12 febbraio 2019

FOTO E VIDEO Attilio Manca. Un caso italiano di ''giustizia'' Egiziana - BarcellonaPG 11 Febbraio 2019

INTERVENTO DELL'AVVOCATO FABIO REPICI




GIUSEPPE ANTOCI

FOTO E VIDEO Attilio Manca. Un caso italiano di ''giustizia'' Egiziana  

BarcellonaPG 11 Febbraio 2019  - di malgradotuttoblog

15° Anniversario della Morte di Attilio Manca L’ANAAM (Associazione Nazionale Amici Attilio Manca) lo ricorda l’11 febbraio a Barcellona Pozzo di Gotto (ME), ore 17 presso la Sala Conferenza Parco Urbano Maggiore Giuseppe La Rosa (Sala ex stazione) in via S. Cattafi 52. L'incontro è stato moderato da: Luciano Armeli, scrittore Sono intervenuti: Mario Michele Giarusso, Componente Commissione Antimafia. Giuseppe Antoci, già presidente Parco dei Nebrodi. Avv. Fabio Repici, legale della Famiglia Manca. Angela e Gianluca Manca, madre e fratello di Attilio In collegamento Avv. Antonio Ingroia e il giornalista Paolo Borrometi. Ha letto alcuni scritti di Attilio Marco Crisafulli (alunno dell’IIS Borghese-Faranda di Patti)
MARIA TERESA COLLICA




ANTONIO INGROIA in collegamento telefonico

IL SENATORE MARIO MICHELE GIARRUSSO GIANLUCA E ANGELA MANCA 

Attilio Manca. Un caso italiano di ''giustizia'' Egiziana - BarcellonaPG 11 Febbraio 2019

di https://malgradotuttoblog.blogspot.com/


Attilio Manca: la Commissione Antimafia senta Giorgio Napolitano

9 febbraio 2019

Omicidio Manca? Repici: ''Ripartire dai dati esistenti, la Dna si occupi del caso''


Avv Fabio Repici

9 febbraio 2019 - di Lorenzo Baldo



A colloquio con il legale dei familiari del giovane urologo a pochi giorni dal 15° anniversario della sua morte

Un fiume in piena. E’ così che si possono definire le dichiarazioni di un avvocato integerrimo come Fabio Repici che, assieme ad Antonio Ingroia, difende la famiglia di Attilio Manca. Le sue analisi si basano su dati oggettivi. Che rimbalzano contro ipocrisie, menzogne ed omertà. La sua è un’osservazione pregnante, del tutto fondamentale per attraversare fino in fondo un caso giudiziario controverso. Quello del giovane urologo siciliano trovato morto a Viterbo il 12 febbraio 2004. Tanti gli aspetti sui quali bisogna fare luce: l’“anomalia” rappresentata dall’’ex capocentro del Sisde di Messina, attuale collaboratore del sottosegretario Luigi Gaetti; le prove ignorate dal Gip di Roma che ha firmato l’archiviazione e quelle da cercare; e poi ancora il significato della trattativa tra Stato e mafia nella morte di Attilio Manca. Sullo sfondo, immancabile, la città di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, dove vive e vegeta: “un aggregato mafioso che, ben più che in qualunque altro posto, è stato più che una mafia protetta dallo Stato una vera e propria mafia di Stato, con la coincidenza in alcune persone del ruolo di uomo di mafia e uomo di Stato”.


