17 novembre 2015

Di Matteo, le indagini su via d'Amelio e i mandanti esterni



di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 16 novembre 2015


“Secondo me durante le indagini sono emersi molti elementi per ritenere che vi siano altri coinvolgimenti. Non soffermiamoci solo sul depistaggio messo in atto da Scarantino”. E' così che Nino Di Matteo, rispondendo alle domande di avvocati e pm, di fronte alla Corte d'assise presieduta da Antonio Balsamo, parla dei mandanti esterni sulle stragi e di quegli elementi che, già negli anni Novanta, ne facevano prefigurare un coinvolgimento. “Sono sempre stato convinto che l'organizzazione mafiosa non avesse agito da sola - dice rispondendo in particolare al pm Paci - E lo sono stato sulla base di una serie di elementi di allora. C'erano le dichiarazioni di Cancemi che sin dall'inizio della collaborazione parlò di persone importanti con le quali, aveva saputo da Raffaele Ganci, c'erano stati contatti di poco precedenti rispetto la strage di Capaci. C'era ancora un profilo che veniva fuori da tutte le indagini e non solo da Scarantino. Un profilo consacrato credo anche dalle sentenze definitive, quello relativo ad una cosiddetta accelerazione anomala della esecuzione della strage di via d'Amelio rispetto al programma di attentati eccellenti per cui l'uccisione di Borsellino doveva essere posta rispetto ad altri soggetti, in particolare di alcuni soggetti politici come l'onorevole Mannino ed altri. Ma quel che più mi convinse fu l'indagine Contrada per concorso in strage”.

L'ex numero tre del Sisde e la presenza in via d'Amelio
Ricostruendo i punti salienti dell'indagine Di Matteo riferisce quanto era stato detto da alcuni ufficiali del Ros, in particolare Umberto Sinico, sul fatto che la prima pattuglia intervenuta in via D'Amelio aveva notato il dottor Contrada allontanarsi da quella via. A riguardo era stata fatta una relazione che poi sarebbe stata stracciata negli uffici della polizia di Palermo. “Quell'ufficiale era stato sentito dalla Boccassini nel 1992 – ricorda Di Matteo - il quale aveva detto che era vero, di aver riferito quelle cose ad Ingroia ma senza dire quale fosse la fonte in quanto 'si trattava di un amico' e che non voleva esporlo. Quando riprendo in mano questo fascicolo io chiedo il motivo per cui la cosa non viene esplorata. C'erano state anche altre acquisizioni, come quella di Canale che confermò il fatto che Sinico aveva saputo questa cosa. Solo successivamente Sinico rivela il nome di chi gli aveva rivelato quel fatto ovvero un allora appartenente del Ros poi passato alla Mobile di Palermo, il dottor Roberto Di Legami. Sulla relazione strappata vi furono anche conferme da parte di Raffaele del Sole, altro ufficiale dei carabinieri del Ros, e io predisposi pure dei confronti. Ognuno restò sulle proprie convinzioni ma Di Legami disse 'stanno mentendo ma io so pure perché stanno mentendo'. Così noi avevamo testimonianze opposte su un punto fondamentale, la presenza sospetta di un funzionario di alto livello del Sisde sul ruolo della strage avevamo testimonianze opposte. Io comunque feci una richiesta di rinvio a giudizio per Di Legami perché erano due ufficiali contro uno. Questo contrasto tra le posizioni degli ufficiali ed il fatto che uno di loro ha pure affrontato un processo per questo era sintomatico che vi fosse qualcosa che non andava. Così come tanti altri elementi che riguardavano il protagonismo di Contrada in via D'Amelio che venivano riferiti e poi ritrattati o sminuiti”.

La nota dei Servizi 
In merito ad una collaborazione dei Servizi di sicurezza per la raccolta delle informazioni e notizie sulla strage di via d'Amelio vi fu persino una nota del Sisde. “All'epoca non seppi nulla – racconta il pm palermitano rispondendo alla domanda del collega Luciani – Alla fase finale della mia permanenza a Caltanissetta '98/'99 seppi, dalla lettura di atti, che c'era stata una nota del Sisde di Palermo che riguardava tra l'altro la possibilità del coinvolgimento di un tale Scarantino (non si specificava a quale titolo né a quale modo) nella vicenda della strage via D'Amelio. Rimasi abbastanza sorpreso, lessi quella nota e sembrava molto generica, mi erano ben note tutte le indagini che avevano riguardato a Palermo ma anche a Caltanissetta il dott. Contrada, perché di quelle indagini sulla possibilità di un concorso in strage. Nella nota si faceva riferimento a Scarantino e alla sua appartenenza ad una confraternita e ad un – credo poi non riscontrato nei fatti – rapporto di parentela o di collegamento tra la famiglia Scarantino e la famiglia dei Madonia. Sulla base di quelle che erano le nostre acquisizioni in altre indagini e in altri processi, noi avevamo sempre ritenuto che il mandamento in cui ricadeva il territorio di via D'Amelio e quindi di Resuttana, famiglia Madonia, dovesse essere necessariamente coinvolta. Avevamo trovato un ulteriore elemento di riscontro in quelle che erano le accuse che all'epoca venivano mosse anche sulla base di testimonianze dei parenti del dott. Borsellino alla famiglia Scotto, risultandoci fin da allora e poi nel tempo in maniera sempre più chiara il rapporto di assoluta fiducia tra i Madonia di Resuttana, in particolare Madonia Antonino, Madonia Salvatore e Madonia Giuseppe e il padre Francesco con Gaetano Scotto”.

