10 novembre 2015

I Verbali inediti del pentito. L’affiliazione ei primi omicidi. D’amico racconta la sua ascesa. Perche’ pentirsi? “Temevo la scomunica di Papa Francesco”

10 novembre 2015 di Leonardo Orlando – Barcellona 

Il sostituto procuratore della Dda di Messina, Angelo Cavallo, ha depositato stralci di nuovi verbali al processo scaturito dall’operazione antimafia “Torrente”, dai quali emergono nuove rivelazioni rese dal pentito Carmelo D’Amico sull’organigramma dei “Barcellonesi”, su omicidi commessi nei primi anni 90 e sulle ingerenze che la famiglia mafiosa, attraverso le sue articolazioni territoriali – in particolare dei “Mazzarroti” – riusciva ad esercitare sulla politica dei Comuni dell’hinterland, da Mazzarrà a Furnari (tutti temi che affronteremo, ndr). Dalle dichiarazioni di Carmelo D’Amico, si apprendono i motivi della sua “conversione”. D’Amico ha infatti rivelato di essersi “pentito” dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco, temendo la scomunica. Poi il pentito ha rivelato di essere stato spinto a compiere il passo decisivo grazie ad una lettera di suo fratello Elio che lo esortava ad abbandonare quella “vita”. D’Amico ha rivelato di essere entrato a far parte del clan dei barcellonesi quando aveva circa 18 anni, nel 1989. Ad introdurlo nell’organizzazione fu Antonino “Nino” Ofria, deceduto poi in un incidente stradale. Il pentito ha detto, inoltre, che in precedenza, assieme a Salvatore Micale commetteva furti e rapine con alcuni ragazzi di Fondaconuovo, tra i quali indica Orazio Maggio inteso “u Sceccu” ed un tale Tindaro di cui afferma di non ricordare il cognome. “Con le stesse persone – ha aggiunto – “abbiamo fatto una rapina al cinema Corallo, esplodendo anche un colpo di pistola”. Poi torna a parlare della sua “affiliazione” che non ebbe cerimonia per non lasciare “tracce” che in seguito potevano essere utilizzate dai pentiti. “Nino Ofria – racconta D’Amico – mi prese a ben volere. Vi era un rapporto di intensa frequentazione. In quel periodo ho cominciato a fare furti di auto, rapine, danneggiamenti, collocamenti di bottiglie incendiarie, sempre per conto dell’associazione. Era lui che mi diceva quello che dovevo fare, quali furti e quali bottiglie dovevo collocare, ed io eseguivo”. Poi D’Amico parla di uno dei sui primi omicidi, quello di Antonino “Nino” Grasso, detto “Barilotto”, avvenuto nella notte fra il 30 novembre ed il primo dicembre del 1991, accanto alla discoteca “Pine Apple” di Portorosa. Grasso – secondo il pentito – aveva tradito i “Barcellonesi” transitando nel gruppo di Pino Chiofalo. A partecipare al delitto, oltre a D’Amico, Mimmo Tramontana e Salvatore Micale. Quella notte fu Mimmo Tramontana ad attirare fuori dalla discoteca Nino Grasso col pretesto di dovergli parlare. Tramontana aveva con se una pistola calibro 7,65 che gli fu consegnata dallo stesso D’Amico e poi un coltello preso al bar del locale. Una volta fuori, Grasso fu immobilizzato da D’Amico e Micale, mentre Tramontana gli diede una coltellata allo stomaco, senza riuscire ad ucciderlo perché il coltello si piegò. A questo punto Tramontata prese la pistola e sparò alla vittima con un colpo al mento e uno alla tempia.


LA COMMISSIONE “Nel 1989 quelli che comandavano nell’ambito dell’associazione della famiglia barcellonese erano Salvatore Ofria, Filippo Barresi, Eugenio Barresi, Pippo Gullotti, Giovanni Rao, Pippo Iannello e Mario Calderone”. A rivelare i nomi della Commissione che si “sedeva al tavolino” per dettare legge è Carmelo D’Amico, che ha poi indicato, facendo sempre riferimento all’anno 1989, il resto dei componenti della “famiglia”: l’avv. Saro Cattafi, Ciccino Cambria ex responsabile dell’autoparco comunale, Felice Spinella, il dottor Angelo Ferro ucciso nel 1993 a Milazzo, Carmelo Calabrò, Giuseppe Isgrò, Carmelo Bisognano, Carmelo D’Amico, Francesco D’Amico, Nunziato Siracusa inteso “u Cuccu”, Carmelo Vito Foti, Antonino Calderone detto “Caiella”. 

Gazzetta del Sud
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