16 gennaio 2017

Processo Mileti: focus sulle impronte mancanti a casa di Attilio Manca



di Lorenzo Baldo


Quei misteri irrisolti dietro le dichiarazioni di un poliziotto della questura di Viterbo

Impronte in casa di Attilio Manca“Non ne abbiamo trovate”. La risposta è lapidaria. Al processo Mileti il vicesovrintendente della Questura di Viterbo, Stefano Belli, risponde così al giudice Silvia Mattei. Il sito Tusciaweb riporta le sue laconiche dichiarazioni. Nessun mistero, quindi, per il poliziotto della scientifica intervenuto nell’appartamento del giovane urologo barcellonese subito dopo il ritrovamento del suo cadavere. Belli spiega quindi di aver utilizzato polveri di alluminio e di non aver trovato nulla, per poi lasciare il campo ai colleghi di Roma. Che successivamente avevano invece individuato l’impronta del cugino di Attilio, Ugo Manca. Un personaggio che, al momento, è uscito di scena.

“Anche ove si accertasse che l’impronta rinvenuta nel bagno dell’abitazione di Attilio Manca e attribuita a Ugo Manca fosse stata lasciata dopo la visita dei genitori di Attilio (risalente al Natale del 2003) e successivamente alla cena di quest’ultimo con gli amici del 6 febbraio 2004, tenuto conto del fatto che la morte di Attilio Manca è di cinque/sei giorni dopo, non se ne potrebbe certo inferire – se non a titolo di mera supposizione – la responsabilità di Ugo Manca circa la morte del cugino”. Era il 26 luglio 2013 quando il Gip Salvatore Fanti poneva il suo sigillo (anche) su questo specifico punto. Nel suo dispositivo di archiviazione veniva messa la parola fine in merito alla posizione di Ugo MancaLorenzo MondelloAndrea PirriAngelo Porcino e Salvatore Fugazzotto per la morte di Attilio Manca. Nient’altro da aggiungere? Forse si. E il più titolato a farlo è indubbiamente uno dei due legali della famiglia Manca, Fabio Repici, che assieme ad Antonio Ingroia si batte da anni per fare luce sulla morte del giovane medico siciliano. 

Intervistato alcuni mesi fa ci ha chiarito una volta per tutte questo “dettaglio”. “In casa di Attilio – ha spiegato Repici – furono trovate 14 impronte sue, 4 impronte non attribuibili a lui, né a Monica Mileti, né agli amici che furono a casa di Attilio nella sera del 6 febbraio 2004. Infine, c’è l’impronta attribuita a Ugo Manca, ritrovata sulle piastrelle del bagno di casa di Attilio, e da Ugo Manca in un’intervista a ‘Chi l’ha visto?’ di anni dopo spiegata con l’appoggio di una mano al muro uscendo dal box doccia. Ora, che una persona possa ricordarsi dopo anni come, in un momento in cui non ci sarebbe stata ragione di prestarci attenzione, abbia potuto lasciare un’impronta, che si assume innocua, su una parete è situazione la cui ragionevolezza farei valutare al dr. Petroselli” (ex pm di Viterbo, ndr). 

Per Repici c’erano e ci sono ugualmente “altri dati obiettivi” su cui correva l’obbligo di investigare. “Nella casa non furono trovate impronte dei familiari di Attilio, che ci trascorsero i giorni precedenti il Natale 2003 (quindi in epoca successiva alla presenza di Ugo Manca di metà dicembre 2003), e nemmeno degli amici di Attilio la cui presenza a casa sua è certa nella sera del 6 febbraio 2004”. Il legale dei Manca sottolineava quindi la stranezza di questo dato. E proprio in merito a quello che aveva definito “l’anomalo mantenimento” dell’impronta di Ugo Manca per oltre due mesi e mezzo (le impronte furono repertate a inizio marzo 2004) nel bagno di casa di Attilio, era stato lo stesso Repici a evidenziare come fosse stato impossibile chiarire questo aspetto fondamentale. 

“Quando, nell’udienza dell’incidente probatorio, ho chiesto al consulente tecnico come potesse spiegarsi la presenza di quell’impronta nella stanza più piccola e più umida e con la temperatura più alta (tralasciamo poi le condizioni di fatto descritte da Ugo Manca: in mezzo ai vapori della doccia appena finita e con le mani bagnate!), fu proprio il difensore di Ugo Manca, che evidentemente aveva ragione di temere la risposta dell’esperto, a fare opposizione alla mia domanda e a impedire, con il consenso del Gip, che il consulente tecnico rispondesse”. Il legale siciliano aveva quindi concluso aggiungendo che “in via generale, il consulente tecnico ha spiegato che le impronte tendono a sparire più velocemente in relazione alla maggiore umidità della stanza, alla presenza di vapore acqueo, alla scarsa porosità del materiale sul quale sono state apposte (scivolosissime piastrelle di ceramica, appunto)”. A futura memoria.

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