Scotto, l'ombra dei Servizi e quelle intercettazioni abusive
Approfondendo proprio quegli elementi emersi nelle indagini sugli Scotto, Di Matteo torna ancora una volta a parlare dei Servizi deviati. L'occasione è data dalla domanda se fosse mai venuto a conoscenza di contrasti tra Arnaldo La Barbera e Gioacchino Genchi. “Non ho mai capito perchè il dott. Genchi si fosse lamentato con il dott. La Barbera dell'arresto di Pietro Scotto – risponde Di Matteo -. Se Scotto (Gaetano, ndr) – , stiamo facendo le ipotesi di allora e non voglio parlare di quelle di ora -, era l'elemento di congiunzione tra mafia e Servizi, in che modo il progredire delle indagini nei confronti di Scotto Pietro e poi successivamente Scotto Gaetano avrebbe aiutato i Servizi 'deviati'?”. Di Matteo specifica quindi di essere rimasto colpito dall'affermazione di Scarantino sulla presenza di Scotto (Gaetano, ndr) la mattina del 18 luglio alla Guadagna e alla dichiarazione che lo stesso Scarantino attribuiva a Gaetano Scotto: 'stavolta l'abbiamo fottuto con le intercettazioni'. Il sostituto procuratore di Palermo ribadisce che questo elemento “coincidesse con quelle che erano le testimonianze dei familiari di Borsellino, del dottore Genchi sulle anomalie riscontrate nel sistema telefonico di casa Fiore-Borsellino e sul fatto che sostanzialmente attraverso dei riconoscimenti era provata la presenza di Scotto Pietro in via D'Amelio tra il 14 e il 16 luglio quando invece quella presenza no era giustificata dagli ordini di servizio della Sielte”. “Questo ci faceva ritenere che c'era stata un'intercettazione telefonica abusiva”, ribadisce quindi il pm di Palermo. Che sottolinea come recentemente siano venuti fuori “degli elementi che possono comprovare l'esistenza di intercettazioni abusive: mi riferisco alle esternazioni di Salvatore Riina colte da noi nell'agosto-settembre 2013”. Altro punto di contatto tra le indagini di via d'Amelio ed i Servizi, secondo quanto riferito in aula, è poi dato da un altro elemento, ovvero la presenza negli uffici della Procura di un appartenente del Sisde, Rosario Piraino. “Questo soggetto, di cui mi sono occupato a Palermo successivamente, era solito interloquire con i magistrati. Io non ne capivo il motivo. Lui aveva un rapporto di frequentazione assidua con un giudice supplente del primo processo Borsellino. Vedevo la presenza significativa di Piraino e poi, dopo aver acquisito le agende di Contrada, emerse che il giorno 20 luglio fosse venuto a parlare con Tinebra assieme a Piraino”.

Alfa e Beta
Durante la deposizione Di Matteo ricorda anche le difficoltà vissute negli ultimi anni a Caltanissetta, in particolare nel momento in cui, assieme al pm Tescaroli, si spingono ad indagare su Berlusconi e Dell'Utri. “Nell'ultimo periodo della mia permanenza a Caltanissetta – aggiunge - con il dott. Tescaroli e altri colleghi avevamo insistito sulla base di alcune dichiarazioni, in particolare di Cancemi, perché le indagini si svolgessero con un'ipotesi investigativa consacrata con iscrizione di notizia di reato 'Alfa e Beta' quindi Berlusconi e Dell'Utri. In quell'ultimo mio periodo a Caltanissetta ci fu una delega a me e a Tescaroli della conduzione di quella indagine. Non ricevevamo nemmeno grandi risposte dalla Polizia giudiziaria delegata. Nell'ultimo periodo mi concentrai di più sulla preparazione delle requisitorie in particolare quella del Borsellino ter. Da un punto di vista investigativo ci fu uno scollamento tra me e Tescaroli da una parte e il resto della procura di Caltanissetta dall'altra. Così alcune preliminari deleghe vennero conferite alla Dia di Roma, però già il fatto che la Dia di Roma vedesse arrivare sul proprio tavolo le deleghe a firma di due sostituti che erano i più giovani del pool della Dda di Caltanissetta probabilmente dava anche un po' il metro di quale fosse la convinzione dei vertici della Procura su quelle indagini”.