Avvocato Repici, alcuni giorni fa l’Espresso ha evidenziato “l’anomalia” della figura dell’ex capocentro del Sisde di Messina che risulta essere uno stretto collaboratore del sottosegretario Luigi Gaetti, già vicepresidente della Commissione antimafia. Quella stessa Commissione che si è occupata, tra l’altro, del caso di Attilio Manca. Gaetti e la minoranza della Commissione avevano stilato una relazione sulla morte dell’urologo barcellonese in netto contrasto con quelladella maggioranza, appiattita sulla tesi del suicidio a base di droga che, paradossalmente aveva utilizzato anche il parere dello stesso Gaetti per smentire le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che descriveva l’omicidio di Attilio Manca all’interno di un disegno di mafia, Servizi e Massoneria. Siamo di fronte ad un corto circuito tra politica, giustizia e Servizi, o cos’altro?
Siamo sicuramente davanti a uno scenario di portata gigantesca. Innanzitutto, l’exploit di Gaetti in Commissione antimafia è un caso unico nella storia del Parlamento italiano. Egli, componente della Commissione in quanto senatore, ha fatto pure da consulente della commissione, redigendo, per quello che si legge nella relazione di maggioranza sul caso Manca, un elaborato medico-legale utilizzato per convalidare le conclusioni depistanti di quella relazione, che si era deciso fossero necessariamente coerenti con le conclusioni depistanti dell’autorità giudiziaria. La mala fede di Gaetti è, poi, certificata dall’aver al contempo sottoscritto, per evitare di togliere la maschera sul suo ruolo davvero increscioso, la relazione di minoranza sul caso Manca, che mostra come siano false non solo molte delle affermazioni della relazione di maggioranza ma pure, espressamente, quella fondata sulla “consulenza” di Gaetti, che, arretrando di 24 ore la morte di Attilio Manca, elimina il buco nero rimasto irrisolto dalla magistratura fino a oggi su cosa abbia fatto e dove sia stato l’urologo barcellonese il giorno 11 febbraio, prima che nella tarda sera di quella data la sua vicina di casa non sentì la presenza di qualcuno che usciva o entrava dall’appartamento di Manca. Siamo al primo indizio su Gaetti, che, per citare Agatha Christie, rimane pur sempre un indizio, per quanto gravissimo.
In parallelo con questa miserevole impresa, su un delitto che vede certamente coinvolta la famiglia mafiosa barcellonese ed esponenti degli apparati di sicurezza (non è una mia teoria ma il sunto delle dichiarazioni di più collaboratori di giustizia), Luigi Gaetti depositò in Parlamento un’interrogazione parlamentare su sollecitazione di un personaggio vicino a Rosario Pio Cattafi (esponente di alto livello della famiglia mafiosa barcellonese e degli apparati di sicurezza) per colpire il collaboratore di giustizia barcellonese Carmelo Bisognano, già riconosciuto con sentenza definitiva come vittima delle calunnie di Cattafi. Sono in grado di dimostrare in qualunque sede la provenienza di quell’interrogazione parlamentare e gli effetti (cioè la demolizione del collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano) ai quali essa mirava, puntualmente raggiunti, con grande soddisfazione del boss Cattafi, che nel 2012 era finito in carcere in esito alle indagini che la Dda di Messina era stata costretta a sviluppare sulla scorta delle dichiarazioni di Bisognano. E qui siamo al secondo indizio, che, sempre per Agatha Christie, può essere una coincidenza, per quanto sicuramente gravissima.
Infine, abbiamo scoperto che Gaetti, nominato, non si sa se per i grossi sforzi profusi - e prima descritti - in favore della mafia barcellonese e degli apparati deviati a essa contigui, con grande sorpresa sottosegretario all’interno con delega per l’antimafia, chiama presso il proprio ufficio quale principale collaboratore, prelevandolo dal Servizio centrale di protezione dove per anni (molto malamente, a sentire numerose voci che è possibile indicare in ogni sede) si è occupato di testimoni e collaboratori di giustizia, giusto il funzionario di polizia, Giuseppe De Salvo, che nel delicatissimo biennio 1992/93 fu il capocentro del Sisde di Messina. Per intenderci, nel biennio delle stragi, dell’omicidio di Beppe Alfano, della mancata cattura di Santapaola nel barcellonese, di un’operazione scellerata (sulla quale prima o poi l’autorità giudiziaria dovrà dare qualche risposta) con l’esfiltrazione dal 41 bis del boss Pino Chiofalo, del tentato omicidio di Stato in danno di Imbesi, dei depistaggi sull’omicidio di Beppe Alfano. Basta leggere gli scritti e le dichiarazioni su tutti questi argomenti del magistrato Olindo Canali, che quale dominus ai tempi della Procura di Barcellona Pozzo di Gotto in tutte quelle vicende era stato attore protagonista, per rabbrividire.
E qui, oltre ad arrivare a una circolarità che trova piena chiusura nelle azioni di Gaetti sulle vicende della mafia barcellonese e sui servizi segreti, siamo ben più che a quel terzo indizio, che, sempre per rimanere ad Agatha Christie, è la prova. Per questo io ritengo che certe vicende debbano essere attentamente valutate dall’autorità giudiziaria.



Lo scorso luglio il Gip di Roma, Elvira Tamburelli, accogliendo le richieste della Procura, ha archiviato il caso Manca rigettando in toto l’opposizione firmata da lei e dal suo collega Ingroia. Una dopo l’altra sono cadute nel vuoto le vostre richieste, tra queste: indagare sul cugino di Attilio, Ugo Manca e sul pregiudicato Rosario Pio Cattafi, fare luce sui possibili collegamenti con Giovanni Aiello “faccia da mostro”, con il boss Carmelo De Pasquale, con l’ex capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano e soprattutto riesumare il cadavere del dottor Manca per fugare definitivamente ogni dubbio sulla sua pseudo tossicodipendenza. Di tutto questo non se ne è fatto nulla. Da dove si deve ripartire per non far cadere nell’oblio questo caso?
Si deve ripartire con tenacia nelle richieste di sviluppare le indagini sulla scorta dei dati già esistenti e di cercarne altri, in uno sforzo di ricerca della verità che non può essere oggetto di abdicazione da parte dello Stato. Purtroppo, abbiamo imparato che fare le indagini su vicende che coinvolgono solo responsabilità di uomini d’onore è più semplice di quanto avviene quando occorre scavare anche sulle responsabilità di apparati di Stato. Questo è il punto nodale, che riguarda anche la posizione dei collaboratori di giustizia. Coloro di essi che hanno parlato di mafia e servizi o sono stati indotti a tacere, o sono stati espulsi dal circuito della protezione magari approfittando di errori da loro commessi (alle volte perfino indotti) e immediatamente strumentalizzati per risolvere gordianamente il problema, oppure sono oggetto, pure in questo momento, di manovre finalizzate al loro ammutolimento. Carmelo D’Amico, in questo scenario, è un personaggio esemplare. Con le sue dichiarazioni ha fatto luce su decine di omicidi compiuti nel barcellonese e ha portato alla cattura di molti dei responsabili, con processi in corso che hanno già visto, in relazione alle ordinanze di custodia cautelare, fatto già registrare la sua attendibilità. D’Amico ha reso dichiarazioni importanti anche nel processo sulla trattativa Stato-mafia e anche lì la sentenza ne ha certificato l’attendibilità, anche in relazione alle confidenze che egli aveva ricevuto al 41 bis da uno dei più importanti capimafia palermitana di questi decenni, Antonino Rotolo. Ma D’Amico ha reso dichiarazioni anche su altri temi: sull’omicidio di Attilio Manca coinvolgendo nello scenario del delitto Rosario Cattafi, un generale vicino al circolo Corda Fratres ed esecutori materiali appartenenti ad apparati deviati, ivi compreso, sembrerebbe, Giovanni Aiello “faccia da mostro”; su una loggia massonica coperta che ha sovrinteso agli affari criminali fra la Sicilia orientale e la Calabria; sulle contiguità istituzionali di istituzioni, anche giudiziarie, e grossa imprenditoria con la famiglia mafiosa barcellonese. È un caso che su questi temi la giustizia mostri molta più difficoltà? Io credo proprio di no.






