26 marzo 2016

Le rivelazioni choc del pentito barcellonese che sostiene di aver corrotto due magistrati. Riserbo assoluto sui nomi dei togati tirati in ballo dal pentito di mafia di Barcellona Pozzo di Gotto, Carmelo D'Amico. Entra in scena la Procura di Reggio Calabria



26 marzo 2016 REGGIO CALABRIA

Toccherà "per competenza funzionale» alla Procura di Reggio indagare sulle ipotesi di reato che gravano su due magistrati messinesi tirati in ballo dal collaboratore di giustizia, Carmelo D'Amico, deponendo in Corte d'Assise a Messina in un un omicidio del 2006. ll carteggio, con le dichiarazioni accusatorie del pentito barcellonese, una delle più devastanti "gole profonde" di "Cosa nostra'' soprattutto in virtù del ruolo ricoperto nel recente passato quando è stato etichettato come uno dei capi dell'ala militare della mafia tirrenica, non ancora arrivto negli uffici del procuratore di Reggio, Federico Cafiero de Raho.

Ieri al Palazzo di giustizia reggino si commentava in maniera decisamente sobria la notizia apparsa sulla "Gazzetta del Sud" e che indicava, sempre secondo le esternazioni del pentito, come la mafia di Barcellona Pozzo di Gotto avesse pagato due magistrati del Distretto giudiziario messinese per aggiustare processi e sarebbe arrivata a corrompere anche un giudice di Cassazione.

Magistrati compiacenti al servizio di Cosa nostra, secondo le affermazioni di D'Amico che ha risposto alle domande del pubblico ministero di Messina Francesco Massara, nel corso del processo in Assise per l'omicidio di Antonino "Nini" Rottino, avvenuto in quell'estate del 2006, che, secondo gli inquirenti peloritani, rappresenta uno spartiacque eclatante per l'ascesa al vertice del gruppo mafioso dei Mazzarroti del boss Tindaro Calabrese. Nessuna notizia trapela, al momento, sull'identità dei due togati chiamati in causa dal collaboratore di giustizia. Una notizia che ha comunque destato particolare scalpore.

Anche perché le accuse sostenute in Tribunale da Carmelo D'Amico sono gravi e pesanti come un macigno, e provengono da un collaboratore di giustizia che fino al momento vanterebbe la patente di una certa affidabilità e attendibilità.  - "La nostra organizzazione ha aggiustato diversi processi" -  ha affermato Carmelo D'Amico in aula rispondendo alle domande del pm Massara -  "Abbiamo corrotto qualche pubblico ministero e qualche Procuratore generale".

Nel corso della deposizione sono così emersi svariati, e  decisamente inquietanti, retroscena su cosa in passato il boss D'Amico e l'organizzazione mafiosa barcellonese sarebbero riusciti a fare in tema di "aggiustamento" dei processi. Tra i passaggi fondamentali della deposizione, destinata non solo  ad indagini delicate della Procura di Reggio, le ragioni sull'avvio della collaborazione: "Io ho deciso di collaborare con la giustizia perchè sono stato sempre chiuso al 41 bis, da quando mi hanno arrestato nel 2009.  Il 41 bis mi ha fatto riflettere tantissimo stando da solo, anche perchè il 41 bis è un carcere duro, e niente ho deciso di cambiare vita, anche se avevo la possibilità può darsi, di uscire dal carcere, perchè io ho esperienza nei processi perchè abbiamo aggiustato... la nostra organizzazione ha aggiustato diversi processi, abbiamo corrotto qualche giudizio di cui ne ho parlato, abbiamo corrotto qualche  pubblico ministero, qualche procuratore generale, e abbiamo aggiustato qualche processo molto importante e quindi c'era la possibilità che io sarei potuto uscire dal carcere..."

A verificare il coinvolgimento e le responsabilità dei magistrati di Messina sarà, per  competenze di funzioni, la Procura di Reggio.
Inizialmente il carteggio rimarrà nella disponibilità del procuratore capo, Federico Cafiero de Raho, e dell'aggiunto con delega antimafia Gaetano Paci.

GAZZETTA DEL SUD
Carmelo D'Amico

CARMELO D’AMICO: ”Aggiustavamo processi pagando magistrati e giudici” 

di Aaron Pettinari 

Roboanti dichiarazioni del pentito al processo per l’omicidio Rottino. “Abbiamo corrotto qualche pubblico ministero, qualche procuratore generale, e abbiamo aggiustato qualche processo molto importante”. Sono queste le dichiarazioni dirompenti di Carmelo D’Amico, ex boss pentito di Cosa Nostra barcellonese, al processo a carico di Enrico Fumia per l’omicidio di Antonino “Ninì” Rottino, avvenuto nell’estate del 2006 e che viene ritenuto come un episodio chiave dell’ascesa al vertice del gruppo mafioso dei Mazzarroti del boss Tindaro Calabrese. 

