8 febbraio 2016

L’OPERAZIONE ANTIMAFIA ‘GOTHA 6′. L’ORRIDA CATENA DI OMICIDI LUNGA UN DECENNIO



8 febbraio 2016 - di LEONARDO ORLANDO 

BarcellonaPG – Svelati i particolari di uno dei delitti “eccellenti” ordinati dal “Gotha” mafioso dei “Barcellonesi”. Grazie alle rivelazioni di Nunziato Siracusa che ha confermato, completandole, le rivelazioni già fatte nel 2011 dal pentito Santo Gullo, gli inquirenti hanno ricostruito i particolari dell’omicidio dell’imprenditore di Merì Giovanni Di Paola, ucciso intorno alle 20,30 del 6 ottobre del 1995 lungo l’A20, subito dopo il casello di Brolo. L’uomo fu freddato su mandato dei boss Giovanni Rao e Sem Di Salvo che per l’omicidio incaricarono Antonino Calderone, detto Nino Caiella, che agì assieme a Nunziato Siracusa e Santo Gullo. L’omicidio fu eseguito perché Di Paola, pur non essendo associato all’organizzazione mafiosa dei barcellonesi, era coinvolto, assieme a Rao Giovanni, Barresi Filippo ed altri, nella gestione della Cep, impresa proprietaria di un impianto di calcestruzzo. A quanto pare Di Paola sarebbe stato ucciso in quanto lo stesso si era impossessato di denaro dell’impresa, sottraendolo dalle relative casse, all’insaputa degli altri “soci”. L’omicidio sarebbe stato ordinato durante la latitanza di Rao che si era rifugiato presso l’abitazione del camionista Angelo Mataffesi, ex cognato di Siracusa, dove Giuseppe Isgrò, il ragioniere della mafia componente dell’organizzazione, si recava periodicamente a rendicontare l’attività della Cep. La Cep e le aziende ad essa collegate, rappresentavano di fatto la cassaforte del gruppo dominante che faceva capo al quadrunvirato capeggiato da Giovanni Rao. E Giovanni Di Paola sarebbe stato condannato a morte dallo stesso Giovani Rao e dal sodale Filippo Barresi. Di quel delitto ha parlato a lungo Santo Gullo, in quanto ha partecipato, assieme a Nunziato Siracusa, alla missione di morte compiuta in trasferta. Gullo rivelò per primo i nomi dei presunti componenti del gruppo di fuoco che il 6 ottobre 95 uccisero l’imprenditore di Merì, fondatore della Cep. A sparare – stando al racconto del collaboratore di giustizia – sarebbe stato “Nino Calderone (detto Caiella), mentre – dice Gullo – Nunziato Siracusa guidava l’auto che avevo rubato io. Io invece seguivo i killer con un’auto pulita”. “In un primo momento l’omicidio doveva essere consumato nel suo negozio a Capo d’Orlando (quella sera poco prima del delitto era stato inaugurato un centro estetico a Capo d’Orlando denominato “Ideal line system” che doveva essere gestito dalla convivente della vittima, risparmiata miracolosamente dai killer in quanto la donna con i suoi tre figli assieme alla baby sitter si trovava sulla stessa auto condotta dalla vittima). Di Paola era un imprenditore ed aveva degli appartamenti anche a Floresta e fu cercato per diverso tempo, anche con l’aiuto di Stefano Genovese. Anche Carmelo Barberi Triscari “era a conoscenza dell’omicidio” in quanto aveva rivelato che l’uomo si rifugiava in una villetta a Floresta. La conoscenza dei mandanti del delitto contribuì successivamente alla condanna a morte dello stesso Carmelo Barberi Triscari il cui corpo fu inghiottito dalla “lupara bianca”. 

