29 aprile 2015

Protocollo Farfalla - Conclusioni Copasir: «Rapporti tra carceri e servizi segreti con metodi fuori norma e sconosciuti»


28 aprile 2015 di Roberto  Galullo 

Cari lettori, molti di voi sanno che nel passato mi sono occupato del cosiddetto “Protocollo farfalla”, vale a dire la collaborazione tra agenti di Polizia penitenziaria e agenti dei servizi di sicurezza, nel periodo 23 giugno 2003-18 agosto 2004 (ma si aggiunge il periodo 25 novembre 2005 -2 febbraio 2007 che assumerà la veste formale di “operazione Rientro”).
Ebbene il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), a fine marzo ha diffuso 31 pagine di relazione (approvata il 12 marzo) trasmessa alle presidenze delle Camere che è tutta da leggere (sul sito Copasir troverete la versione integrale).

RICAPITOLIAMO
Forse è il caso, prima di vedere a quali conclusioni giunge il Copasir, raccogliere le idee su quanto emerso finora nella stessa relazione del Comitato parlamentare:
1)   fino al 2007 (allorché sopraggiunse la legge di riforma) i rapporti tra servizi segreti e detenuti (quelli che interessano non sono ovviamente i ladri di pollo ma mafiosi e terroristi) erano all’insegna della «soggettività» e «discrezionalità» delle parti (!);
2)   la magistratura identificava se stessa come unico (o, quantomeno, primo) sbocco naturale delle informazioni raccolte nelle celle; i Servizi segreti volevano invece interloquire solo con la politica;
3)   per Giuseppe Pisanu (ex ministro dell’Interno) l’oggetto delle due operazioni era per lui misterioso e non aveva mai sentito parlare né di operazione “Farfalla” né di operazione “Rientro”.
4)   idem per Roberto Castelli (ex ministro della Giustizia);
5)   Andrea Orlando, attuale ministro della Giustizia, parlando di «profili di irregolarità amministrativa» in riferimento alla gestione dell’Ufficio ispettivo, ha riferito che «fu riscontrata la presenza di articolazioni periferiche istituite presso i provveditorati regionali con provvedimento del direttore dell’ufficio ispettivo. Tali articolazioni sotto la direzione unica della struttura centrale risultavano avere il compito di svolgere analisi e monitoraggio dei detenuti sottoposti al regime di cui al 41-bis, sulla base di accordi intervenuti tra il Dipartimento e la Direzione nazionale antimafia. Non si può logicamente escludere che in tale attività, della quale non risultano tracce documentali, siano refluiti anche gli esiti di operazioni parallelamente svolte in collaborazione con le agenzie di sicurezza o dalle agenzie stesse»;
6)   quest’ultima cosa viene confermata da Francesco Cascini, che nel 2007 ha sostituito Salvatore Leopardi a capo dell’Ufficio per l’attività ispettiva e il controllo del Dap;
7)    l’operazione Farfalla «si sarebbe chiusa nell’agosto del 2004» per l’infondatezza dei presupposti, per la difficoltà di stabilire un rapporto fiduciario con i carcerati individuati e in particolare per l’impercorribilità di un’operazione caratterizzata da un’attività di contatto intermediata da personale del Dap privo di specifica formazione. Gli otto carcerati individuati per l’operazione nel documento del 24 maggio 2004, non sono mai divenuti dei fiduciari del Sisde. Insomma: un fallimento totale;
8)   l’allora capo del Dap, Giovanni Tinebra, scrive testualmente il Copasir, «ne esce oscurato da un secco “non so e non sapevo” e da una frase, riferita in sede di audizione: Il direttore si deve accontentare di farsi raccontare il succo, dare una delega e sorvegliare che tutto vada bene, e pregando Iddio che tutto vada bene”. Ha precisato inoltre che: “Le relazioni con i Servizi, per restare vicini a quella che era la conformazione normativa dell’istituto, venivano curate e gestite da coloro i quali erano addetti ai servizi di polizia giudiziaria»:
9)   lo stesso Tinebra, però, scrive sempre il Copasir nella sua relazione, verrà smentito in audizione da Salvatore Leopardi, come abbiamo visto ex capo del servizio ispettivo del Dap, che confermerà di aver più volte informato il Direttore del Dap sul prosieguo dell’operazione;
10)  Solo a seguire queste sintesi c’è da perdere la bussola e domandarsi: «Ma chi seguiva e controllava cosa all’interno delle Istituzioni? ». Domanda alla quale ne sorge una ancor più spontanea: «Oggi come vanno le cose?» (state certi che, a parole, è cambiato tutto).
