque si avvia la possibilità di portare alla collaborazione di Ilardo. “Affrontai il discorso con lo stesso Ilardo – ha aggiunto Riccio – Lui mi spiegava che era consapevole di questo passo. Mi spiegò che Cosa nostra temeva certe collaborazioni. Mi parlò ad esempio di quella di Cancemi che poteva spiegare certe cose all'interno di Cosa nostra, di quei soggetti che potevano parlare di certi rapporti. Ad esempio temevano che Santapaola potesse parlare il quale aveva avuto un'improvvisa religiosità.

Invece Cosa nostra non temeva Brusca che conosceva la mafia 'nuova' ma non la vecchia. Più volte, ricostruendo la spaccatura interna a Cosa Nostra, mi aveva parlato di come a Provenzano non piacesse Riina: Provenzano preferiva i vecchi metodi di dialogo e stava tentando di ricucire la ferita aperta con la politica che per colpa di Riina si era allontanata da Cosa Nostra.

Quando Ilardo diede disponibilità a collaborare non indica subito una preferenza. Da lì a qualche giorno faccio presente a Mori di questa cosa e lui mi disse: 'guarda secondo me deve collaborare per competenza territoriale con Caltanissetta, ma io sapevo bene che Ilardo aveva grande fiducia in Palermo e che stimava particolarmente il dottor Caselli a cui promisi anche io che avrebbe collaborato anche con noi. Così tenemmo un incontro con Caselli e una o due sere dopo incontrai Tinebra e rappresentiamo che anche Palermo voleva partecipare alla gestione di Ilardo.

In un primo momento Tinebra disse che non ci sarebbero stati problemi a collaborare con Palermo, ma poi ci ripensò”. In quello stesso periodo Ilardo parlando con Riccio, fece capire al Colonnello che avrebbe raccontato fatti particolari e delicati: “Un giorno mi chiese se mi fidassi dei miei vertici: c’era un nome che non voleva farmi perché se io l’avessi riferito si sarebbe capito che lui stava collaborando. Tinebra voleva gestire Ilardo e Mori pure mi disse che dovevo convincerlo a collaborare con Caltanissetta. Ilardo però mi disse che con Palermo si sentiva più garantito.

Mi aveva fatto comprendere che avrebbe parlato di rapporti riservati che Giuseppe Madonia, e lo stesso Ilardo, aveva con ambienti del tribunale di Caltanissetta e di Catania. 

Lui mi parlò, solo per darmi un accenno, di un presidente del Tribunale di sorveglianza Caltanissetta che era in mano a Cosa Nostra ma che preferiva dire tutto all'autorità giudiziaria”. L'interrogatorio del 2 maggio a Roma e fuga di notizie Si arrivò all'incontro propedeutico alla collaborazione di Ilardo con le Procure di Palermo e Caltanissetta. “La data venne comunicata dal colonnello Mori – ha raccontato Riccio – Si svolse presso il Ros. C'era prima dell'incontro da definire la questione della sospensione pena per l'Ilardo. Ricordo che il capitano Damiano mi rappresenta che nel seguire la pratica si accorge che la posizione di Ilardo era piuttosto nota agli impiegati del tribunale che gestivano la pratica. In che senso nota? Che era un soggetto importante di cui ci si interessava in maniera diversa rispetto al solito e che ci fosse in ballo qualcosa che potesse portare a una collaborazione. Io mi preoccupai molto. Andai da Tinebra e dissi tutto questo al Procuratore che mi rassicurò”. Ilardo sapeva di non essere un pentito qualsiasi, faceva parte della “vecchia scuola” di Cosa Nostra, quella dei legami con i politici e con gli imprenditori.

L'incontro con i magistrati si fece: i primi di maggio del 1996 fu proprio Riccio ad accompagnare Ilardo negli uffici del Ros. “Prima dell’incontro con Tinebra e Caselli, lo presentai a Mori. La scena mi colpì: Ilardo si avvicinò di getto a Mori e gli disse ‘Guardi che molti attentati attribuiti a Cosa Nostra in realtà sono stati voluti dallo Stato’. Mori si irrigidì, strinse i pugni, abbassò lo sguardo e se ne andò. Non lo rividi più.