Rosario Pio Cattafi 




Tra le richieste di approfondimento rigettate dal Gip di Roma ce n’è una che riguarda le dichiarazioni di un ex investigatore del messinese (contenute nel libro di Luciano Mirone “Un suicidio di mafia”) a dir poco incredibili: prima dell’intervento chirurgico a Marsiglia di Provenzano (ottobre 2003), Attilio Manca sarebbe stato prelevato in elicottero e portato nella zona di Tonnarella (vicino a Barcellona Pozzo di Gotto), in una struttura privata che un medico locale avrebbe messo a disposizione, e lì avrebbe visitato Provenzano. L’ex investigatore avrebbe specificato che, una volta morto Attilio Manca, il Ros avrebbe fatto delle indagini scoprendo che c’erano dei collegamenti tra la morte del giovane urologo e la latitanza del boss mafioso a Barcellona Pozzo di Gotto. Ad un certo punto, però, dagli alti vertici dei Carabinieri sarebbe arrivato l’ordine di insabbiare tutto quanto. In quale modo possono tornare utili ai fini investigativi le parole di questo investigatore?
Su questo io non posso che ribadire un mio vecchio convincimento: se non si conoscono le fonti su circostanze così delicate - e le fonti anonime sono fonti sconosciute - è impossibile esprimere ogni valutazione.



Nello stesso mese di luglio 2018 l’ex amico di Attilio Manca, Lelio Coppolino – tra coloro che poco dopo la morte del giovane urologo hanno iniziato ad accusarlo di essere stato un tossicodipendente – è stato condannato a 3 anni di reclusione per falsa testimonianza a seguito delle sue dichiarazioni rese nel ‘96 al processo per l’omicidio di Beppe Alfano (stessa condanna anche per il co-imputato Andrea Barresi). Coppolino è tra quei testimoni tenuti in grande considerazione dalle Procure di Viterbo e di Roma per circoscrivere la morte di Attilio Manca all’interno di un mero caso di overdose. Da una parte i magistrati di Viterbo hanno imbastito un processo “contro” il dottor Manca basandosi su testimonianze come quelle di Coppolino; dall’altra il giudice romano ha archiviato il caso facendo propria la tesi della Procura capitolina che si è avvalsa ugualmente di simili testimoni. È così difficile trovare un giudice che voglia arrivare fino in fondo alla verità su questo caso?
Ho già detto di queste difficoltà. Però sull’utilizzo di certe fonti di prova contro Attilio Manca (perché a Viterbo gli organi giudiziari il processo l’hanno fatto proprio contro la memoria di Attilio Manca, senza che egli potesse difendersi), e sul mancato utilizzo di altre, rimane un dato clamoroso. Nel processo contro Monica Mileti a Viterbo accusa e difesa sono state in assoluta sintonia nell’evitare che venissero esaminati a dibattimento i collaboratori di giustizia che hanno descritto la morte di Attilio Manca come un omicidio premeditato compiuto con la messa in scena dell’overdose in cui Manca doveva apparire vittima dei suoi vizi. Procura, difesa e Tribunale hanno avuto contezza delle dichiarazioni di quei pentiti, che fornivano una discolpa insuperabile in favore di Monica Mileti.
Eppure nessuno li ha voluti sentire. Tutti d’accordo: com’è possibile?



Io non so se le dichiarazioni di Spataro abbiano influito. So per certo che il comportamento di Spataro è imperdonabile. Ci sono numerosi pentiti, taluno dei quali di riconosciuta attendibilità, che hanno riferito che Attilio Manca è stato ucciso da mafia e servizi e Spataro, che non si è mai occupato di questo delitto, decide di aggiungere la sua parola (con i toni molto assertivi che gli sono propri) alla tesi della morte del povero tossico. Eppure Spataro per decenni è stato in servizio alla Procura di Milano e qualcosa dovrebbe pur sapere del calibro criminale di Rosario Cattafi e del suo ruolo di anello di congiunzione fra Cosa Nostra barcellonese-milanese e apparati deviati. Pensa che le prove a carico di Cattafi sono calunnie? Sarebbe gravissimo, se fosse così.