LE CONCLUSIONI DEL COPASIR
Con questi ulteriori quattro articoli che ho dedicato al cosiddetto protocollo Farfalla, attraverso la relazione del Copasir, ho voluto approfondire una tematica complessa, ambigua, per molti versi oscura, che i giornali, nelle scorse settimane, hanno disbrigato come una faccenda ordinaria di cronaca, anche se qualcuno ha tentato qualche timido scavo giornalistico.
Non credo che sia così e le stesse conclusioni alle quale giunge il Copasir sono, a mio modesto avviso, inquietanti e devono porre legittime domande su quanti passi debba ancora compiere la democrazia italiana.
OPERAZIONE FARFALLA
Scrive infatti il Copasir: «che per quanto riguarda l’operazione Farfalla lo scambio informativo tra il Sisde e il Dap è avvenuto per la maggior parte tramite comunicazioni date a voce, non codificate e non protocollate.
Nessun documento di tale operazione risulta prodotto dal Dap, quasi non fosse stato mai archiviato alcunché oppure fosse stato distrutto l’archivio al cambio della dirigenza nel 2007.
Il rapporto informativo instaurato tra i due organismi nell’operazione Farfalla è stato costruito solo sulla base di conoscenze personali tra i rispettivi dirigenti e direttori degli enti e non sulla base di regole precise, concordate e codificate.
Non è stato pertanto rispettato l’articolo 6 della legge n. 801 del 1977 che recita “Il Ministro per l’interno, dal quale il Sisde dipende, ne stabilisce l’ordinamento e ne cura l’attività sulla base delle direttive e delle disposizioni del Presidente del Consiglio dei Ministri” e ancora “il Sisde è tenuto a comunicare al Ministro per l’interno e al Comitato esecutivo per i Servizi di informazione e sicurezza (Cesis) tutte le informazioni ricevute o comunque in suo possesso, le analisi e le situazioni elaborate […]”
Nella raccolta di materiale sull’operazione Farfalla le informative sono poche e vaghe e la “cura delle attività” svolta dai Ministri dell’interno per il Sisde e della giustizia per il Dap appaiono, dopo i riscontri, non esistenti. Il Cesis, da parte sua, accenna solo nelle relazioni semestrali agli obiettivi strategici in tre righe molto generiche e non riconducibili all’operazione.
Pur non rientrando nei compiti di questa indagine, risulta evidente che il Dap ha svolto un ruolo non consono alle sue prerogative e fuori dal perimetro assegnato – ruolo assimilabile a quello di una vera e propria struttura parallela di intelligence – con l’ulteriore aggravante di una carenza professionale di ricerca informativa e di una carenza organizzativa nel rapporto con i fiduciari e con il Sisde.
Con queste premesse l’operazione Farfalla non poteva che risultare fallimentare, così come poi è stata, con il coinvolgimento di uomini del Dap, del Sisde e della magistratura che sono stati distolti da attività più utili e produttive per l’Italia e per i cittadini. L’assenza di riscontri documentali e la gestione poco trasparente dell’attività ha giustificato ricostruzioni e letture dietrologiche di deviazioni, calibrate ad una trattativa tra lo Stato e la criminalità.
