1 giugno 2017

Nino Di Matteo: "Strage di Capaci, il trionfo dell'ipocrisia - Chi ha ucciso Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta"?



Nino Di Matteo 31 maggio 2017 VIDEO

Perchè in questo Parlamento nel marzo del '92, l'autorità massima di Pubblica Sicurezza, il Ministro degli Interni Scotti, parlò innanzi alla commissione antimafia e alla commissione affari costituzionali, subito dopo l'omicidio Lima, di un inizio di un piano di destabilizzazione, da parte mafiosa e non solo mafiosa, per sovvertire l'ordine democratico, e perchè quell'allarme venne assolutamente sottovalutato, perfino dopo che la strage di Capaci, e la strage di Via D'Amelio, ne confermarono l'attendibilità?

Perchè addirittura quel ministro degli Interni fu sostituito e non divenne ministro nella nuova compagine governativa insediatasi il 28 giugno del '92?

Perchè i mafiosi che avevano già progettato e pronto nei minimi particolari, qui a Roma, l'omicidio del giudice Falcone che sarebbe avvenuto in maniera molto facile qui a Roma, vennero stoppati e richiamati a Palermo da Salvatore Riina, perchè l'attentato doveva essere realizzato, con modalità clamorose e con molta difficoltà, facendo saltare un pezzo di autostrada, ma doveva essere realizzato a Palermo?

Cosa intendeva dire Riina, recentemente nel 2013, quando il suo compagno di socialità, tale Lorusso, raccontava di avere detto ai suoi più stretti sodali, che se fosse circolata all'interno di cosanostra, la piena verità sulla strage, sarebbe stata la fine di cosanostra? Questo lo dice Salvatore Riina.

Quali sono le persone importanti di cui ha parlato il pentito Cancemi, che in quel periodo delle stragi incontravano Riina?

Perchè qualcuno si è preoccupato di far sparire i file informatici di Giovanni Falcone?

Perchè Giovanni Falcone aveva portato con se a Roma alcuni atti relativi a GLADIO, la stessa organizzazione della quale, prima che diventasse nota politicamente l'esistenza, già gli aveva parlato qualcuno a Palermo, mettendo a verbale determinate conoscenze?

Perchè il telecomando venne consegnato a Giovanni Brusca, che lo azionò, così dice la sentenza, giusto da Pietro Rampulla, un esponente storico della destra estrema?

E perchè questo Pietro Rampulla, che doveva partecipare materialmente il 23 maggio '92 all'attentato, invece adducendo una scusa, rimase a casa sua?

Qual'è la vera origine, o meglio, il vero significato del foglietto repertato dalla scientifica sul cratere di Capaci, poche ore dopo la strage, contenente annotazioni su numeri telefonici riconducibili al Sisde di Roma e al Capo Centro del Sisde di Palermo?

Cosa si nasconde dietro la morte di Gioè Antonino, uno degli autori della strage, che però stava conducendo una trattativa parallela, a quella più nota, con lo Stato, per il recupero di opere d'arte rubate da parte di cosanostra, in cambio della concessione di arresti domiciliari a uomini di spicco di cosanostra?


Perchè questo soggetto, (Gioè) si suicidò, ammesso che si sia suicidato?

In sostanza, chi sono e che ruolo hanno avuto nelle stragi, le "menti raffinatissime", già individuate da Falcone, come i veri ispiratori e autori dell'attentato subito nel giugno dell' '89 all'Addaura?

Perchè in tempi così stretti, dopo Capaci, venne preparato in fretta e furia l'attentato di Via D'Amelio? Quelle sentenze dicono che ci fu un'accellerazione. Perchè ci fu questa accellerazione?

E la sottrazione dell'Agenda Rossa è funzionale ad impedire che si potesse risalire al motivo di questa accellerazione e della fretta di uccidere Borsellino?


