27 settembre 2015

Nino Di Matteo non riesce a trattenere la commozione. Il tritolo per lui è già a Palermo

26 Settembre 2015 di Katya Maugeri 

Taormina (ME). “Io dissi che lo faccio finire peggio del giudice Falcone, perché questo Di Matteo non se ne va, ci hanno chiesto di rinforzare, gli hanno rinforzato la scorta. E allora se fosse possibile a ucciderlo, un’esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo”. Terribili, agghiaccianti, sono le dichiarazioni che boss corleonese Totò Riina nel cortile del carcere milanese di Opera, rivolte al suo compagno d’ora d’aria Alberto Lorusso, mentre le telecamere della Dia di Palermo intercettavano ogni parola. Lo vuole morto, senza giri di parole. A dare conferma di quanto visto e sentito, sono le dichiarazioni dell’ex boss di Borgo Vecchio, Francesco Chiarello: “Il tritolo si trova già a Palermo, è stato trasferito in un nascondiglio sicuro”, dichiara il collaboratore di giustizia. 

Ma la conferma non arriva soltanto da Chiarello. Sempre l’anno scorso, infatti, anche il collaboratore di Barcellona Pozzo di Gotto, Carmelo D’Amico, parlò di centocinquanta chili di esplosivo, senza indicarne la sistemazione, perché forse, l’unico a sapere dove sia nascosto, è soltanto Vincenzo Graziano, colui che lo acquistò. Lo stesso che, al momento del suo arresto, burlandosi delle forze fece una rivelazione piuttosto inquietante: “L’esplosivo per Di Matteo dovete cercarlo nei piani alti” I piani alti, probabilmente, rappresentano i dirigenti statali. 

“Ho pudore a parlarne” lo dichiara commosso Nino Di Matteo, ieri a Taormina, durante l’incontro all’interno della kermesse letteraria Taobuk, la giornalista Evira Terranova – moderatrice dell’incontro – informa il pubblico di questa dichiarazione da parte del pentito Chiarello, rilegge quest’ultima notizia, “Il tritolo già a Palermo per Di Matteo”, lui con molta umiltà afferma che ultimamente la frase di Falcone fa eco nella sua mente “Il coraggio non è non avere paura”, piuttosto non farsi piegare, andare avanti. “Ho pudore a parlarne, purtroppo ho una brutta sensazione, ma amo il mio lavoro e lo vivo con enorme passione” lo ripete più volte commosso, visivamente consapevole di chi sono i suoi nemici. 

Perché lui stesso, durante l’incontro dichiara che è necessario parlare di mafia, di corruzione, che servono dibattiti costruttivi per abbattere i muri del silenzio, dell’indifferenza e dell’omertà, l’arma che ha ucciso più della mafia, poiché siamo di fronte a un’organizzazione che ha ucciso come nessun’altra prima, ha agito e compiuto in maniera atroce, eliminando ogni ostacolo. “Si parla poco, si riflette poco sul concetto di metodo mafioso”, parla di “obbligo morale della memoria e della conoscenza” perché Cosa nostra non è stata sconfitta, ha solo cambiato faccia e adesso siede nei salotti buoni. 

Presente all’incontro il giornalista Salvo Palazzolo, coautore del libro “Collusi – perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano a trattare con la mafia”, un libro lucido, diretto che dà la possibilità di raccontare ciò che non si racconta. “Abbiamo bisogno dell’Antimafia dei fatti” dichiara Palazzolo, “Il mafioso è chi imbastisce un progetto, un’idea, un programma dettagliato, da seguire”, “Lo Stato ci dovrebbe mettere in condizioni adeguate per lottare la mafia, il salto di qualità che occorre fare sarebbe un aiuto da parte dei politici, ma nei fatti non vedo nessuna volontà, non avvertiamo il sostegno della politica”, lo dichiara un Di Matteo deluso. “Molti politici definiscono noi magistrati come dei politicizzati, dei protagonisti egocentrici, sono gli stessi politici che adesso parlano bene di Falcone e Borsellino, quando ai tempi lo dicevano di loro”. 