Ascoltare alcuni attori dell’epoca che, con le loro dichiarazioni, hanno certificato il giudizio di superficialità e pressapochismo sull’operazione, ha permesso di ricondurre la vicenda nell’alveo storico in cui si è svolta. In questo senso si segnalano due recenti provvedimenti della magistratura: il già ricordato rigetto della Corte d’appello di Palermo di acquisizione di nuove prove in merito all’operazione Farfalla in data 23 novembre 2014 e la sentenza della Procura di Roma del 13 febbraio 2015 di non luogo a procedere per prescrizione nei confronti del dottor Leopardi
Se dal punto di vista giudiziario l’operazione Farfalla non ha condotto ad alcuna condanna né ad altra sanzione, dal lato della vigilanza vanno ricordati la vaghezza e l’accentramento nella figura del Direttore della governance del Servizio e la struttura amicale data dal generale Mori all’operazione. Mori e Obinu, da una parte, Tinebra e Leopardi, dall’altra, erano stati colleghi ed avevano collaborato a Caltanissetta e poi, una volta ritrovatisi a Roma ai vertici del Sisde e del Dap, avevano ricostruito un gruppo di lavoro che operava con modalità di funzionamento che sfuggivano alle norme e che tutt’ora rimangono sconosciute anche a causa dei “non so”, “non mi ricordo” e “nulla di scritto”.
Infine, occorre segnalare, in primo luogo, che sulla base di quanto emerso, non risulterebbero altre operazioni di natura analoga; in secondo luogo che le richieste specifiche di documentazione inoltrate agli organi giudiziari dal Comitato non hanno ricevuto sempre pieno riscontro e, in un caso, la documentazione trasmessa dalla Procura di Palermo è risultata contrastante con altra già acquisita dal Ministero della giustizia, in relazione ad intercettazioni effettuate utilizzando strutture del Dap».
Alla fine della relazione si leggerà ancora: «Dall’indagine emerge un quadro complessivo caratterizzato da una gestione superficiale e da carenze organizzative aggravato da un’assenza di tracciabilità documentale che, oltre a non aver condotto a risultati di qualche utilità, ha reso possibili letture dietrologiche della vicenda, con riferimento a inesistenti “protocolli” piuttosto che a specifiche operazioni. Peraltro si sottolinea che gli organi giudiziari non hanno riscontrato elementi per promuovere azione penale».
OPERAZIONE RIENTRO
L’operazione Rientro fu avviata nel dicembre 2005 e si concluse nel luglio 2006 con la denuncia del fiduciario Antonio Cutolo (a capo della Nuova camorra organizzata) da parte del Dap, a Carabinieri e Polizia.
L’operazione informativa (inizialmente denominata “Mascalzone latino”) nacque dalla proposta del detenuto presso il carcere di Sulmona, Antonio Cutolo, al direttore dello stesso istituto, Giacinto Siciliano, che ne informò Salvatore Leopardi, all’epoca responsabile dell’Ufficio ispettivo e di controllo del Dap: la proposta era finalizzata a fornire elementi utili alla cattura di Edoardo Contini, all’epoca latitante di camorra e figura importante nella gerarchia criminale campana.
L’”operazione Rientro”, secondo il Copasir, si distingue dall’”operazione Farfalla” sotto molti profili. Il Dap e il servizio non si sono attivati per individuare un soggetto da contattare, ma è stato quest’ultimo a proporsi autonomamente. Cutolo, affiliato alla Nuova camorra organizzata, aveva stabilito un rapporto fiduciario con il Dap, teso al conseguimento di notizie relative a dinamiche intramurarie.
Il controllo diretto dell’autorità giudiziaria e le successive indagini sull’operazione non hanno fatto emergere conseguenze a carico degli uomini e dei dirigenti dei Servizi coinvolti.
La documentazione relativa all’operazione Rientro, in possesso dell’Agenzia e del Dap, è stata interamente acquisita alla Procura della Repubblica di Roma e depositata nel fascicolo dell’inchiesta condotta da Maria Monteleone, procuratore aggiunto e da Erminio Amelio, sostituto procuratore.
L’operazione ebbe inizio il 24 novembre 2005 presso la sede del Dap dove si incontrarono Leopardi e l’allora colonnello Pasquale Angelosanto, a ciò autorizzato dal generale Mario Mori.
Le prime notizie relative alla latitanza di Contini, fornite da Siciliano insieme ad altri funzionari della Polizia penitenziaria, facevano riferimento a un rifugio che Contini avrebbe avuto in Abruzzo.
