8 agosto 2015

Cosa mangia Messina Denaro, l'incarnazione dello Stato-mafia?



di Saverio Lodato - 7 agosto 2015 

Sarebbe interessante sapere cosa mangia Matteo Messina Denaro, il superlatitante mafioso che da oltre vent’anni è diventato l’ennesimo rompicapo per quell’esercito di investigatori che lo cercano giorno e notte. Anche se - purtroppo - non sappiamo da quanti eserciti sia composta l’armata che lo protegge e lo difende. Parafrasando infatti ciò di cui si diceva convinto il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, il latitante è ciò che mangia. Ricordate Bernardo Provenzano? Lo prelevarono, quarantadue anni dopo che si era dato alla macchia, in una masseria alle porte di Corleone. Corleonese di nome e di fatto, Provenzano era nato a Corleone, concluse le sue gesta a Corleone, e prima di diventare gran capo di Cosa Nostra, aveva svolto un pluridecennale tirocinio nel clan dei corleonesi. La sua alimentazione non si discostava di una virgola da quella che potremmo definire la "dieta campestre corleonese". Si nutriva con cucchiaiate di miele purissimo, zu Binnu. Adorava la cicoria e le erbe selvatiche. Beveva latte di capra appena munto. Non rinunciava mai alla sua ricotta preferita. Degustava formaggi freschi dei caseifici dove era sempre stato di casa, in quel di Corleone. Espressione dell’ ultima mafia proto arcaica, Provenzano - si disse- fu l’inventore dei "pizzini", forma rivoluzionaria di comunicazione criminale, quanto lo era stata, per il mondo moderno, l’invenzione della radio del Marconi. 

Ecco: in questo senso, si può dire, che Provenzano fu, sino in fondo, ciò che mangiava. E forse fu proprio quell’alimentazione sana che gli permise di mantenere buoni rapporti con lo Stato, accettandone la richiesta, da lui prontamente accolta, di far coincidere la sua direzione, all’indomani della cattura di Riina, con una lunga "pax mafiosa" che mise al bando stragi, delitti eccellenti e guerre di mafia. Ottenendo in cambio dallo Stato un altro decennio di aria pura e vita all’aperto. Poi anche lui, come tutti i frutti maturi, cadde dall’albero e oggi lo ritrovate nelle patrie galere. Se trasferiamo però questi schemi esistenziali all’odierno Messina Denaro, i conti non tornano più. 

Quindi torna la domanda iniziale: che mangia Matteo Messina Denaro? Sull’argomento i collaboratori di giustizia non hanno fornito - a quel che se ne sa - informazioni o particolari illuminanti. I blitz di polizia e carabinieri, che questa volta - dicono gli addetti ai lavori - indosserebbero finalmente la maglia della stessa squadra, si susseguono ormai da anni. Sono così caduti nella rete repressiva la sorella e i parenti più stretti del latitante Denaro, inteso Diabolik, i parenti più larghi, i conoscenti più stretti, i conoscenti più alla lontana, i prestanome più impensabili, in una Castelvetrano dove vien statisticamente da chiedersi se vi abiti anche qualche persona per bene. 

Le cifre dei patrimoni sequestrati e in via di confisca sono da capogiro: si parla di capitali miliardari. Nonostante tutto, Teresa Principato, il pubblico ministero che guida la task force che dà la caccia al Padrino Cibernetico, mentre evidenzia con legittimo orgoglio i successi conseguiti sin qui, non può fare a meno di osservare che Denaro "gode di protezioni molto in alto", che vive lunghi periodi a Castelvetrano, ma spesso e volentieri "si allontana dalla Sicilia e anche dall’Italia". Il tutto, manifestandosi conservatore rispetto alla tradizione dei "pizzini". Secondo le cronache, che avranno pure qualche fondamento, l’attuale capo di Cosa Nostra negli ultimi anni non avrebbe rinunciato a puntate intercontinentali in Centro America per andare a risolvere "di persona" qualche problemino insorto nel traffico mondiale della cocaina, sarebbe di casa in Tunisia e Spagna, Svizzera e Francia. 