Alla fine dell’incontro sono stati ricordati Pippo Fava, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tutte le vittime che hanno creduto nella loro missione, non martiri, ma uomini lasciati da soli, ai qual hanno rubato le ultime parole, “l’agenda rossa, gli archivi, ci hanno tolto le loro ultime parole, le parole della speranza”, e adesso abbiamo bisogno di fatti concreti affinché quel tritolo non distrugga altre parole, la missione di chi non molla e cammina a testa alta con dignità, nutrendo la speranza di debellare questa piaga sociale. [link]

Un altro pentito conferma: ''C'è l'esplosivo per Di Matteo''




Si tratta di Francesco Chiarello: “E' stato trasferito in un nascondiglio sicuro”

di Aaron Pettinari


“L’esplosivo per l’attentato al pm Nino Di Matteo è stato trasferito in un altro nascondiglio sicuro”. E' la rivelazione dell'ultimo pentito, ex boss di Borgo Vecchio, Francesco Chiarello. A dare la notizia è il quotidiano La Repubblica, incredibilmente soltanto nell'edizione locale di Palermo e non in quella nazionale, che mette in evidenza come il collaboratore di giustizia, con le sue dichiarazioni, ha già fatto riaprire le indagini sull'omicidio dell'avvocato Enzo Fragalà. In particolare Chiarello riferisce di aver appreso dell'esistenza dell'esplosivo dal suo compagno di cella, Camillo Graziano, figlio di quel Vincenzo Graziano accusato dal pentito Vito Galatolo di aver conservato l'esplosivo, acquistato in Calabria tra il 2012 ed il 2013, che doveva essere usato contro il pm del pool trattativa Stato-mafia. “Camillo Graziano – ha detto il pentito ai pm di Palermo Caterina Malagoli e Francesca Mazzocco, che stanno raccogliendo le sue dichiarazioni - mi disse che per fortuna suo padre era stato scarcerato, così aveva potuto spostare il tritolo”. Immediatamente il verbale su Vincenzo Graziano è stato trasmesso alla Procura di Caltanissetta che indaga proprio sul progetto di attentato nei confronti di Di Matteo.