Dichiarazioni che il pentito non avrebbe mai reso prima in un verbale di interrogatorio. A riportare la notizia è la Gazzetta del Sud. D’Amico, durante il processo che si sta svolgendo davanti alla Corte d’assise di Messina presieduta dal giudice Nunzio Trovato, ha risposto ad una serie di domande effettuate dal pm Francesco Massara. Ed è proprio raccontando la propria storia criminale che D’Amico ha raccontato certi dettagli in materia di “aggiustamento” dei processi che riguardavano capi e gregari, arrivando perfino a corrompere un giudice in Cassazione.

“Guardi – ha detto D’Amico – io ho deciso di collaborare con la giustizia, perché sono stato sempre chiuso al 41 bis, da quando mi hanno arrestato dal 2009. Il 41 bis mi ha fatto riflettere tantissimo stando da solo, anche perché il 41 bis è un carcere duro, e niente ho deciso di cambiare vita, anche se avevo la possibilità può darsi, di uscire dal carcere, perché io ho esperienza nei processi perché abbiamo aggiustato… la nostra organizzazione ha aggiustato diversi processi, abbiamo corrotto qualche giudizio di cui ne ho parlato, abbiamo corrotto qualche pubblico ministero, qualche procuratore generale e abbiamo aggiustato qualche processo molto importante e quindi c’era possibilità che io sarei potuto uscire dal carcere…”. 

Il processo in questione, secondo il pentito, sarebbe stato quello per il triplice omicidio Geraci-Raimondo-Martino, commesso dal suo gruppo di fuoco la notte del 4 settembre 1993 alla stazione di Barcellona, quando ad essere uccisi furono tre ragazzi di Milazzo che oltrepassavano il confine per compiere reati contro il patrimonio a Barcellona.

Ma nella sua lunga deposizione D’Amico, rispondendo ad una domanda sull’operazione “Icaro” che ha riguardato l’ex capo dei Mazzarroti Carmelo Bosognano, ha anche accusato altri soggetti istituzionali: “L’ho avvisato pure io di quell’operazione, l’ho avvisato io che c’era l’operazione in corso, perché avevamo saputo praticamente, tramite carabinieri corrotti che noi avevamo, che pagavamo sul libro paga dal ’90, carabinieri corrotti che era uno.. uno apparteneva alla.. alla squadra catturando latitanti, un altro era nella Dda… nella Dda che faceva la scorta.. e tanti altri carabinieri e poliziotti che sono sui libri paga, che ne ho parlato purtroppo”. 

Quindi è arrivato ad accusare anche un giudice della Cassazione. “La nostra associazione – ha detto l’ex killer – era molto ramificata a livello politico, a livello istituzionale, era una delle più potenti che c’era in Sicilia diciamo la cosca barcellonese e anche molto sanguinaria.. Noi abbiamo fatto… siamo arrivati anche sin Cassazione a sistemare un processo.. un processo molto noto, abbiamo corrotto un giudice di Cassazione, che sono andato personalmente io insieme a Pietro Mazzagatti Nicola, e abbiamo corrotto questo giudice nativo, si Santa Lucia…(del Mela) le dico questo, nativo di Santa Lucia del Mela e che risiede a Roma, abbiamo… comunque per questo le dico che io ero sicuro di uscire, perché sapevo che avevamo anche l’appoggio in Cassazione di questo giudice corrotto che era in Cassazione”. Non è la prima volta che il pentito barcellonese rilascia dichiarazioni così dirompenti durante un processo. Era già capitato al processo trattativa Stato-mafia quando disse di sapere chi aveva ucciso il giornalista Beppe Alfano e lanciò pesanti accuse nei confronti di Angelino Alfano e Renato Schifani. Nei giorni scorsi al processo d’appello Gotha-Pozzo 2, sempre D’Amico aveva parlato del progetto della famiglia di Barcellona Pozzo di Gotto di eliminare un avvocato. Ora queste nuove dichiarazioni su giudici e magistrati di Messina, sono al vaglio della stessa Dda e sono già state trasmesse, per competenza, alla Procura di Reggio Calabria. [link]

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