Due anni fa sono state raccolte oltre 30.000 firme contro l’archiviazione del caso Manca che purtroppo poi si è verificata. E’ un dato di fatto che la presenza della società civile unita nel chiedere giustizia e verità può essere determinante per esercitare una sorta di pressione su chi ha il dovere di indagare (i casi Cucchi e Regeni sono la dimostrazione). Nel caso Manca sembra tutto molto più difficile, per quale ragione?
La ragione è una sola: Barcellona Pozzo di Gotto. Per anni, ai pochi che segnalavano all’Italia intera la centralità di quella cittadina nei più alti livelli delle devianze criminali di Stato - insieme a me Sonia Alfano, i familiari di Attilio Manca, Antonio Mazzeo e prima di chiunque altro Adolfo Parmaliana - si rispondeva con un silenzio che significava incredulità e quasi convincimento che si trattasse di farneticazioni. Quando segnalai nelle sedi giudiziarie le vicende sconcertanti relative alla mancata cattura di Santapaola nel barcellonese e al tentato omicidio Imbesi mi venne detto che si trattava di episodi del tutto estranei alle grandi trame di mafia e di Stato. Dopo moltissimi anni, quelle vicende, che avevo segnalato invano, sono state ritenute centrali nella sentenza del processo sulla trattativa Stato-mafia. Mi auguro che non ci vogliano ancora molti anni per ottenere sentenze che attestino come a Barcellona ha operato un aggregato mafioso che, ben più che in qualunque altro posto, è stato più che una mafia protetta dallo Stato una vera e propria mafia di Stato, con la coincidenza in alcune persone del ruolo di uomo di mafia e uomo di Stato.



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In questi anni sul caso Manca sono state fatte diverse interrogazioni parlamentari – con tanto di sconcertanti risposte da parte del ministro della giustizia Orlando –, ogni volta sembrava davvero di scontrarsi contro un muro di gomma impenetrabile. A mettere in soggezione politici e uomini delle istituzioni è solo l’ipotesi che Attilio Manca sia stato ucciso per essersi reso conto della rete di protezione istituzionale che c’era attorno a Bernardo Provenzano, o c’è qualcosa di più occulto che si muove all’interno della trattativa Stato-mafia?
C’è che a Barcellona, coincidendo per alcune parti Stato e mafia, non è mai stata necessaria alcuna trattativa. Si tratta con altri da sé, non si può trattare con sé stessi. Eppure, a parte la vostra testata e pochi altri operatori dell’informazione, ancora Barcellona paga la decisione - perché io sono certo che sia una scelta mirata - di tenere un cono d’ombra sulle sue vicende criminali.



Per l’ex sostituto procuratore generale di Messina, Marcello Minasi, sul caso Manca la verità non verrà mai fuori in quanto si tratta propriamente di “un episodio della ‘trattativa di Stato’, su cui il grande spregiudicato Napolitano si è giocato il tutto per tutto per stendere un velo. Se fosse necessario sarebbero capaci di uccidere di nuovo come hanno fatto con il povero Attilio Manca”. Quanto è d’accordo con questa tesi?
Commentare quella tesi imporrebbe di approfondire tante vicende e ciò imporrebbe una conferenza apposita. Sul rischio di morte a latere delle vicende barcellonesi, invece, posso senz’altro dire che non è per nulla un pericolo astratto. Il pericolo di questi tempi non è l’assassinio commesso secondo i canoni spavaldi dei delitti di mafia. Lo stesso Attilio Manca, che è morto appunto non negli anni Ottanta o Novanta ma negli anni Duemila, è stato eliminato con un “non delitto”, come accade quando intervengono killer di apparato. Allora forse dovremmo interrogarci un po’ di più quando si verifica la morte di una persona che, per il modo e i tempi e le “necessità di sistema” in cui arriva, sembra richiamare quelle convergenti e irresistibili forze tutte coincidenti verso la soppressione di una persona, come in “Cronaca di una morte annunciata” di Gabriel Garcia Marquez. Faccio un esempio specifico, per far comprendere. A fine ottobre 2008 morì in uno strano incidente stradale Salvatore Rugolo, cognato del boss barcellonese Giuseppe Gullotti e fonte di Carmelo D’Amico su Cattafi e sull’omicidio di Attilio Manca. Quando Rugolo morì, da poche settimane si era tolto la vita Adolfo Parmaliana e da solo una settimana era stato divulgato dal settimanale L’Espresso il contenuto sconcertante dell’informativa Tsunami, col coinvolgimento di importanti esponenti della «magistratura barcellonese-messinese», per usare le parole dell’ultima lettera di Adolfo Parmaliana. Secondo l’accusa mossa di recente dalla Procura di Reggio Calabria a carico del magistrato Olindo Canali, per corruzione in atti giudiziari, che naturalmente finché non ci fosse una conferma in una sentenza è solo un’ipotesi di reato sulla quale vale la presunzione di non colpevolezza, Salvatore Rugolo, nelle accuse di D’Amico, era in quel momento coinvolto anche a deviare l’andamento della giustizia su importanti omicidi di mafia. So che il pm che si è occupato della morte di Rugolo provocata da un incidente stradale, pur dopo l’archiviazione del fascicolo, ha continuato a serbare perplessità su quell’episodio. Sono perplessità che condivido e che, per tornare alla sua domanda, mi fanno pensare che di questi tempi i rischi non sono le classiche esecuzioni mafiose ma altro tipo di evenienze. Che, dunque, mi fanno ben comprendere i timori dei collaboratori di giustizia a parlare di certe vicende mentre la loro vita e quella dei loro congiunti è nelle mani dello Stato, nelle carceri o nei circuiti di protezione.