Si tratta di un importante riscontro a quanto dichiarato da Vito Galatolo lo scorso anno. L'ex boss dell'Acquasanta, saputo che Graziano era stato scarcerato nel luglio dal tribunale del riesame, aveva deciso di collaborare con i giudici di Palermo. Con una lettera aveva chiesto un incontro con il pubblico ministero Di Matteo, e a lui aveva rivelato il progetto di attentato. “Sentivo che poteva succedere qualcosa di molto grave – ha raccontato lo scorso maggio al processo trattativa Stato-mafia - Eravamo stati avvicinati da persone di Cosa nostra che dicevano che si voleva fare un attentato al dottor Di Matteo, a Roma o a Palermo. Quando vengo arrestato nel 2014 vengo trasportato al carcere di Tolmezzo. Dopo un mese e mezzo vengo a sapere che è stato scarcerato Vincenzo Graziano sottocapo della famiglia dell’Acquasanta. Graziano voleva fare questo attentato ed aveva a disposizione 200 kg di tritolo. Mi sentivo la coscienza sporca”. A detta del pentito quel progetto di attentato era stato sollecitato da Matteo Messina Denaro in persona: “Di Matteo si doveva fermare perché stava andando troppo avanti. Questo lo spiega Messina Denaro nella seconda lettera, del dicembre 2012, alla presenza mia, di Biondino, di D'Ambrogio e di Vincenzo Graziano. Nella seconda lettera c'era il riferimento ai processi. Si doveva dare un segnale che la mafia era sempre pronta a reagire allo Stato anche qui si parlava in maniera affettuosa. Oltre all'attentato a Di Matteo si parlava di eliminare anche i due pentiti, “Manuzza”, Nino Giuffré, e Gaspare Spatuzza, Se accettavamo di fare l'attentato avremmo dovuto dire tutto a Mimmo (Biondino) che lui sapeva come organizzare. Biondino nello specifico si doveva occupare dell'esplosivo. C'erano da raccogliere dei soldi anche. Ed ogni mandamento doveva mettere due persone”. Tra i summit indicati dall'ex boss dell'Acquasanta ve ne è uno a Ballarò il pomeriggio del 9 dicembre 2012. In quel periodo su Girolamo Biondino pendeva un'indagine della Procura di Palermo. Dopo le verifiche degli inquirenti si è scoperto che proprio in quel pomeriggio la telecamera piazzata davanti casa del boss di San Lorenzo aveva smesso di funzionare per il maltempo. Da un’ulteriore verifica è emerso che era uscito con un familiare, anche lui sotto controllo. La voce di quel familiare è rimasta registrata al telefono mentre parlava con la moglie di Girolamo Biondino.
Dell'attentato a Di Matteo aveva parlato in un secondo momento anche il collaboratore di giustizia di Barcellona Pozzo di Gotto, Carmelo D'Amico. Chiarello quindi sarebbe il terzo pentito a riferire del progetto di morte. Purtroppo però neanche lui sa dove si trovino quei 150 kg di esplosivo che gli investigatori stanno cercando da tempo. Diverse perquisizioni erano state effettuate dai finanzieri del nucleo speciale di polizia valutaria e gli investigatori della Dia tra Monreale, l'Arenella e l'Acquasanta. Certo è che su Di Matteo vi è anche la condanna a morte di Totò Riina, dal carcere Opera di Milano, ed ogni riferimento sul progetto di attentato non può essere sottovalutato. Ad alimentare il mistero, poi, vi sono anche le parole sibilline di Vincenzo Graziano, forse l'unico che sa esattamente dove si trovi il tritolo, che la notte dell'arresto fece una battuta ai finanzieri: “L’esplosivo per Di Matteo dovete cercarlo nei piani alti”. Un segnale ulteriore che a volere la morte del magistrato non fosse solo Cosa nostra? Più che probabile. Del resto lo stesso Galatolo aveva riferito che per l'attentato Messina Denaro avrebbe messo a disposizione un artificiere: “Avevamo l'ordine che non dovevamo presentarci con questa persona. Questo ci stupiva, il fatto che non dovevamo sapere chi era questo uomo di Messina Denaro. Noi capimmo che era esterna a Cosa nostra e che poteva essere qualcuno dello Stato che era interessato a fare questa strage. Secondo noi non era una cosa solo di Messina Denaro, c’era qualcuno al di fuori di Cosa Nostra. Questo serviva a far capire a tutti che la mafia era ancora viva”. E alla domanda su quali fossero le garanzie ricevute da Cosa nostra il pentito aveva aggiunto: “Era arrivato il via libera di Messina Denaro per fare questo attentato. A Cosa Nostra non conveniva fare queste cose, sarebbero tornati gli anni ’90 con gli arresti e l’esercito nelle strade, ma c’era l’ordine che si doveva fare. Il fatto delle coperture che erano presenti era proprio scritto nella lettera. Era scritto che facendo quell’attentato non ci dovevamo preoccupare perché questa volta non sarebbe stato come negli anni ‘90 e saremmo stati coperti. E quindi abbiamo accettato”.