In passato Ilardo mi aveva fatto comprendere di molti aspetti che erano stati addebitati esclusivamente a Cosa nostra ma dove i mandanti erano parte di questo contesto deviato. Mi parlò di Mattarella, Pio La Torre, Inzalaco, attentato dell'Addaura, Domino, la morte dei due agenti di polizia a Palermo. E mi disse che avrebbe parlato dei mandanti ma che preferiva farlo all'autorità giudiziaria. Quando fece quella considerazione a Mori intesi che voleva parlare di questo ed anche altro”.

Riferendo in merito all'incontro con i magistrati Riccio racconta che Ilardo si rivolse solo a Caselli, ignorando Tinebra: “prima di sedersi spostò la sedia che era posta davanti a Tinebra e la mise davanti al dottor Caselli. Vidi subito che Tinebra non era soddisfatto. E subito dice 'io ho completa fiducia nell'autorità giudiziaria di Palermo', subito racconta dell'incontro con Provenzano a Mezzojuso. Nell’incontro Ilardo fu un fiume i piena: raccontò del suo ingresso in Cosa Nostra, gli omicidi commessi, e per due ore e più va avanti. Parlò anche di Rampulla, che era il primo a usare congegni sofisticati per nuovi ordigni”. Alla domanda del pm se fossero state fatte fonoregistrazioni o verbalizzazioni delle dichiarazioni Riccio è stato perentorio: “Tinebra e Caselli sicuramente non appuntarono nulla. La dottoressa Principato era al mio fianco che prendeva appunti. Non vi era un fonoregistratore. A me non dissero nulla il mio compito era solo di accompagnare l'Ilardo”.

Quel “fiume in piena di informazioni venne all'improvviso interrotto da Tinebra con l'impegno di essersi rivisti a breve.

E l’incontro successivo fu fissato per il 15 maggio del 1996. “L'Ilardo voleva parlare anche con la moglie per spiegare a lei ed alla famiglia questa idea di collaborare – ha detto Riccio - Su richiesta di Caselli scesi a Catania e feci una decina di giorni di incontri con lui nei quali registrai le nostre conversazioni: Caselli voleva avere già materiale sul quale lavorare.

Tinebra mi disse che non c’era bisogno di registrare, ma io non lo ascoltai e mi feci dare da Damiano il registratore e le cassette, quelle che si usano per le deposizioni giudiziarie. Ilardo mi parlò degli attentati di Firenze e Roma, dei legami di Cosa Nostra con Forza Italia, con Dell'Utri, ma anche dei senatori Sudano e Grippaldi, delle ombre sull’arresto di Riina, di Bruno Contrada 'l’uomo dei misteri' (ex capo della mobile e numero 3 del Sisde, ndr). Mi disse anche che il generale Subranni è uno di cui avrebbe parlato. Mi parlò anche di alcuni incontri con esponenti dei servizi segreti deviati, ed anche dell'avvocato Minniti, esponente della nascente Forza Italia.

Lo portai anche ad un incontro con questo Minniti in Calabria. In questa occasione avviso a Ilardo che era soggetto a intercettazioni”. Ultimi giorni prima di morire I colloqui vanno avanti fino alla mattina del 10 maggio, quando Ilardo accompagna Riccio verso l’aeroporto di Catania, dove ad aspettarlo c'era Damiano: “Era sereno, sarebbe venuto a Roma con la famiglia e io dovevo occuparmi di sistemarli al sicuro. Ci salutammo e lui mi consegnò tutte le lettere scritte da lui e quelle che aveva ricevuto. I pizzini di Provenzano ed anche una lettera di intenti indirizzata al tribunale di Bruno Carbonaro dove si voleva pentire che ricevette da Simone Castello. Tutto materiale che doveva essere riscontro della sua collaborazione. E fu l’ultima volta, quella, che vidi Ilardo”.