Dopo 15 anni dalla morte di Attilio Manca, in virtù della prossima creazione di un pool investigativo sulle stragi all’interno della Dna, risulta fattibile che il caso Manca venga affidato a magistrati qualificati che possano tracciare gli opportuni collegamenti tra questa ed altre inchieste di mafia e Stato?
Sarebbe sicuramente una cosa molto opportuna, purché il lavoro venga svolto con la mira di fare luce sulle deviazioni istituzionali che ci sono dietro certi delitti, anziché per occultarle, come alle volte è accaduto in passato. [link]

“Qui la massoneria conta più della mafia”


Il pentito Biagio Grasso e il verminaio Messina 

di Salvo Palazzolo - 8 FEBBRAIO 2019 

«Quella maledetta città», la chiama. «La città gestita al cento per cento dalla massoneria». È impietoso l’ultimo racconto del verminaio Messina

L’imprenditore (milazzese) Biagio Grasso continua a parlare con i magistrati della procura. E continua ad accusare. Dopo i mafiosi e i loro complici, i professionisti. «Gli insospettabili di questa città — li definisce — quelli che neanche noi, neanche lei, nessuno riesce a capire». 

Eccolo, il nuovo verminaio. Tre giorni fa l’ultimo blitz, che ha svelato un’altra delle stanze di Messina dove si fanno affari, si media, si risolve. La stanza dell’avvocato Andrea Lo Castro, pronto a offrire soluzioni — ai mafiosi del clan Santapaola, ma anche a imprenditori e colletti bianchi disposti a pagare — per realizzare maxi-evasioni fiscali. Quante altre stanze segrete ci sono a Messina? Qualcuna ha anche passaggi segreti che portano a Palermo. Per altri affari. 
avv. Andrea Lo Castro

Bisogna leggere i racconti che il neo-collaboratore di giustizia Grasso ha fatto al procuratore Maurizio de Lucia e ai suoi sostituti per provare a capire cosa è davvero oggi il nuovo verminaio. 

«La massoneria a Messina è una forza micidiale — premette Grasso — una forza invisibile per tutti i settori. La massoneria è un dato di fatto. Anche se sono 25 o 30 per ogni loggia, poi sono 200, 300 logge». 

E spiega, ancora più nel dettaglio: «La massoneria è gestita a tre livelli. C’è un livello super alto, dove chiaramente, non ha accesso quasi nessuno. Poi c’è quello medio, che invece è quello in cui ho sbattuto io, dove c’erano persone come l’avvocato Andrea Lo Castro, nella loggia che ha sede di fronte il bar Doddis». 

E’ più di un racconto giudiziario quello di Grasso. E’ un trattato di sociologia, è il racconto di una città. «Altro che mafia — dice, parlando della massoneria di Messina che stringe affari — 

la mafia è la manovalanza e riesce a risucchiare quel poco che è fuori». 

In certe stanze massoniche, invece, si fanno i veri affari. Ed ecco che il filo della fratellanza massonica conduce da Messina a Palermo. Grasso ha raccontato ai magistrati che incontrò a metà del 2016 «Tommaso Micali, dipendente della banca Fideuram e appartenente a logge massoniche, mi presentò un tale Giovanni Rovito, anch’egli appartenente alla stessa loggia di Micali, che ha sede a Messina di fronte al bar Doddis. Micali — spiega il pentito — è di Messina, ma dipendente dell’Esa di Palermo, è stato assessore del Comune di Bagheria». Ebbene, Micali e Rovito incontrano Grasso in una saletta al primo piano di Banca Fideuram. 

«Lì, mi dissero che vi era un loro amico di Palermo, anch’egli appartenente ad una loggia massonica, il quale aveva interesse a fare rientrare e riemergere in Italia dei capitali, detenuti all’estero, ed in particolare in un paese dell’ex blocco sovietico, che non era la Russia, probabilmente la Bielorussia». L’ammontare della prima tranche era di 60 milioni di euro. «Rovito e Micali chiesero il mio aiuto — precisa l’imprenditore Grasso — sapendo che avevo dimestichezza in operazioni bancarie di questo tipo». Ed ecco che arriva il nome del misterioso fratello massone palermitano: 
Gianni Lapis

«E’ il dottore Lapis — mettere a verbale il pentito — che io avevo avuto modo di conoscere nel 2003 nel suo studio di via Libertà». Gianni Lapis, l’avvocato tributarista al centro di tanti affari, condannato per essere uno dei prestanome della famiglia Ciancimino e anche per il crac della Sicilcassa, per quest’ultima accusa sta scontando una condanna a 6 anni e 5 mesi. 

Nel 2003, nel pieno degli affari della Gas Natural gestita da Lapis e dai Ciancimino, Grasso aveva ottenuto dei subappalti per i lavori di metanizzazione nei comuni di Giammoro, Pace del Mela e San Filippo del Mela(ME). «Quando seppi di chi si trattava — precisa l’imprenditore — sapendo che c’erano delle importanti attenzioni di natura giudiziaria su di lui, dissi di non volere partecipare in prima persona all’operazione, ma mi resi disponibile a fornire il mio know-how in cambio di una percentuale pari al 10 per cento». 