In presenza di questi e di tanti altri buchi da colmare, non ci possiamo accontentare della retorica. Non è accettabile quello che è oggi, e cioè che l'interesse all'approfondimento della verità su queste vicende, sia rimasto appannaggio di pochissimi magistrati e poichissimi investigatori, sempre più isolati e senza risorse, quando non ancora ostacolati o derisi come appassionati di archeologia giudiziaria e considerati come gli ultimi giapponesi a combattere in guerra, quando la guerra è ormai finita da tempo.

Nino Di Matteo, magistrato

malgradotuttoblog.blogspot.it

di Francesca Mondin 01/06/2017

Il magistrato palermitano: “Impegno politico di un pm non mi scandalizza ma scelta definitiva”

“La lotta alla mafia dovrebbe essere quello che finora non è stato: il primo obiettivo di ogni governo di qualsiasi colore e orientamento politico" ha detto ieri alla Camera il magistrato Nino Di Matteo, che vanta oltre vent’anni di indagini sulla mafia e corruzione, intervenuto al convegno del Movimento 5 stelle "Questioni e visioni di giustizia - Prospettive di Riforma".
Infatti, “la questione mafiosa - ha spiegato il pm - costituisce oggi un gravissimo fattore di condizionamento della democrazia, una intollerabile violazione dei diritti costituzionali”.
Il magistrato palermitano non ha fatto sconti alla politica ed ha puntato il dito sull’assurdità di aver avuto al potere figure poi risultate contigue alla mafia: “Per troppo tempo, fingendo di rispettare la presunzione di innocenza, la politica ha sovrapposto due tipi di responsabilità che sono ontologicamente diversi: la responsabilità penale e quella politica. E' - ha continuato Di Matteo - grazie a questo meccanismo perverso che si è creata la santificazione di Andreotti, per cui Cuffaro e Dell'Utri sono stati rieletti ed è per questo che l'onorevole Berlusconi è ancora in grado di ricoprire un ruolo importante nel contesto politico nazionale. Da cittadino, ancora prima che da magistrato, questo mi sembra paradossale". 
Una situazione assurda che si riflette tutt’ora nel contesto politico italiano: “Un Parlamento che mentre dibatteva sulla decadenza di un membro condannato, si poneva negli stessi giorni il problema di fare norme per non far candidare magistrati" è lo specchio di "un mondo al contrario” ha dichiarato il pm antimafia. Per questo motivo “è invece necessario richiamare i meccanismi di responsabilità politica” ha detto Di Matteo complimentandosi per “l’approvazione del codice del M5s" che richiamandosi all'articolo 54 della Costituzione, richiede di "adempiere funzioni pubbliche con disciplina ed onore". 
Sulla possibilità che un magistrato si candidi in politica il pm palermitano ha detto: “L'eventuale impegno politico di un pm non mi scandalizza ma penso che un'eventuale scelta di questo tipo debba essere fatta in maniera definitiva e irreversibile, ovvero è incompatibile con la pretesa poi di tornare a fare il giudice". E sulla sua disponibilità di scendere in campo, rispondendo a Marco Travaglio, Di Matteo ha detto: “Io non rispondo alla domanda che riguarda l'eventuale mio impegno politico, ma dico che non sono d'accordo con Davigo e Cantone e con chi pensa che l'esperienza di un magistrato non possa essere utile alla politica”. 
Il 23 maggio scorso ci sono state le commemorazioni per il venticinquesimo dalla strage di Capaci, in riferimento ad alcune manifestazioni avvenute a Palermo il pm ha detto: "Nei giorni dell'anniversario della strage di Capaci abbiamo assistito al trionfo dell'ipocrisia, alla sterile retorica di chi fingeva di commemorare i morti dopo averli mortificati da vivi. Mi sono volutamente astenuto dal partecipare al coro di dichiarazioni, di passerelle televisive".
"Oggi per non tradire e calpestare la memoria di Falcone - ha quindi concluso il pm - abbiamo una sola strada che costerà sangue a chi avrà il coraggio di tracciarla: dobbiamo pretendere noi cittadini verità e giustizia. Solo così la memoria di Falcone continuerà a vivere oggi". [link]














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