28 luglio 2015

Rita Atria e Stefania Noce: un lungo viaggio per la giustizia e per la verità

Nel giorno del 23° anniversario la denuncia di Franca Imbergamo: “uno Stato pavido e una Procura nazionale antimafia non ancora all’altezza di Falcone”



di Lorenzo Baldo - 26 luglio 2015


Palermo. “L'unica speranza è non arrendersi mai. Finché giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivrà contro tutto e tutti. L'unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c'è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”. E’ Nadia Furnari, del direttivo dell’associazione antimafia Rita Atria, a leggere uno stralcio del tema di maturità della giovane testimone di giustizia Rita Atria dopo l’introduzione della Presidente dell’associazione Santina Latella. Il tema di Rita è datato 5 giugno 1992, pochi giorni erano trascorsi dalla strage di Capaci e da lì a poco un altro boato avrebbe scosso via D’Amelio, la città di Palermo e l’Italia intera. Luci soffuse illuminano il “Giardino dei Giusti” di via Alloro, inizia così un lungo viaggio dentro la memoria ferita di una terra per certi versi irredimibile. E sono sempre le parole della “picciridda” di Partanna a segnare la via.

“Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l'unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà 
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e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta”. 

Rita parla di uno “Stato mafioso” che vince. Il pensiero corre a quei pochi magistrati che combattono contro uno Stato-mafia del tutto ostile a far emergere la verità. Le parole della cognata di Piera Aiello appaiono oggi quanto mai profetiche e gravide di consapevolezza. “Noi non abbiamo assolto nessuna delle persone accusate da Rita Atria”, afferma con forza Nadia Furnari, instancabile animatrice di grandi battaglie sociali. Il video di Francesco Francaviglia racconta le “donne del digiuno” e i principali protagonisti di quei giorni terribili del ‘92. Le voci di Giovanni Falcone, Rosaria Schifani, Paolo Borsellino, Michela Buscemi, Totò Riina, Letizia Battaglia, Giovanni Brusca si sovrappongono amaramente mentre scorrono i volti della resistenza siciliana segnata da dolore, rabbia, disillusione e tanta sete di giustizia. L’attrice e regista Stefania Mulè (presidente dell’associazione Culturale immaginARTE) che con infinita passione, anima e cuore ha curato la direzione artistica dell’evento, è seduta accanto ad Alessandra Mulè. I faretti illuminano queste due donne, accompagnate dalla musica suonata da Angelo Onorato, con la loro arte, è come se riaprissero un libro nel quale le storie di Rita Atria e Stefania Noce si legano a quella del gabbiano Jonathan Livingston “dove la libertà si avvicina alla verità”. Una rosa rossa viene donata a Rosetta Miano, mamma di Stefania Noce, seduta nei primi posti. La compostezza e la dignità di questa donna cela un dolore indicibile. Non servono parole. Le due attrici leggono di seguito alcuni testi tratti dal diario di Rita Atria, in un attimo riaffiora dal passato l’incredibile battaglia di questa ragazzina. E’ la volta di Maria Maniscalco, ex sindaco di San Giuseppe Jato, che racconta una lotta estenuante per liberare la sua città dalla mafia. Le voci di Stefania e Alessandra Mulè continuano ad alternarsi
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con canzoni, letture e riflessioni. La figura controversa dell’ex sindaco di Partanna Vincenzo Culicchia (accusato di associazione mafiosa e concorso in omicidio da Piera Aiello e da Rita Atria, poi assolto, ndr), torna prepotente sotto la lente di ingrandimento. Per Graziella Proto, direttrice di Casablanca e storica collaboratrice di Pippo Fava negli anni de “I Siciliani”, non basta certo una sentenza di assoluzione per cancellare 30 anni di una politica tipicamente democristiana che lo stesso Culicchia ha incarnato. “Nessuna giustificazione per il femminicidio - ribadisce poi la Proto citando il caso di Stefania Noce – altrimenti si giustifica un crimine!”. Il ricordo di una ex studentessa di informatica che nel ’92 studiava a Pisa è quello che giunge da Nadia Furnari. Che per la prima volta apre un suo diario nel quale aveva trasferito il dolore e le speranze di una ragazza testimone delle stragi del ’92. “Palermo: la mia Somalia, il mio Vietnam, la mia Colombia – scriveva Nadia –. Palermo: il mio specchio… e il viaggio continua, continua talmente tanto che dopo tanti anni sono tornata a lavorare e a vivere in questa città…”. Dopo la testimonianza di Sara Vignanello del Presidio “Rita Atria” di Sciacca (Ag), è la volta di Cettina Merlino, vedova del prof. Adolfo Parmaliana. L’emozione di Cettina ha il sopravvento, quel dolore mai metabolizzato per la morte del marito si fonde in una pretesa di giustizia e verità che vale più di mille discorsi. L’immagine del funerale di Rita Atria rivive nelle parole appassionate di Michela Buscemi (al maxiprocesso dell’84 testimoniò contro gli assassini dei suoi fratelli). Quel giorno di fine luglio del ’92 al cimitero di Partanna la bara della “picciridda” era stata portata in spalla da sole donne. Che avevano gridato tutta la loro disperazione e rabbia nei confronti di un prete di paese che insisteva sul “peccato” di Rita senza dire una parola sulle ragioni che l’avevano portata al suicidio. Michela recita tutto d’un fiato la sua poesia “A Morti D’a Mafia” ed è come se la sua immagine al maxiprocesso prendesse vita. “La risposta sta soffiando nel vento”, sussurra Stefania Mulè mentre canta la canzone di Bob Dylan “Blowin’ in the wind”.