Grasso racconta di una riunione di Rovito e Micali con Lapis, a Palermo. «Al ritorno, Micali mi riferì in maniera evasiva del contenuto dell’incontro, ma poi venni tagliato fuori da questa operazione, e non ne seppi più nulla». E’ rimasto il giallo su quel rientro di capitali. 

C’è un altro passaggio nel verbale di Biagio Grasso che apre uno scenario: «Rovito mi riferì che nell’affare del dottore Lapis lui aveva intuito che aveva interesse anche la famiglia Ciancimino. Ciò lo intuì in considerazione dell’elevato importo del denaro oggetto dell’operazione stessa». Conclusione: «Rovito mi riferì che il dottore Lapis era una persona di cui ci potevamo fidare essendo anche lui massone». Ma anche i massoni litigano, e poi gli affari ne risentono. «Seppi — aggiunge il pentito — che in quel periodo Rovito e Micali avevano una contrapposizione per ragioni legate alla loro appartenenza massonica, in quanto Rovito non sosteneva Micali nella nomina di vertice all’interno della loggia». 

repubblica.it

8 febbraio 2019

Caso Manca, Giancane: ''Nessuna ricostruzione convincente. Riesumare la salma!''




giancane manca sorrisi

di Lorenzo Baldo


A pochi giorni dal 15° anniversario parla il tossicologo bolognese: “Tanti dubbi su quell’overdose”

Cosa c’è dietro la morte di Attilio Manca? A ridosso del 15° anniversario del ritrovamento del suo cadavere lo abbiamo chiesto al dottor Salvatore Giancane, medico tossicologo, coordinatore del Ser.T di Bologna, nonché professore a contratto della Scuola di specializzazione in psichiatria. Giancane ha una vastissima esperienza nella cura e nell’assistenza ai tossicodipendenti da eroina, iniziata come medico penitenziario e proseguita nei servizi pubblici e sulla strada.
Tra l’altro ha progettato e coordinato per quasi 20 anni il primo Programma con Metadone “a bassa soglia d'accesso” italiano, utilizzando un ambulatorio mobile. E’ anche l’autore dei libri “Eroina. La malattia da oppioidi nell'era digitale” e “Piacere chimico. Dalla coca degli Inca al ChemSex”. Nel 2018 Giancane ha realizzato una relazione tecnica sul caso Manca che è stata depositata nel ricorso contro l’archiviazione proposta dalla Procura di Roma. Per il tossicologo bolognese c’è un dato oggettivo: “la verità giudiziaria non è riuscita a fornire una ricostruzione convincente del decesso di Attilio Manca, e quindi la riesumazione della salma “potrebbe fornire alcuni tasselli mancanti”. Una riesumazione che nessun magistrato ha (ancora) chiesto di fare.


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Dott. Giancane, nel mese di giugno del 2018 è stata depositata al Gip di Roma, Elvira Tamburelli, che doveva decidere se archiviare o meno il caso Manca, la sua relazione tecnica a riguardoNel documento lei aveva spiegato punto per punto le ragioni per le quali l'ipotesi del suicidio a base di droga presentava troppe falle. Come è noto il Gip ha invece optato per l'archiviazioneA distanza di oltre 6 mesi come analizza i punti rigettati dal giudice e da dove si può ripartire per continuare a indagare?

I punti rigettati (che tutt’altro sono tranne che “fantasiosi”, come sono stati definiti) restano ancora non risolti e la verità giudiziaria, per quanto mi riguarda, non è riuscita a fornire una ricostruzione convincente del decesso di Attilio Manca. Non è riuscita a spiegare, ad esempio, come mai nell’abitazione non vi fosse alcuna traccia della preparazione di due siringhe di eroina da iniettare: né residui di sostanza, né fiale rotte, né cucchiaino, né laccio emostatico; solo siringhe. Come mai? Non ha fornito una spiegazione logica sul perché Attilio Manca si sarebbe bucato non una sola volta, ma addirittura due (comportamento mai osservato in un eroinomane) e lo avesse fatto nel braccio sinistro utilizzando la mano destra benché fosse mancino. Uno di questi buchi, poi, sarebbe nella regione del polso, che un medico eviterebbe accuratamente per il rischio di pungere l’arteria, con gravi conseguenze: qualcuno ha ipotizzato che l’abbia fatto per occultare il buco con il cinturino dell’orologio e su quest’ipotesi, mi consenta, posso solo stendere un velo pietoso.
Non ha spiegato perché non vi fosse alcuna traccia di pregresse assunzioni di eroina per via endovenosa sul corpo di Attilio Manca: nessun segno di venopuntura pregressa, nessuna “pista” (sclerosi venosa da iniezioni ripetute). Nessuno ha spiegato come mai si sia ritenuto che la provenienza del sanguinamento dal naso fossero i polmoni, quando l’autopsia non ha accertato presenza di sangue rosso vivo a livello della trachea e dei bronchi, che sono le vie obbligatorie perché un sanguinamento polmonare raggiunga le fosse nasali. I dubbi non si fermano qui, si potrebbe continuare, ma questi punti mi paiono già più che sufficienti. Soprattutto, però, non è stata ricostruita una dinamica convincente di quanto sia effettivamente avvenuto quella sera. Quanto alla riesumazione, questa potrebbe fornire alcuni tasselli mancanti. Sono stati condotti esami tossicologici su mummie vecchie di migliaia di anni e probabilmente se ciò venisse fatto anche sui capelli di Attilio Manca oggi potremmo dire con maggiore cognizione di causa quali fossero i suoi rapporti con le droghe. Allo stesso modo si escluderebbe una volta per tutte l’ipotesi traumatica di un sanguinamento che oggi lascia spazio a molti dubbi. Non è mia abitudine discutere le sentenze, ma il fatto che sia stata negata questa opportunità mi lascia assai perplesso.