Su tale informazione, data a voce, esiste peraltro una relazione di servizio del Sisde, depositata agli atti, secondo cui le notizie apparivano «macroscopicamente generiche» e di «difficile utilizzazione investigativa».
Nel dicembre 2005 il Dap, attraverso un funzionario, consegnò al Sisde (al colonnello Angelosanto, direttore del Raggruppamento operativo centrale) un documento senza data e senza protocollo che fa riferimento «ad un rapporto di tipo fiduciario tuttora in corso con una fonte di settore qualificata».
Alla consegna della nota, in cui si «ripetevano le notizie date a voce nel novembre», il Raggruppamento operativo centrale non era ancora a conoscenza di chi fosse la fonte confidenziale; inoltre, si richiamava l’attenzione su persone che erano a capo di clan camorristici già noti agli investigatori. Si accennava altresì alla faida della cupola di Secondigliano causata dallo sfaldamento di questi gruppi criminali.
Anche questa nota, tuttavia, riportava notizie molto generiche, di nessun valore informativo e spessore operativo.
Nel maggio 2006, il Dap comunicò al Sisde ulteriori informazioni relative al filone Contini«con riferimento al padre di un agente di polizia che sarebbe stato solito ospitare il latitante»Dopo alcuni verifiche, tuttavia, venne accertato che il soggetto indicato da Cutolonon aveva nessun tipo «di collusione o sospetti indizianti».
Il colonnello Angelosanto manifestò, con una nota inviata al direttore, i suoi dubbi, non solo sull’attendibilità della fonte ma anche sulla credibilità delle notizie: nel caso specifico Cutolo utilizzava l’informazione per calunniare la famiglia del poliziotto.
Venne chiesto dal Sisde un incontro con lo stesso fiduciario del Dap, che ancora non era conosciuto dal Servizio, per poterne valutare le finalità. L’incontro, concordato con il Dap, si svolse il 12 giugno 2006 all’esterno del carcere, durante un permesso premio, con lo scopo di ascoltare direttamente dalla fonte le notizie già transitate dalla Polizia penitenziaria. Vi parteciparono un funzionario del Dap e uno del Sisde; quest’ultimo comunicò di aver avuto una «bruttissima impressione del soggetto», sia per le notizie date che per l’atteggiamento avuto.
A seguito dell’incontro venne redatta dal Sisde una nota con la quale si chiuse l’”operazione Rientro” per inaffidabilità della fonte fiduciaria.
Il 28 luglio 2006 il Dipartimento di pubblica sicurezza venne informato dal Sisde, attraverso una nota del Centro di Napoli, di reati commessi dalla fonte fiduciaria nel periodo dal 12 giugno al 20 luglio.
«Per quanto concerne l’operazione Rientro – si legge nella relazione conclusiva del Copasir – i dubbi sono circoscritti all’operato del Dap e del suo dirigente, Leopardi, mentre per quanto riguarda il lavoro del Sisde, a seguito delle audizioni e dei documenti, si evince che si è svolto “nei percorsi della legge”, secondo quanto riferito in audizione da Monteleone e Amelio. Va inoltre segnalato che, sia nella fase di indagine che in quella dibattimentale del procedimento in corso a carico di Leopardi e altri, nessun agente è mai stato rinviato a giudizio né alcuna struttura del Sisde o dell’Aisi è mai stata coinvolta. E ciò, sia prima dell’opposizione del segreto di Stato, il 14 maggio 2010, confermata dal Presidente del Consiglio il 7 marzo 2011, che successivamente alla cessazione dello stesso, disposta il 23 luglio 2014.
Dalla documentazione si rileva, altresì, che il colonnello Angelosanto, interessato già nella prima nota, aveva evidenziato, pur non conoscendo la fonte, la scarsa attendibilità delle informative e la modalità di adesione al programma fiduciario che gli risultava “alquanto strano”.
L’operazione Rientro, per la parte di competenza del Servizio, può essere considerata una normale operazione con i corretti passaggi e le opportune verifiche». [fonte]
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