--- Il boss Giuseppe Gullotti che l’8 gennaio del 1993 aveva ordinato l’eliminazione del giornalista Beppe Alfano, il 23 luglio dello stesso anno assieme a Salvatore “Sem” Di Salvo, avrebbe ideato e compiuto uno dei più efferati e ignobili delitti partecipando personalmente alle sevizie che furono inferte alla vittima, tale Domenico Pelleriti di Basicò, ritenuto autore di un furto ai danni di un commerciante che pagava il pizzo. Giuseppe Gullotti e Salvatore Di Salvo, che ancora avevano la pretesa di farsi passare per persone per bene, ricoprendo invece il ruolo di meri ideatori e mandanti di una esecuzione mafiosa classificata poi come “lupara bianca”, avevano ordinato a Santo Gullo, divenuto poi collaboratore di giustizia, di prelevare Domenico Pelleriti e condurlo sul luogo dell’omicidio, consegnandolo poi ai suoi aguzzini che lo attendevano in contrada Salicà di Terme Vigliatore nel vivaio di proprietà di Nunziato Siracusa. In particolare Pippo Gullotti, Sem Di Salvo e Mimmo Tramontana, costringevano Domenico a subire un pesante “interrogatorio” contro la sua volontà, immobilizzandolo e legandolo ad una sedia, colpendolo ripetutamente con schiaffi e pugni al fine di costringerlo a confessare la commissione o comunque la sua partecipazione ad un furto, così sottoponendolo a sevizie fisiche e morali. Secondo il racconto di Nunziato Siracusa, il secondo collaboratore di giustizia che partecipò al delitto, all’interno del rudere ubicato nel vivaio il Pelleriti era stato immobilizzato su una sedia, quindi, mentre il Siracusa ed il Giambò attendevano all’esterno, anche con l’incarico di scavare una fossa, lo stesso era stato sottoposto, ad opera del Gullotti, di Di Salvo e del Tramontana, ad una sorta di violento interrogatorio durato una trentina di minuti. Terminato di scavare la buca, Siracusa aveva fatto rientro nel rudere, dove aveva constatato che il Pelleriti, ancora vivo, presentava il volto tumefatto per le percosse ricevute. Nel frangente Gullotti aveva concesso alla vittima una sigaretta, quindi aveva ordinato che gli venisse tolto il portafogli ed i gioielli, sicché il denaro ed i preziosi erano stati distribuiti tra i presenti, infine si era allontanato assieme al Di Salvo, ordinando al Tramontana di fare quanto già concordato e di seppellire il cadavere dopo averlo coperto con della calce. I suoi resti, nonostante gli scavi, non sono stati ritrovati. In effetti, allontanatisi il Gullotti ed il Di Salvo, il Siracusa, assieme al Giambò ed al Tramontana, avevano provveduto a immobilizzare ulteriormente il Pelleriti, ad incappucciarlo, quindi lo avevano calato nel fosso, scavato ad una trentina di metri dalla proprietà del Siracusa, dove gli avevano sparato due colpi di pistola alla testa, il primo esploso dal Tramontana, il secondo, con la medesima pistola, una cal. 7,65 ricavata da un’arma giocattolo, dal Siracusa. Verificata la morte della vittima, il cadavere era stato coperto prima con calce, quindi con terra e fogliame. Già le rivelazioni di Gullo del 2011 furono sensazionali. Il pentito raccontò, così come si sospettata già all’atto della sparizione, che il giovane fu ucciso perché sospettato di aver rubato un camion carico di sanitari a Basicò ad una ditta che pagava il pizzo. Per questo caso si sarebbero mobilitati persino il capo di allora della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi”, il boss Giuseppe “Pippo” Gullotti che avrebbe protetto il commerciante che pagava il pizzo. Gullo all’epoca non seppe indicare la tomba di Pelleriti perché come da regola non tutti partecipavano alla fase successiva, quella di far sparire il cadavere negli abissi della “lupara bianca”. L’auto del giovane invece fu spostata da contrada Salicà e abbandonata a Patti. I genitori della vittima, a causa di azioni di sciacallaggio, per quasi vent’anni hanno creduto che il figlio fosse vivo. Per la stessa vicenda, in precedenza dieci giorni prima – il 23 marzo del 1993 –, si era verificata la sparizione di altro giovane, Antonino Ballarino, ucciso dopo essere stato rapito con la complicità di Santo Gullo, da Mimmo Tramontana e Carmelo Giambò. Il cadavere fu poi fatto sparire da Carmelo Bisognano, aiutato a sua volta da Enrico Fumia e Ignazio Artino, che lo seppellirono in contrada Gorne a Mazzarrà, dove durante la campagna di scavi del 2011 furono ritrovati i resti. 