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Nella sua lunga carriera lei ha avuto modo di osservare diverse tipologie di tossicodipendenze, così come una lunga serie di morti per overdose. Che spiegazione si è dato sull’ipotesi - di fatto avallata dal Gip - che Attilio Manca fosse un consumatore occasionale, con intervalli di mesi o anni fra le assunzioni di eroina? 

Un consumatore occasionale così non l’ho mai incontrato. Mi occupo di tossicodipendenza da eroina da 30 anni e ho conosciuto bene migliaia di tossicodipendenti e semplici consumatori, di tutti i tipi, anche i più insospettabili, ma una saltuarietà di questo tipo con l’eroina non l’ho mai vista. Non si va avanti così per anni con l’eroina, proprio no… ci può essere un periodo variabile di assunzione saltuaria ed incostante, ma bastano pochi giorni di assunzione continuativa e sviluppi la tolleranza o sei fisicamente dipendente, come si diceva una volta. Se proprio vogliamo dare credito a questa ipotesi, dovremmo pensare ad Attilio Manca come ad un ricaduto, ovvero ad una persona che in passato aveva avuto un problema, aveva sospeso per un lungo periodo e c’era appena ricascato. Questa è una dinamica meno fantasiosa e di comune riscontro. Può accadere che una persona ricada anche dopo anni e che, siccome non ha più una tolleranza, faccia facilmente un’overdose. Allora nella vita di Attilio Mancadovremmo cercare un passato periodo problematico, successivamente risolto, ma qualcuno ne saprebbe comunque qualcosa e comunque la sua carriera ne avrebbe risentito. Non si comprende, inoltre, per quale motivo una persona che ricade dopo anni (perché così sarebbe, visto anche che non c’erano altri buchi recenti nè segni passati) e che pertanto è molto sensibile all’eroina se la inietti due volte nel giro di poco tempo.



In uno dei passaggi salienti della sua relazione lei scrive testualmente: “Vi sono importanti elementi che inducono il fondato sospetto che la somministrazione di eroina che ha causato l’overdose sia stata effettuata da altri”. Perchè secondo lei negli omicidi mascherati da suicidi l'utilizzo dell'eroina è tra i metodi preferiti per depistare le indagini?

Questo è un classico e purtroppo funziona. Le indagini per overdose sono molto diverse da quelle per omicidio. Quando lei legge sulla stampa una notizia di overdose, lei troverà sempre e soltanto che le indagini che sono state attivate sono quelle per identificare chi ha ceduto la dose letale, mentre l’attenzione alla scena ed alle circostanze passa in secondo piano. E’ routine, insomma. In questa fase i consulenti sono i tossicologi forensi, che sono bravissimi nel loro lavoro di laboratorio, ma che però (e lo dico anche qui senza polemica, ma come dato di fatto) hanno visto pochi tossicodipendenti nella loro vita ed in genere per pochi minuti. I clinici non vengono mai interpellati. Ecco, i criminali tutto ciò lo sanno e sono consapevoli che se un omicidio viene mascherato da overdose loro avranno un enorme vantaggio. Così come, ad esempio, lo sanno gli stupratori che somministrano alle vittime farmaci che provocano amnesia temporanea dell’accaduto: il tempo necessario alla vittima per ricostruire l’evento fornisce un enorme vantaggio, spesso decisivo.



manca attilio momento di festa


Alla luce della sua pluriennale esperienza cosa ritiene si sarebbe dovuto fare dopo che le lacune dell'autopsia effettuata sul corpo di Attilio Manca sono emerse agli atti?
Le lacune sono il frutto del fatto che l’indagine sia partita come un’indagine per overdose ed effettivamente, se di overdose si è trattato, ciò che è stato fatto era più che sufficiente. Nessuno ha considerato all’inizio l’ipotesi omicidio, mi pare, e se di omicidio invece si è trattato, la strategia degli assassini si è dimostrata vincente. Appurato ciò risulta ancora più incomprensibile il rifiuto alla riesumazione del cadavere, in quanto costituisce un’opportunità di sopperire con riscontri solidi ed oggettivi a quanto è stato fatto superficialmente.

