27 aprile 2015

Protocollo Farfalla/2 Pg Roberto Scarpinato e l’ex capo dei servizi segreti Mario Mori su fronti opposti


24 aprile 2015 di Roberto Galullo 

Cari lettori, molti di voi sanno che nel passato mi sono occupato del cosiddetto “Protocollo farfalla”, vale a dire la collaborazione tra agenti di Polizia penitenziaria e agenti dei servizi di sicurezza, nel periodo 23 giugno 2003-18 agosto 2004 (ma si aggiunge il periodo 25 novembre 2005 -2 febbraio 2007 che assumerà la veste formale di “operazione Rientro”).
Ebbene il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), a fine marzo ha diffuso 31 pagine di relazione (approvata il 12 marzo) trasmessa alle presidenze delle Camere che è tutta da leggere (sul sito Copasir troverete la versione integrale).
Ne sto dando conto da ieri (rimando al link a fondo pagina).
La cosiddetta “operazione farfalla” venne avviata nel 2003 e di fatto programmata nel 2004, con l’obiettivo di raccogliere informazioni dai detenuti che, sentendosi abbandonati dalle proprie famiglie o dalle organizzazioni criminali di appartenenza, avrebbero potuto manifestare la disponibilità a fornire informazioni di natura fiduciaria subordinata a dei vantaggi anche di natura economica per sé stessi o per i parenti.
Per svolgere questo compito, ricorda il Copasir nella relazione, l’intelligence nasconde sempre la fonte fiduciaria. Furono individuati, di intesa tra Dap (il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) e i Servizi segreti, otto soggetti di varia estrazione, ristretti in carceri diverse e sottoposti a regime detentivo differenziato, sei dei quali in regime di 41-bis, come potenziali informatori per l’operazione in corso sulla base di atteggiamenti e comportamenti intracarcerari, comunicazioni epistolari con l’esterno e aggregazione all’interno del carcere.
APPUNTI E CRITERI
In un breve appunto informale datato 21 luglio 2003, acquisito dal Copasir. si evidenziano le esigenze del Servizio segreto in relazione all’operazione. Tra queste compare la realizzazione dei contatti con i detenuti «al fine di sviluppare autonome e mirate azioni di intelligence, non intaccate da ulteriori interessi da parte di altri organismi».
I termini dell’operazione furono trattati a voce tra i dirigenti del Sisde e del Dap. Quindi tutto si svolse “sulla parola” e il Copasir dà conto di un unico appunto datato 24 maggio 2004, in cui vennero fissati criteri, nominativi e procedure del rapporto.
I criteri erano:
1)   esclusività e riservatezza del rapporto;
2)    apprezzamento delle reali potenzialità informative dei detenuti contattati
3)   la previsione del pagamento di compensi a cura del personale del Servizio, in direzione di soggetti esterni sulla base della produzione a ragion veduta
4)    la canalizzazione istituzionale delle risultanze informative a cura del Servizio
5)    la pianificazione ed attuazione di adeguata penetrazione informativa ‘intramuraria’, eventualmente supportata da una concomitante e concordata azione del Dap, che prevedeva l’orientamento di pre-individuati soggetti fiduciari verso i contesti di interesse.
Il Copasir, nel corso delle audizioni ha riscontrato però interpretazioni differenti sul concetto di «esclusività del rapporto» e sull’individuazione degli «organismi» verso i quali indirizzare le informazioni raccolte e per questo motivo vi ha posto un’attenzione particolare.
SCARPINATO E MORI SU FRONTI CONTRAPPOSTI
Per Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d’appello di Palermo, gli organismi possono essere riconosciuti nella magistratura. Il magistrato ha ipotizzato, nella sua audizione, una procedura (errata) di questo tipo: «la Polizia penitenziaria, che ai sensi di legge dovrebbe informare la magistratura, informava invece il Sisde e quest’ultimo stabiliva cosa dire o meno alla magistratura».