--- Domenico Chiofalo, 30 anni, inteso “u Niru”, sulle cui tracce i carabinieri della Compagnia di Barcellona si erano già messi la stessa in cui il giovane partecipò all’eclatante uccisione di Giovanni Isgrò avvenuta nel salone da barba il primo dicembre del 2012, avena iniziato la sua carriera di sicario partecipando assieme al capo della dei “Mazzarroti” Tindaro Calabrese  all’agguato teso ad Oliveri a Nunziato Mazzù nella serata del 13 dicembre del 2005. Un debutto “importante” in uno scenario da criminalità organizzata avvenuto quando “u Niru” aveva appena 20 anni per eliminare Nunziato Mazzù che all’indomani avrebbe dovuto fare dichiarazioni spontanee al primo maxi processo “Mare nostrum” nel quale era imputato per associazione mafiosa. Mazzù, infatti, oltre ad essere stato affiliato alla criminalità organizzata, era cognato dei boss Sem Di Salvo e di Salvatore Ofria, due “mammasantissima” dell’organizzazione dei “Barcellonesi”. E per questo, come racconta il primo pentito a parlare del delitto Carmelo D’Amico, Sem Di Salvo e Giovanni Rao, con l’avallo dello stesso Salvatore Ofria, avrebbero deciso l’eliminazione di Nunziato Mazzù per il timore che “potesse collaborare con la giustizia se non adeguatamente controllato”. Mazzù infatti, da tempo, aveva preso la “strada dell’aceto” spacciando droga assieme ad un gruppetto di balordi consumatori di cocaina che inizialmente furono sospettati per una partita di coca non pagata. Lo stesso Carmelo D’Amico ha spiegato ai magistrati della Dda di aver ricevuto – già prima dell’arresto di Sem Di Salvo per l’operazione Omega – l’ordine di eliminare Mazzù qualora avesse “sgarrato” nel suo comportamento. Così D’Amico, dopo averne parlato con Salvatore Ofria, anche lui cognato di Mazzù, aveva posto sotto controllo Nunziato e – racconta il pentito -, “quando ad un tratto, questi era sembrato scomparire dalla circolazione”, aveva interpellato Giovanni Rao, il quale “aveva autorizzato l’omicidio, ritenendo, peraltro, il Mazzù un confidente di polizia”. Ad organizzare l’agguato scegliendo i sicari, fu sempre D’Amico il quale per rispettare la competenza territoriale aveva contattato il capo dei “Mazzarroti” Tindaro Calabrese, in quanto l’omicidio doveva essere realizzato nell’area soggetta al controllo di quest’ultimo. Calabrese aveva accettato l’incarico, chiedendo al D’Amico la fornitura di alcune pistole e riferendo, invece, di essere in possesso di un fucile. Così D’Amico tramite Domenico Chiofalo “u Niru” e Aurelio Micale fece avere a Tindaro Calabrese, due pistole, una 7,65 ed una 38. Del gruppo di fuoco, oltre a Calabrese, faceva parte Domenico “u Niru”, al suo primo incarico. Carmelo Trifirò, inteso “Carabbedda”, socio di Calabrese e suo luogotenente, guidava invece la Lancia K utilizzata per la spedizione mortale. D’Amico con quel delitto voleva “testare” la preparazione di Domenico Chiofalo come killer e per questo lo aveva affiancato al più esperto Tindaro Calabrese che fin da quando era pastore aveva dimostrato dimestichezza con le armi. Chiofalo con la calibro 38 era appostato sul sedile posteriore della vettura in attesa che in una stradina arrivasse Mazzù che da Barcellona si era trasferito a Oliveri. Calabrese invece era appostato a lato del conducente imbracciando un fucile. La sequenza fu terribile. Mazzù che implorava in ginocchio la salvezza. I sicari invece, con Calabrese attingevano Mazzù con due colpi di fucile, mentre Chiofalo, invece alla sua prima esperienza aveva mancato il bersaglio. Per finire la vittima Calabrese con ferocia l’aveva colpita alla testa con il calcio del fucile causando la fuoriuscita di materia grigia. Anche il fratello di Carmelo D’Amico, Francesco, ha confermato i fatti, asserendo di “avere appreso dal fratello che Chiofalo “aveva tenuto un comportamento non adeguato”, tanto che Calabrese se ne era lamentato”. 

