23 settembre 2015

Il pentito di Barcellona Pozzo di Gotto (ME): "ad uccidere Beppe Alfano fu Stefano Genovese". Con lui agì un complice, rimasto sconosciuto.

23 settembre 2015 di LEONARDO ORLANDO 

Ad uccidere il giornalista Beppe Alfano, la sera dell’8 gennaio 1993, sarebbe stato – secondo le inedite rivelazioni fatte il 23 luglio dello scorso anno ai magistrati della Dda di Messina Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, dal collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico – il barcellonese Stefano “Stefanino” Genovese, 41 anni, attualmente in carcere perché deve scontare una pena definitiva a poco più di 26 anni per l’uccisione del “fraterno” amico Carmelo Martino Rizzo, assassinato il 4 maggio 1999, in un’area di sosta a Lauria sull’autostrada Salerno Reggio Calabria. 

L’ex capo del braccio armato della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi”, ha cominciato a parlare del delitto Alfano, nel carcere di Bicocca a Catania, nel primo pomeriggio del 23 luglio 2014, per poi proseguire, i successivi 30 settembre, 15 ottobre e, in ultimo, il 27 novembre 2014. In ogni incontro con i sostituti della Procura distrettuale antimafia, accompagnati dai carabinieri del Ros e dagli investigatori della Squadra mobile, Carmelo D’Amico, difeso dall’avv. Antonietta Pugliese, ha raccontato nuovi particolari ed a volte aggiustato persino il tiro, ritenendo imprecise, di fronte alle contestazioni mosse puntualmente dagli inquirenti, alcune affermazioni fatte nei precedenti interrogatori. 

Negli ultimi due interrogatori, il pentito ha anche rivelato l’esistenza di un complice che nascosto nell’auto di Stefano Genovese, parcheggiata vicino alla stazione degli autobus, faceva da basista per coprire la fuga. Il complice indicato come un killer che agiva assieme a Genovese è ancora libero. D’Amico, nel corso della sua confessione fiume, ha raccontato, con ricchezza di particolari, di aver visto poco prima delle 22 di quella tragica sera di gennaio in cui fu ucciso Alfano, aggirarsi lungo la via Marconi – che il pentito chiama via Nazionale, o prolungamento di via Kennedy, indicandone anche i negozi, transitare a piedi Stefano Genovese. 

Quella sera, racconta D’Amico, ‘mi trovai a passare sopra il ponte di Barcellona, direzione Palermo. Io mi trovavo a bordo della mia Fiat uno di colore verde e vidi Stefano Genovese che si trovava a piedi e che indossava un cappellino. Specifico che io ero solo in auto. Una volta incontrato il Genovese gli domandai: “che cosa stai facendo, sei rimasto a piedi, hai bisogno?”. Genovese per tutta risposta, mi disse: “Vattinni subitu che staiu travagghiannu” (vattene subito che sto lavorando) e non aggiunse altro. 

Io capii – ha raccontato D’Amico – che Genovese doveva compiere un omicidio anche perché conoscevo la sua abitudine di uccidere le persone agendo in solitaria”. Il racconto del collaboratore di giustizia continua con quanto ha visto dopo il delitto. 
D’Amico, che quella sera ha continuato a girovagare per la città, consumando un caffè in un bar del centro e raggiungendo poi Calderà, ha riferito agli inquirenti che tra le 22.30 e le 23 è tornato a transitare sul ‘ponte’ perché stava per rientrare a casa ed ha notato in lontananza, nei pressi del luogo dove prima avrebbe incontrato Genovese, un’auto circondata da carabinieri e polizia. 

“Io, sempre a bordo della mia vettura, ho tirato dritto ed ho realizzato che Stefanino Genovese aveva commesso il delitto”. D’Amico aggiunge altri particolari, come il fatto che Genovese con il quale il pentito asserisce di aver commesso un altro omicidio, avrebbe avuto all’epoca il possesso di “una pistola 22″, lo stesso calibro utilizzato per il delitto Alfano, e di un’altra pistola, una calibro 9×21. 

GAZZETTA DEL SUD

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