Che abbia documenti falsi, è facile intuirlo. E per renderli più credibili, ancora una volta sono le cronache a venirci in soccorso, sarebbe ricorso a ritocchi di plastica facciale e dei polpastrelli. E’ possibile. Non sarebbe né il primo né l’ultimo caso di una infinita galleria criminale dove rifarsi i connotati è sempre stata considerata la via più sicura se non per bloccare la giustizia quantomeno per rallentarne il corso. Eppure tutto ciò non ci basta, non può bastare. 

Sembrano trascorrere i secoli di questa storia infinita e, se non trascorrono i decenni di rito, di acchiappare il latitante di turno non se ne parla. Questo è strano. Nel mondo filmato in tempo reale da milioni di telecamere, come si fa, anche se con le sopracciglia e i polpastrelli modificati a farla franca così a lungo? Come si fa a diventare un alito di vento, avendo al proprio seguito la legione di fiancheggiatori i quali, fra l’altro, continuano a cadere nella rete come i pesci? E qui bisogna abbandonare la facile tentazione del folklore, basandosi su alcuni elementi "pesanti" messi in luce dalle cronache recenti. 

Matteo Messina Denaro terrebbe in pugno l’archivio dei segreti di Cosa Nostra durante la Prima repubblica e agli albori della cosiddetta "Seconda Repubblica". 

Archivio, detto per inciso, che avrebbe ereditato da Totò Riina quando i carabinieri del Ros guidato dal generale Mori, vuoi per distrazione, vuoi per errori nella catena di comando, vuoi per un colpo di sonno, si distrassero dal covo di via Bernini, dove appunto era stato catturato il Riina, e che qualche giorno dopo fu scrupolosamente perquisito dai boss dell’epoca. Se fosse davvero così, si capirebbe perché Denaro impiega tanto tempo a cadere dall’albero. 

L’altro elemento "pesante" che lo riguarda ha a che vedere con la condanna a morte emessa da Cosa Nostra nei confronti di Nino Di Matteo il pubblico ministero che indaga, insieme a uno sparuto drappello di colleghi, contro tutto e contro tutti, sulla Trattativa Stato-Mafia. Sarebbe stato proprio Denaro a ordinare ai palermitani il reperimento del tritolo (si parla di 200 chili) necessari a far saltare per aria il magistrato e la sua scorta. Se anche questo fosse vero, e pare che gli investigatori abbiano pochi dubbi in proposito, si capirebbe ancora meglio perché il Denaro va e viene dalla Sicilia, va e viene dall’Italia, indisturbato come un’allodola in volo. 

Ci inquieta, infine, che il Denaro abbia appena 53 anni. Michele Greco, Totò Riina, Bernardo Provenzano, avevano abbondantemente raggiunto l’età pensionabile prima di incontrare il giuda mafioso di turno che li avrebbe consegnati agli uomini dello Stato.

Viaggia e vola, il Denaro. Va di fretta. Sembra godere di complicità persino nella dogane più ostiche. 

Un alito di vento, dicevamo. Che non lascia impronte, non lascia tracce. Quali santuari si aprono e si chiudono al suo passaggio? Quali porte carraie? Quali città sotterranee? E che divise indossano gli Uomini degli Stati in cui si muove? 

Matteo Messina Denaro è la prima incarnazione vivente dello Stato-Mafia. Lasciateci questa nostra convinzione. Ne è la rappresentazione plastica, totalmente inedita nella storia di Cosa Nostra. Una vita come la sua non è spiegabile con la "ricetta" del miele, della cicoria, della ricotta e dei formaggi caprini. E’ abituato a sedere in tavole imbandite a rigor di etichetta, il Diabolik di Castelvetrano. E siede a quei tavoli perché molto sa e molto potrebbe raccontare, mentre i suoi interlocutori sanno benissimo chi sta lautamente pranzando con loro. In conclusione: se lui non si convince a imboccare il viale del tramonto, darà ancora molto filo da torcere ai suoi inseguitori. E se non sappiamo cosa mangia il Denaro, forse ciò dipende dal fatto che molti di quelli che parlano di lui non gli sono arrivati così a tiro. E’ solo un’ipotesi. Vedremo, prossimamente. [fonte]

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