Il Generale Mario Mori, sullo stesso argomento e sempre in audizione, ha sostenuto invece che da parte dei Servizi vi era la volontà di restare unici interlocutori dell’Autorità politica e ha spiegato, a proposito del rapporto tra Dap e Sisde, che i Servizi avevano richiesto «di poter gestire le notizie che fossero venute – eventualmente, perché non ne sono arrivate, tranne una – dall’ipotizzata collaborazione di queste sette, otto o nove persone con i nostri referenti politici, ossia il Ministro dell’interno e comunque il decisore politico (fatto salvo ovviamente che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria era composto da agenti e ufficiali di Polizia giudiziaria, che avevano l’obbligo di riferire ogni notizia). Non si poteva dunque vietare loro assolutamente nulla e qualsiasi notizia che avessero voluto apprendere nello stesso ambito e che aveva aspetti di rilevanza penale doveva essere trattata da loro come normalmente facevano. Noi ci riservavamo solo – almeno io lo interpretavo così – le valutazioni che poi dovevamo portare a livello di conoscenza politica».
L’espressione «canalizzazione istituzionale a cura del Servizio» ha rappresentato l’epilogo naturale, secondo il Servizio, di un’attività di intelligence e non di polizia giudiziaria. Sempre secondo il Sisde, la dizione «a cura del Servizio» sarebbe stata riferita alle informative all’Autorità politica concernenti eventuali rischi per la sicurezza nazionale legati a strategie carcerarie e mafiose.
IL COPASIR DICE CHE…
Le valutazioni tra magistratura (Scarpinato) e Servizi segreti (Mori) avevano (e hanno) dunque la stessa distanza siderale che esiste tra un tifoso del Palermo e uno del Catania o, se preferite, tra uno della Roma e uno della Lazio. La magistratura identificava se stessa come unico sbocco naturale delle informazioni raccolte nelle celle, i Servizi segreti volevano interloquire solo con la politica.
Quel che conta in questa diatriba (che, si badi bene, non è certo dialettica) è quel che riferisce (quel poco che è riuscito a capire) il Copasir. Ebbene, nella relazione si legge che «alla luce della documentazione acquisita e delle risultanze emerse durante l’indagine condotta dal Comitato, non vi sarebbe stata alcuna specifica informativa destinata all’Autorità politica pro tempore… L’unico documento concreto, stando alla documentazione in possesso del Comitato, quale risultato dell’operazione Farfalla venne inviato dal Sisde al Dipartimento della Pubblica sicurezza, al Gabinetto del ministero dell’Interno, all’Arma dei carabinieri, alla Guardia di finanza e al Cesis e riguardava un omicidio di lupara bianca. L’informativa non ebbe alcun seguito poiché risultò infondata».
Detto in altre parole, il Sisde non aveva segnalato nulla per iscritto al Viminale (e alla Presidenza del consiglio dei ministri) tranne la lupara bianca “farlocca” e comunque, ricorda il Copasir, le notizie di reato (ieri come oggi) dovevano essere trasmesse comunque all’autorità giudiziaria da parte degli operatori di polizia giudiziaria del Dap, primi e unici “ascoltatori” dei detenuti all’interno delle carceri italiane.
PAROLA AGLI EX MINISTRI PISANU E CASTELLI
Il Copasir ha audito nei mesi scorsi anche ex ministri sul tema. Ecco una rapida carrellata di quanto hanno dichiarato.
Giuseppe Pisanu (ex ministro dell’Interno) ha detto che l’oggetto delle due operazioni era per lui misterioso e che non aveva mai sentito parlare né di “operazione Farfalla” né di “operazione Rientro”. Pisanu, pur non conoscendo l’”operazione Farfalla”, sapeva che in quegli anni c’ era stata un’attività costante nel mondo carcerario con il fine di contrastare terrorismo, stragi, convergenza tra Brigate rosse e criminalità, collegamenti occulti in essere o rapporti con ambienti esterni. Ha aggiunto che non aveva «alcuna notizia precisa sui contatti con singoli carcerati», precisando che era noto che l’ambiente carcerario fosse controllato e “attenzionato” dai Servizi ma non gli era dato conoscere come lo facessero e con quali procedure.
Roberto Castelli (ex ministro della Giustizia), ha dichiarato: «Posso dire di aver sentito parlare del “protocollo Farfalla” per la prima volta qualche giorno fa sui mezzi di informazione. […] Il Ministro ha il compito di garantire il funzionamento dei servizi per la giustizia. […] Tutto ciò che riguarda le indagini, le attività amministrative, anche in base la legge Bassanini spettano all’apparato». [fonte]
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