Tinebra
Sulle indagini nei confronti di Berlusconi e Dell'Utri torna poi rispondendo ad una domanda dell'avvocato Fabio Repici: “Dopo le dichiarazioni di Cancemi eravamo convinti di procedere con l'iscrizione con nomi falsi. Cancemi aveva detto che tra Capaci e Via D'Amelio c'è stata una riunione a casa di Guddo dove Riina disse che si doveva fare la strage di via d'Amelio. Alle perplessità espresse da Raffaele Ganci il Riina avrebbe detto 'non vi preoccupate, la responsabilità è mia, abbiamo il contatto con Berlusconi e Dell'Utri e li dobbiamo appoggiare ora e in futuro di più'. Chiedemmo, io e Tescaroli, ma anche la Palma e Petralia erano d'accordo, a Tinebra una riunione ad hoc della Dda. Ci riunimmo e in questa riunione Tinebra si presento con una copia de 'Il Giornale' sotto braccio dove vi era un titolo relativo alle dichiarazioni di Cancemi. Tutti prendemmo la parola e poi Tinebra disse 'io non sono d'accordo ma se voi lo siete iscrivetelo con la secretazione, ma su questa cosa non pretendete che io possa partecipare alle vostre indagini'. Ecco perché le deleghe erano firmate da me e Tescaroli e forse qualche altra anche da Giordano”. 

Vito Galatolo ed il progetto di attentato
Un altro tassello importante nell'udienza odierna è dato dal racconto che il pm Di Matteo fa del suo incontro con il collaboratore di giustizia Vito Galatolo, il 3 novembre 2014. E' quella la prima volta che il pentito riferisce all'autorità giudiziaria del progetto di attentato nei suoi confronti, indicando persino i mandanti altri che vorrebbero l'esecuzione. “I dubbi sulla presenza di mandanti esterni nelle stragi ci sono sempre stati e nel tempo il convincimento di ciò è persino aumentato - racconta il pm che indaga sulla trattativa Stato-mafia - Un ulteriore dato è stato raccolto il 3 novembre 2014.


Un mafioso, Vito Galatolo, aveva scritto una lettera dal carcere, personalmente a me per essere interrogato. Io ne parlai con il procuratore aggiunto Vittorio Teresi che convenne sul fatto che se un soggetto chiedeva di parlare era opportuno andarci. Così feci e mi recai presso il carcere di Parma con un ufficiale di Polizia giudiziaria della Finanza. Quando arrivai il soggetto, detenuto al 41 bis, era in un evidente stato di agitazione e mi faceva segno di spegnere il registratore. Io non lo feci e lui mi disse di essersi sbagliato, in quanto pensava fossi un pm che si occupava di un procedimento per cui era detenuto. Si scusò ma nel momento che spensi il registratore questi iniziò a parlare e, sempre alla presenza del funzionario, mi disse: 'Guardi che nei suoi confronti c'è un piano di attentato già in avanzatissima fase. Abbiamo già studiato come ucciderla a Palermo, abbiamo fatto pedinamenti ed abbiamo anche concepito un piano diverso per ucciderla a Roma dove lei si muove con una scorta meno professionalmente attrezzata'. 

Non è su questo che mi voglio soffermare, né sull'acquisto di esplosivo, anche perché ci sono indagini in corso della Procura di Caltanissetta, ma vi è un aspetto che mi colpì molto perché in quella stanza c'era un'immagine di Falcone e Borsellino. Lui indicò la fotografia. Prima riferendosi a Falcone disse: 'Le vede? Con quella cosa non c'entra niente perché là è tutto chiaro'. E poi fa: 'L'altro - indicando Borsellino - Io ero piccolo e poi ho saputo. Ed è la stessa cosa che sta succedendo con lei.. a noi ce l'hanno chiesto'. 

E' questo l'elemento di riflessione che porto. Il riferimento che loro hanno agito su richiesta di altri. Queste parole sono state dette”. Prima di rinviare il processo al 18 novembre, quando sarà sentita la dottoressa Anna Maria Palma, il presidente Balsamo dispone che il prossimo 14 dicembre sarà sentito in trasferta, nella sede del Senato, l'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Quest'ultimo è teste dell'avvocato di parte civile che rappresenta Salvatore Borsellino, Fabio Repici. [link]
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