--- L’operazione “Gotha VI” ha consentito di individuare e arrestare organizzatori ed esecutori della spietata uccisione di Giovanni Isgrò, il giovane di 23 anni, freddato la sera del primo dicembre del 2012, in un salone da barba di Barcellona con una azione tipicamente mafiosa. Isgrò che quella sera si trovava in compagnia di Peppe Ofria il quale fu risparmiato dal fuoco “amico” perché figlio del più noto boss Salvatore Ofria, sarebbe stato ucciso dalla banda emergente di Pozzo di Gotto retta momentaneamente da Nino Calderone inteso Caiella che in quel periodo storico era entrata in rotta di collisione con il gruppo del quartiere San Giovanni che faceva capo a Giovanni Perdichizzi di cui la vittima era “figlioccio”, ucciso poi un mese dopo la seda di Capodanno del 2013. L’omicidio di Giovanni Isgrò, in particolare, sarebbe stato scatenato dal “sospetto” che uno dei killer, Domenico Chiofalo inteso “u Niru”, nutriva nei confronti della vittima. Infatti circa 20 giorni prima Domenico Chiofalo subì un agguato. L’auto su cui viaggiava, poi fatta sparire, fu fatta bersaglio di colpi d’arma da fuoco e lo stesso Domenico Chiofalo  ferito di striscio, tanto che dovette subire un ricovero giustificandolo al pronto soccorso con un ferimento a seguito di incidente stradale. Ad agire contro Chiofalo furono due giovani su uno scooter che a loro volta nelle fasi concitate ebbero un incidente. Nei giorni successivi Domenico Chiofalo ed i suoi amici che già sospettavano di Giovanni Isgrò, avrebbero avuto una sorta di conferma perché il giovane manifestava un’andatura claudicante segno di un infortunio. Così, con il consenso di Nino Caiella che preservò da morte sicura Peppe Ofria, fu decisa l’eliminazione di Giovanni Perdichizzi. A fare irruzione nel salone “Hair fashion by U Babberi” dove si trovavano Giovanni Isgrò e Peppe Ofria, furono lo stesso Domenico Chiofalo e Aurelio Micale che esplodevano diversi colpi, due dei quali centravano la vittima designata. Ad attendere i due killer in auto, pronto per la fuga, c’era invece Franco Munafò, che lo scorso anno è transitato nei collaboratori di giustizia contribuendo a svelare i particolari dell’omicidio. Antonino Calderone, 27 anni, omonimo e cugino di Caiella, collaborava all’omicidio prelevando i killer dopo l’esecuzione e conducendoli presso le loro rispettive abitazioni. Un ruolo decisivo nelle investigazioni che è servito come riscontro, è stato quello che hanno avuto i carabinieri della Compagnia di Barcellona di cui è comandante il capitano Fabio Valletta che già nelle prime ore successive al delitto, grazie alle attività di intercettazioni ambientali avvenute in caserma, già all’epoca dei fatti avevano concentrato i sospetti su Domenico Chiofalo inteso “u Niru”. Infatti Peppe Ofria, in particolare, aveva riconosciuto i killer e con i suoi amici giurava vendetta e si dibatteva cercando di individuare un metodo per “vendere” ai carabinieri Domenico Chiofalo, senza però fare denunce o testimonianze nei Tribunali. Quella sera stessa infatti sia Domenico Chiofalo che Aurelio Micale si erano resi irreperibili. Lo stesso padre di Giovanni Isgrò, già nelle ore successive al delitto, aveva saputo dagli amici del figlio che ad uccidere suo figlio era stato “u Niru”. 