Quella sera stessa un gruppo di fuoco ucciderà Ilardo sotto la sua casa di Catania tappandogli per sempre la bocca. “Fu un accelerazione – ha detto l'ufficiale Riccio - avevano timore di quello che avrebbe potuto dire”. “In quel giorno mi incontrai anche con il capitano Damiano prima di partire per Genova – ha aggiunto Riccio – Entriamo in macchina e iniziamo a parlare. Era cadaverico in viso, visibilmente preoccupato: e mi disse chiaramente che a Caltanissetta si sapeva ormai che Ilardo voleva collaborare. Mi si gelò il sangue. Pensai che se lui era preoccupato sicuramente c'era qualcosa. Prontamente accesi il registratore che avevo in mano e di nascosto registrai quello che mi stava dicendo. Mi disse che da una visita del colonnello Stella, Comandante del Nucleo investigativo del reparto operativo, in una visita al vice di Tinebra aveva acquisito delle informazioni sull'esistenza di un nuovo collaboratore di giustizia. Io chiamai Mori. Gli dissi che era successo un fatto gravissimo e che questo fatto non doveva passare inosservato e dissi che volevo parlare di questo ai magistrati anche. Mori non mi disse nulla io interrompo la comunicazione e torno a Genova in aereo. Quando arrivo e quando torno a casa trovo mia moglie in lacrime e in tv davano la notizia della morte di Ilardo. Chiamai la moglie di Ilardo ed anche Mori a cui dissi a brutto muso 'Ecco la conclusione di questa gestione'.

Quando andai a Roma il giorno dopo accuso apertamente Mori, Subranni di una gestione così raffazzonata. Subranni addirittura mi rise in faccia dicendomi 'ti hanno ammazzato il confidente'. 
Antonio Subranni

Io dissi pure che avrei fatto rapporto di tutto quello che mi aveva detto Ilardo perché volevo che restasse testimonianza. Successivamente venni avvicinato da Mori ed un altro ufficiale. Mi chiedevano di non fare la relazione. Quando andai a Caltanissetta per fare il rapporto informativa “Grande Oriente”, che si basa sulle mie relazioni. Io fortunatamente conservai tutto. Mi venne chiesto dal maggiore Obinu per ordine di Mori di non inserire la relazione su Mezzojuso. Mi chiesero anche nel marzo 1996 un rapporto asettico, con solo i nominativi dei personaggi menzionati da Ilardo senza parlare dei contesti investigativi delle attività di Cosa nostra sul piano politico che invece Ilardo descriveva minuziosamente.

Io già in quei rapporti comunque inserisco diversi elementi. Nel luglio del 1996 io concludo l'informativa Grande Oriente e inserisco tutto degli appunti, dei racconti di Ilardo, gli elementi che avevamo raccolto. Venne consegnata a Palermo, Catania, Caltanissetta. A parte delle prime due pagine scritte da Obinu io scrissi tutto il resto di quell'informativa. Gli unici dati che non inserì furono quello relativo al Dell'Utri perché come spiegai a Palermo avrebbe creato i miei maggiori problemi con il Ros ed i loro rapporti evidenti e che poi rappresentai a Firenze al dottor Nicolosi ed il dottor Chellazzi sulla questione degli attentati. Attività sui tabulati? Io non ebbi contezza alcuna. Se ne sarebbe dovuto occupare Damiano da quello che so.

Tra i documenti che consegnai a Palermo, ai pm Ingroia e Di Matteo, vi fu anche la cassetta con la registrazione di Damiano. So che su questa venne realizzata anche una perizia”. Dopo il controesame, durato per circa tre ore su questi temi, il processo è stato rinviato al 24 aprile prossimo quando è previsto l'esame del capitano Damiano, responsabile dei Ros di Caltanissetta all’epoca dei fatti. Alla stessa data, il presidente della Corte scioglierà la riserva sulla richiesta del Pubblico Ministero di acquisire il documento datato 12 novembre 1997 e relativo all’interrogatorio del Riccio innanzi all’autorità giudiziaria di Genova. (fine) [fonte]
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