Un Paese ipocrita e una Procura nazionale antimafia non ancora all’altezza di Falcone

“Qui c’è un convitato di pietra: lo Stato!”. Le parole forti di Franca Imbergamo, magistrato in servizio alla Dna, si fanno spazio al di fuori di qualunque retorica. “Dopo le stragi del ’92 e del ’93 – esordisce – la società civile indignata, colpita, ferita chiedeva a noi magistrati una risposta, scendeva in piazza e chiedeva verità e giustizia. 
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Dopo tanti anni siamo noi a dovervi chiedere scusa per quello che non abbiamo ancora saputo fare, perché non abbiamo dato ancora le risposte che avremmo dovuto dare”. Per la Imbergamo in questi anni è stata dimenticata “la vera lezione di Falcone e di Borsellino e cioè che si lavora in gruppo, uniti, facendo squadra. Si deve fare squadra... non perché non si possa lavorare da soli, ma perché la sfida è alta, soprattutto quando si arriva a determinati livelli”. “Mi dispiace – sottolinea il magistrato siciliano - vedere sovraccaricare di responsabilità e di rischi mortali alcuni amici, alcuni colleghi, alcuni compagni di viaggio. Mi dispiace vedere cadere l’oblio e il silenzio su situazioni molto delicate che ci sono in vari uffici di Procura. Io lavoro in un Ufficio fortemente voluto Giovanni Falcone: la Procura nazionale antimafia. Quell’Ufficio serve a mettere insieme i pezzi di un mosaico che forse può disegnare una verità. Ma siamo ancora lontani dalla realizzazione del sogno di Falcone. Nessuno si è accorto in questi vent’anni che la Procura nazionale antimafia non ha avuto i poteri e la possibilità di lavorare che avrebbe voluto Giovanni Falcone. Questo è un Paese ipocrita perché non abbiamo imparato quasi nulla…”. 

Franca Imbergamo evidenzia quindi l’importanza del ruolo della società civile che “è molto più avanti dello Stato” in quanto continua a chiedere verità e giustizia. Ma la giustizia “arriva troppo tardi… penso alla strage di Piazza della Loggia a Brescia. Le carte raccontano che si poteva arrivare molto prima alla verità… carte eloquenti che sono state lette male da una magistratura pavida… da uno Stato pavido”. “Dobbiamo ridare al Paese la verità e la giustizia sulle stragi – prosegue con forza –. Che non sono solo quelle del ‘92/’93. C’è un filo che lega tutti questi eventi lontani nei tempi: a volte ci sono personaggi che tornano sempre uguali”. 