PIETRO NICOLA MAZZAGATTI
--- L’altro efferato omicidio di “livello” nei confronti di un boss eliminato dalla stessa famiglia mafiosa dei “Barcellonesi” perché divenuto scomodo, è quello di Mimmo Tramontana, feroce killer della mala che si dedicava al feroce taglieggiamento delle vittime infliggendo persino supplizi per incutere terrore. I risvolti dell’omicidio ordinato dai boss Giovanni Rao e Sem Di Salvo, li ha rivelati Carmelo D’Amico che ha personalmente ha partecipato all’agguato, vantandosi di aver dato il colpo di grazia all’ex amico che si era messo in testa di uccidere persino Melo Bisognano. Del commando che la notte tra il 3 e il 4 giugno del 2001 attendeva nei pressi della stazione di servizio di Calderà Mimmo Tramontana di ritorno da Milazzo a bordo della sua Audi TT4 taroccata perché poi risultò rubata, facevano parte, oltre a Carmelo D’Amico, il noto pasticcere di Santa Lucia del Mela Pietro Nicola Mazzagatti,  Carmelo Mazza (anni dopo ucciso dalla stessa mafia di Pozzo di Gotto). Questi avevano avuto il compito di recuperare i componenti del commando dopo che costoro avevano eseguito quell’omicidio, conducendoli presso le rispettive abitazioni a bordo di autovetture “pulite”. Gli stessi hanno poi avuto il compito di bruciare l’autovettura utilizzata per il delitto. Lo stesso D’Amico ha raccontato agli investigatori della Dda la genesi del delitto. L’uccisione di mimmo Tramontana era stata deliberata dal gruppo di vertice dell’organizzazione, “Rao Giovanni, Filippo Barresi, Eugenio Barresi e Sem Di Salvo”, il gruppo che all’epoca era al vertice dell’organizzazione. D’amico ha aggiunto che Sem Di Salvo “lo aveva interpellato, forse alla presenza del fratello, chiedendo la sua opinione ed affidandogli l’incarico di realizzare il delitto”. D’Amico ha precisato che “l’omicidio si era reso necessario in quanto il Tramontana, a sua volta, intendeva eliminare Bisognano Carmelo”. Avuto l’incarico, D’Amico ha affermato di aver informato Nunziato Siracusa, luogotenente di Tramontana, divenuto poi collaboratore. D’Amico si fidava di Siracusa e voleva forse proteggerlo o evitare una reazione scomposta. L’agguato fu organizzato assieme a Nino Calderone. Da un meccanico, tale Impalà Carmelo, il gruppo ottenne il duplicato della chiave di una Lancia Dedra che lo stesso aveva riparato. Successivamente l’auto fu rubata e utilizzata per il delitto.
Antonino Calderone inteso Caiella e Angelo Caliri, quali esecutori materiali. Come fiancheggiatori, invece, agirono Aurelio Micale, Francesco D’Amico (fratello del boss Carmelo anch’egli divenuto collaboratore di giustizia) e

Gazzetta del Sud
Posta un commento

Avvertenze sul blog











SOSTIENI QUESTO BLOG - Adotta l'Informazione Libera Contribuisci alla libertà di essere informato bastano pochi euro e l'impegno di tutti. Anche 1 euro, grazie a tutti.

Sostieni questo blog, adotta l'informazione libera.


Scopo: Malgradotuttoblog

RICARICA postepay: 4023 6006 4546 1221


Questo blog, sostiene la libera e gratuita diffusione delle idee; è pubblicato sotto una Licenza
Creative Commons. Tu sei libero di modificare ed usare a tuo piacimento tutti i contenuti presenti sul blog all' unica condizione di citarne la fonte.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7/3/2001.