Al di là dell'aspetto medico-scientifico di cui si è occupato nella sua relazione, che idea si è fatto sul caso Manca? 
Guardi, sono sincero. Io non ho un’idea netta: sono un uomo di scienza e, come tale, mi faccio un’idea sempre e soltanto quando ho elementi oggettivi a disposizione. Ecco, il problema per me è questo: in questa triste vicenda non vi è un solo elemento oggettivo che deponga in modo incontrovertibile per un’overdose accidentale. All’opposto, vi è una moltitudine di dettagli contraddittori che porta a dubitare fortemente di questa ipotesi. In altri termini, io non penso che, stando alle evidenze, Attilio Manca sia stato sicuramente ucciso da qualcuno, viceversa dico che l’overdose ed il profilo di Attilio Manca, così come sono stati ricostruiti, non mi convincono e mi lasciano solo una miriade di dubbi. L’ultima cosa che rimane da fare per tentare di scioglierli è riesumare il cadavere di Attilio Manca, non fosse altro che per fornire uno straccio di spiegazione convincente a due anziani genitori. [LINK]

7 febbraio 2019

VIDEO: All'ombra della Raffineria di Milazzo: reportage sull'inquinamento della Valle del Mela (ME)





7 FEBBRAIO 2019 La Valle del Mela è uno dei territori più inquinati della Sicilia. Siamo in provincia di Messina, sulla costa nord orientale dell'isola, dove si trova unn raffineria che è di interesse strategico nazionale ma che ha inquinato un territori dove si registrano neoplasie e malformazioni genetiche sui bambini. In queste settimane alcuni dirigenti sono stati rinviati a giudizio per disastro ambientale mentre, anche in passato, l'azienda è stata funestata da altri incidenti anche mortali e sversamenti di idrocarburi in mare. Il nostro inviato Giorgio Santelli ha realizzato il reportage che vi proponiamo

PROCESSO AL GIORNALISTA ANTONIO MAZZEO, OGGI LA SENTENZA


Oggi la 1^ Sezione Penale del Tribunale di Messina emetterà la sentenza nel procedimento che mi vede imputato per il reato di cui agli artt. 81 e 595 comma 3 (diffamazione a mezzo stampa) a seguito di una querela presentata nell’agosto 2012 dall’allora amministrazione comunale di Falcone guidata dal sindaco Santi Cirella per l’inchiesta pubblicata sul periodico I Siciliani giovani (n. 7 luglio-agosto 2012), dal titolo “Falcone comune di mafia fra Tindari e Barcellona Pozzo di Gotto”, in cui venivano descritte alcune vicende che avevano interessato la vita politica, sociale, economica ed amministrativa della piccola cittadina della costa tirrenica del messinese (speculazioni immobiliari; dissesti ambientali e paesaggistici; lavori di somma urgenza post alluvione del 2008, ecc.) nonché le origini e le dinamiche evolutive delle organizzazioni criminali presenti nel territorio, organicamente legate alle potenti cosche mafiose di Barcellona Pozzo di Gotto

Non è questa la sede né il momento di entrare in merito su quanto accaduto in tutti questi anni e sul processo di primo grado giunto ormai alla sua conclusione. Intendo tuttavia ribadire la mia serenità per la correttezza professionale con cui è stata svolta questa inchiesta giornalistica e l’assoluta veridicità dei fatti in essa narrati, come è stato accertato e documentato da inchieste giudiziarie sulla criminalità mafiosa operante nell’hinterland di Falcone (alcune già conclusesi con sentenze passate in giudicato). In particolare i cosiddetti processi antimafia “Gotha”, un’informativa specifica della Direzione Investigativa Antimafia di Messina, tre interrogazioni parlamentari e la stessa risposta ad una di esse del Ministero dell’Interno hanno confermato l’inquietante clima che la cittadina siciliana ha vissuto alla vigilia, durante e subito dopo le elezioni amministrative del 2011, nonché i pesanti condizionamenti esercitati in quei mesi di campagna elettorale da parte di un personaggio di altissimo spessore criminale, stretto congiunto di una delle consigliere comunali elette (quest’ultima sostenitrice della Giunta), proprio quei fatti che ho raccontato nel corso dell’inchiesta giornalistica e durante lo svolgimento del processo ma che sono alla base della querela presentata nei miei confronti dall’allora sindaco e odierna parte civile, Santi Cirella. 

I “condizionamenti” e il sostegno elettorale del boss locale, oggi condannato all’ergastolo con sentenza passata in giudicato per gravissimi reati di sangue e per associazione mafiosa, sono tra gli elementi che hanno convinto la Corte di Appello del Tribunale di Messina a emettere ben due sentenze di assoluzione nei confronti dei consiglieri comunali d’opposizione che per primi avevano denunciato pubblicamente la gravità del contesto socio-politico in cui si erano svolte le elezioni amministrative 2011. Sono altresì orgoglioso di aver avuto modo di pubblicare questo mio articolo per il periodico figlio ed erede della straordinaria esperienza di giornalismo d’inchiesta rappresentata da I Siciliani. 

Spero, con il mio impegno e le mie denunce, di aver onorato la memoria del suo direttore, Giuseppe Fava, vittima di mafia, allora, come in tutti questi anni di “militanza” in difesa della verità e del diritto-dovere di cronaca. Colgo l’occasione per ringraziare di cuore tutte e tutti coloro che mi sono stati vicini nell’affrontare un procedimento dall’amaro sapore kafkiano, consapevoli loro di sostenere innanzitutto una battaglia in difesa del sacrosanto diritto costituzionale d’espressione, sempre più minato nel nostro paese da inesauribili rigurgiti fascisti e autoritari. Ringrazio altresì il mio legale, l’avvocato Carmelo Picciotto del Foro di Messina, per gli sforzi sostenuti e l’alta professionalità con cui ha operato in mia difesa nel corso di questi anni. 

Messina, 6 febbraio 2019 Antonio Mazzeo