“Noi dobbiamo attingere al coraggio e alla solitudine delle storie che abbiamo sentito: dalle donne del digiuno fino al professor Parmaliana, dal coraggio di Rita Atria e di Stefania Noce a quello di tutte le donne vittime di violenza”. “Allo Stato dovete chiedere di tenere alto il livello della legalità nel nostro Paese – insiste la Imbergamo –. Oggi più che mai le sfide diventano sempre più imponenti. Questo è un Paese che, nonostante tutto, non ha perso la cultura del diritto e della legalità, ma ha dei momenti di buio, di caduta. E’ un Paese che non riesce ad approvare una legge contro la tortura, che non riesce ad andare fino in fondo in determinate vicende. Ma noi dobbiamo riprendere il cammino e andare avanti!”. Il magistrato conclude quindi con l’auspicio di ritrovare “un’antimafia che abbia un senso nuovo e costruttivo” nel nome di tutte le vittime della violenza politico-mafiosa.



Subito sera*

«Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita». Mentre scrive quelle righe su una pagina del suo diario il battito del suo cuore aumenta. Il senso di solitudine ha raggiunto il suo apice. Insopportabile. Senza alcuna via d'uscita. Rita Atria è sola in via Amelia, in un minuscolo appartamento assegnatole dal Servizio Centrale di Protezione in un quartiere periferico della Capitale. E' domenica 26 luglio, appena una settimana dopo la strage di via d'Amelio. Da quel giorno è come se lei non si fosse mai mossa da lì, dalle macerie di quella strada. In casa c'è silenzio. Il rumore della strada arriva attenuato. Lontano. Rita scrive di avere paura di un Stato mafioso che possa vincere. Di temere per quei poveri illusi che combattono contro i mulini a vento e che saranno uccisi. Si avvicina alla finestra. La spalanca. E' un caldo pomeriggio di un'estate romana. Alza lo sguardo. Rivede se stessa nel momento della decisione più importante della sua vita. Lei, figlia di un boss mafioso di Partanna (TP), che decide di collaborare con la giustizia dopo l’uccisione del padre e del fratello da parte delle cosche mafiose della sua zona. Quel film lo conosce bene. Sullo schermo appare una ragazzina di 17 anni che otto mesi prima aveva deciso di parlare. Una giovane siciliana che aveva scelto di raccontare ai magistrati quello che sapeva sulla mafia del suo paese. E che per questo sarebbe diventata «un'infame», rinnegata perfino da sua madre. Mentre il vento le accarezza il viso ripensa all'abbraccio della cognata, Piera Aiello che per prima aveva iniziato a collaborare con la giustizia e che l'aveva sostenuta nella sua scelta di rompere il silenzio. Ripensa al giorno in cui Piera l'aveva accolta dopo essere diventata una «testimone di giustizia». Risente addosso quel calore umano che aveva ritrovato dopo mesi di disprezzo generale e di totale isolamento. Poi sullo schermo compare il suo giudice, Paolo Borsellino. Lo vede concentrato mentre prende appunti. Sente tutto il suo amore. Percepisce ancora tutta la protezione che emanava nei suoi confronti. Come un padre. Ma il film si interrompe bruscamente. Il frastuono di un'esplosione rimbomba nella sua testa. Il diario è rimasto sul tavolo. Un colpo di vento apre l'ultima pagina. «Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi». Rita si volta e osserva quel foglio sospinto dal vento quasi volesse staccarsi. «Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta». Il vento si è calmato. La solitudine ha vinto. Sopra una mensola c'è un libro di poesie appoggiato al muro. Sono i versi di Salvatore Quasimodo. «Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera». Dal settimo piano Rita Atria spicca il suo volo con il cuore gonfio di dolore.




(Bongiovanni-Baldo Aliberti ed.) 

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