Torna sotto i riflettori il movimento politico voluto da Bagarella “Sicilia Libera”


di Lorenzo Baldo


“Piddu Madonia mi disse di votare per Berlusconi che stava cercando di fare qualcosa per far chiudere Pianosa e l’Asinara e far alleggerire il 41bis. Era il periodo delle votazioni, io dissi ad amici e parenti di votare Forza Italia. Madonia mi diceva che la sofferenza non sarebbe durata tanto e che se avesse vinto Forza Italia avrebbero fatto chiudere Pianosa e l’Asinara, avrebbero alleggerito il 41bis e sarebbero intervenuti sulla legge sui collaboratori”. E’ l’ex stiddaro del ragusano, Angelo Cappello, a parlare in videoconferenza al processo sulla Trattativa. Per alcuni mesi del ’94 era stato detenuto nel carcere di Siracusa nella stessa cella assieme al rappresentante provinciale di Cosa Nostra per Caltanissetta, nonchè componente della “commissione regionale” (condannato tra l’altro all’ergastolo per la strage di Capaci) Giuseppe “Piddu” Madonia. Che gli avrebbe rivolto queste confidenze su Berlusconi e Forza Italia. Il pentito Cappello racconta che ad ottobre ’92, dopo il suo arresto, per un primo periodo era stato detenuto a Ragusa e dopo alcuni spostamenti in altre carceri era stato trasferito al supercarcere di Pianosa in pieno 41bis. “A Pianosa la detenzione era molto dura – racconta il pentito –. Eravamo messi tutti assieme, mi vedevo con palermitani, napoletani, calabresi”. Tra i sodali palermitani con i quali aveva avuto rapporti c’erano i boss: Antonino Troia, Gioacchino La Barbera, Salvatore Montalto, Antonio Troia, Giuseppe Maria Di Giacomo e il nipote di Totò Riina, Francesco Grizzaffi. Quest’ultimo, a detta di Cappello, durante l’estate del ’93 aveva raccolto le sue lamentele per essere stato schiaffeggiato da una guardia carceraria. “Grizzaffi mi disse di non preoccuparmi che Pianosa e l’Asinara sarebbero state chiuse e che il 41bis sarebbe stato alleggerito. Tutto questo sarebbe avvenuto grazie a un personaggio, a un ‘dottore’… il nome non me lo fece e io non glielo chiesi”. In aula la difesa di Dell’Utri lamenta che il nome “Berlusconi” sarebbe uscito solamente in questo contesto e non prima. Di fatto nei verbali riassuntivi il riferimento esplicito è quello di sostenere Forza Italia per ottenere quei benefici tanto agognati per i detenuti. Al di là del riscontro da espletare sui verbali integrali restano le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che non fanno altro che avallare le precedenti affermazioni di chi ha affrontato questi temi prima di lui.

L’epopea di “Sicilia Libera”
Con l’audizione del funzionario della Dia, Giuseppe Fonti, si è tornati a parlare del movimento politico“Sicilia Libera”, espressamente voluto dal boss di Cosa Nostra Leoluca Bagarella. Di fatto nell’autunno del ’93 l’ex imprenditore di Brancaccio legato a Cosa Nostra, Tullio Cannella,  su indicazioni di Bagarella, aveva contribuito alla nascita di questo movimento autonomista durato pochissimi mesi e poi scioltosi in coincidenza con la nascita di Forza Italia. “Sicilia Libera”, però, non può essere etichettata unicamente come il risultato della decisione solitaria di un boss di Cosa Nostra. Così come ha ricordato l’ex pm Antonio Ingroia in una recente intervista in quel periodo storico “si costituivano delle leghe meridionali che avevano come punti di riferimento Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, cioè la P2 e la destra eversiva a loro volta collegati a pezzi della criminalità organizzata italiana”.  Nell’indagine denominata “Sistemi Criminali” (condotta dai pm Scarpinato, Gozzo, Lo Forte e lo stesso Ingroia) si ipotizzò che con quelle leghe si sarebbe potuto arrivare ad “un vero proprio progetto di golpe”. Che non si è mai realizzato, ma che probabilmente è “confluito” in quella trattativa “politica” tra Stato e mafia sulla quale oggi si tenta di fare luce. 

Prossima udienza giovedì 1° ottobre.
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