15 luglio 2015

Processo d'appello Mori-Obinu, la Corte dice no alla riapertura del dibattimento



Restano fuori il passato del generale ai Servizi, “Protocollo farfalla” e dichiarazioni Galatolo-D'Amico 

di Aaron Pettinari - 14 luglio 2015 

Non vi sarà una nuova riapertura dell'istruttoria dibattimentale al processo d'appello contro il generale Mario Mori ed il colonnello Mauro Obinu, accusati favoreggiamento aggravato di Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995 a Mezzojuso. Lo ha deciso il presidente della V sezione della Corte di appello di Palermo, Salvatore Di Vitale, che ha così rigettato l'istanza di rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale, avanzata dalla procura generale il 14 maggio scorso. Così come era avvenuto nel novembre dello scorso anno la Corte non ha ritenuto di dover approfondire alcuni temi che erano stati evidenziati nelle due memorie depositate dal Procuratore generale Roberto Scarpinato e dal sostituto Pg Luigi Patronaggio. 

Proprio quest'ultimo in aula aveva evidenziato, al termine della deposizione del teste Giovanni Paone, come “il modus operandi di Mario Mori è stato improntato ad una costante violazione delle norme processuali ... riteniamo che lo stesso abbia agito in più occasioni con modalità tipiche dei Servizi di sicurezza e non da ufficiale pulizia giudiziaria”. 

Il magistrato aveva puntato l'indice su “una catena di anomalie seriali, che partono dalla mancata perquisizione del covo di Riina, alla sparatoia di Terme Vigliatore e il mancato sviluppo delle informative pervenute tramite il Riccio”. Proprio seguendo la carriera di Mori. La formazione di quest'ultimo avviene dapprima presso i servizi segreti militari, poi all'interno del Ros dove, secondo la tesi dell'accusa, “opera non sempre nel rispetto delle norme e poi torna nel Sisde dove, ancora una volta, al suo intero si trova ad operare in modo non conforme alle norme procedurali. Un riferimento è ad esempio il protocollo Farfalla e la gestione delle informazioni prese dai detenuti e collaboratori di giustizia”. 

Tra i documenti di cui era stata chiesta l'acquisizione vi erano proprio gli atti relativi al protocollo farfalla ed in particolare la nota di Cascini, vice capo del Dap, che ricostruisce dall’interno l’intera vicenda. La Procura generale aveva anche chiesto l'acquisizione delle dichiarazioni del colonnello Venturi ("che fanno riferimento a rapporto diretto con Vito Miceli, Rosa dei venti, operazione Gladio, e personale vicinanza alla P2 di Gelli”) e la lettera dell'ex capo reparto del Sisd Gianadelio Maletti in cui si fa riferimento al divieto per Mori di operare a Roma e riguardo i rapporti tra Mori ed altri personaggi particolarmente discussi come i fratelli Ghiron, legati a Vito Ciancimino ed a logiche di appartenenza alla Massoneria. Tutti aspetti che resteranno fuori dal processo ma che avrebbero comunque permesso di fare chiarezza su tanti interrogativi. L'accusa, nella memoria depositata lo scorso maggio, insisteva anche per un nuovo approfondimento sul caso Ilardo con la richiesta d'esame del pentito Carmelo Barbieri, oltre che l'acquisizione delle sentenze di Caltanissetta su attendibilità dello stesso. Gli altri teste richiesti dai magistrati sono l'autista di De Caprio, Giuseppe Bianco riguardo la sparatoria di Terme Vigliatore, assieme a Bonferraro e Merenda. Secondo il Presidente Di Vitale però tale esame “non è necessario in quanto non rilevante ai fini della decisione” così come “non necessarie” sono ritenute le audizioni richieste dalla difesa, di Giuseppe Pignatone e del colonnello Damiano, in merito ai suoi colloqui con Riccio e sulla fuga di notizie sulla collaborazione di Ilardo. 

Lo scorso 8 giugno l'accusa aveva inoltre presentato richiesta d'acquisizione delle dichiarazioni rese dai pentiti Vito Galatolo e Carmelo D’Amico nel dibattimento sulla trattativa Stato-mafia. Ma anche in questo caso il Presidente della Corte ha rigettato l'istanza. 

L'esposto del “condizionamento” 
Così come era avvenuto la scorsa settimana al processo trattativa, all'inizio dell'udienza il Presidente ha dato notizia dell'arrivo di un esposto, presentato lo scorso 4 luglio, da parte di Mori-Obinu e De Donno e diretto a varie autorità. Anche se il contenuto dell'esposto è noto, con il riferimento a possibili “condizionamenti della Corte” segnalando il rischio al Consiglio superiore della magistratura, al procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e alla Procura di Caltanissetta, a differenza di quanto avvenuto in Corte d'Assise non vi è stato alcun commento da parte del Presidente Di Vitale. Diversamente al processo trattativa Montalto aveva rassicurato le parti: “Il contenuto del detto esposto sarà valutato ovviamente nell’ambito delle relative competenze dalle autorità cui lo stesso è indirizzato, mi preme, però, rassicurare gli estensori dell’esposto che non è e non sarà mai in alcun modo condizionabile l’effettiva indipendenza di giudizio di questa Corte. Penso che lo dimostrino questi due anni di pubblico dibattimento, oltre che, credo, anche la storia personale e professionale di chi vi parla”. A prescindere dai commenti quel che appare evidente è il profondo malessere degli imputati di fronte a certe inchieste e nel mirino, oltre al pool che indaga sulla trattativa Stato-mafia, finisce anche la Procura generale che in appello ha approfondito due capitoli importanti come la mancata cattura di Benedetto Santapaola nell'aprile 1993 e la sparatoria di Terme Vigliatore. Fatti che portano alla luce delle discordanze che non sono state mai chiarite nel corso degli anni e che al processo sono apparse addirittura più evidenti. A questi si aggiunge poi lo svoluppo del “caso Flamia”. Flamia è l'ex boss di Bagheria che ha dichiarato di essere stato per lungo tempo un confidente dei servizi segreti, dai quali per i suoi “servigi” avrebbe ricevuto anche 150 mila euro in contanti, e di aver avuto colloqui con l'intelligence anche quando si trovava agli arresti ed aveva iniziato il proprio percorso di collaborazione. Flamia aveva dichiarato di aver appreso nell'ottobre 1995 da un altro “uomo d'onore” di Bagheria, Domenico Di Salvo, di “tenere lontano” Luigi Ilardo. Dichiarazioni che per la difesa avrebbero dimostrato come all'interno di Cosa nostra fosse notoria la collaborazione tra il nipote di Piddu Madonia e le forze dell'ordine. Ma questo aspetto non è emerso durante il processo quando è stato ascoltato lo scorso 10 marzo. Le sue dichiarazioni, secondo la Procura, sarebbero false e potrebbero essere state condizionate da “agenti esterni”. Il processo è stato infine rinviato al prossimo 21 ottobre quando proprio la Procura generale dovrà iniziare la propria requisitoria. [link]
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