22 novembre 2018

Mafia e scommesse online, cinque arresti tra Messina e Barcellona - NOMI E FOTO



21 NOVEMBRE 2018 

C’è anche il vicesindaco di Misterbianco (Ct), Carmelo Santapaola, cugino dei Placenti, tra gli arrestati dell’operazione “Revolutionbet 2”, scaturita dall’inchiesta su mafia e scommesse online della Procura di Catania. Gli è contestato il reato di intestazione fittizia di beni, in qualità di titolare di fatto, assieme ai fratelli Placenti, dell’’Orso Bianco Caffè’, locale in contrada Monte Palma già sequestrato il 14 novembre scorso. Il Gip ha disposto per lui gli arresti domiciliari. Dall’operazione, che ha portato ad indagare 21 persone, emergono anche i contatti tra alcuni indagati del gruppo di Lineri Mistebianco (Catania) del clan Santapaola e soggetti ritenuti “vicini” al superlatitante Matteo Messina Denaro, tra cui il nipote di quest’ultimo, Francesco Guttadauro, oltre che con persone riconducibili alla “famiglia” camorristica dei Nuvoletta di Marano (Napoli). Durante l’operazione i carabinieri hanno sequestrato anche armi. La Guardia di Finanza ha eseguito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di beni, in Italia e all’estero, per 70 milioni di euro. In particolare sono 207 rapporti bancari e conti correnti accesi in Italia e nell’Isola di Man, in Austria, in Gran Bretagna e a Malta; 42 immobili; 36 attività imprenditoriali operanti non solo nel settore del gaming; 24 centri scommesse dislocati tra Messina, Catania e Siracusa e 9 automezzi.

I provvedimenti sono stati eseguiti da guardia di finanza, Scico delle Fiamme gialle, carabinieri del comando provinciale e della sezione Anticrimine dell’Arma. I reati contestati, a vario titolo, sono associazione mafiosa e a delinquere, esercizio abusivo di attività di gioco e scommesse e intestazione fittizia di beni. Le contestazioni sono connesse alla gestione illecita d’imprese, in Italia e all’estero, dedite all’acquisizione di licenze e concessioni governative utilizzate per le attività di giochi e scommesse a distanza, effettuate aggirando le normative fiscale e antiriciclaggio. Emerse anche violazioni delle misure di prevenzione patrimoniali con l’intestazione fittizia di beni e società. Tra i reati dell’inchiesta anche delitti contro il patrimonio e commessi per acquisire la gestione o comunque il controllo diretto ed indiretto delle attività imprenditoriali attive nel settore dei giochi e scommesse a distanza in Sicilia. 

Il provvedimento è la prosecuzione, sul fronte delle indagini sulla ‘famiglià Santapaola-Ercolano, dell’operazione del 14 novembre scorso, con l’esecuzione di fermi nei confronti di 15 indagati, alcuni dei quali indicati come mafiosi, che operavano nel settore del ‘gaming on-linè. I soggetti destinatari della misura della custodia in carcere in quanto appartenenti al “gruppo santapaoliano” di Lineri di Misterbianco, facente capo ai fratelli Carmelo, Giuseppe Gabriele e Vincenzo Placenti, con mansioni di gregari deputati alla gestione dei centri scommesse on-line su tutto il territorio isolano e per questo percettori della cosiddetta “simanata”, ovvero dello “stipendio” che notoriamente “Cosa Nostra” prevede per i suoi affiliati, sono: Bartolo Augusta, di anni 44, domiciliato a Pedara, Giovanni Di Stefano, di anni 34, domiciliato a Catania, Alfio Saitta, di anni 35, residente in Lineri di Misterbianco, Emanuele Trippa, di anni 41, residente a Catania. Gli arrestati finiti ai domiciliari sono: Francesco Insaguine; Massimiliano Giuseppe Vinciprova; Giuseppe Cocimano; Massimo Giuffrida; Luciano Paccione; Leonardo Zappalà; Sebastiano Campisi; Orazio Intagliata; Alfredo Valenti; Giovanni Iannì; Vincenzo Mangano; 

e poi anche i tre barcellonesi Fabio Calcagno, 35 anni, Sebastiano De Matteo di 42 anni e Ottavio Imbesi di 47 anni e sempre ai domiciliari anche i messinesi Francesco Guerrera di 33 anni e Marco Daidone di 45 anni. «Da questa operazione emerge come si possa acquisire profitto di notevole portata correndo dei rischi minimi perché in questo settore le sanzioni sono veramente molto, ma molto lievi». Lo ha detto il Procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro

«L’allarme sociale è notevole – ha aggiunto Zuccaro – perché vediamo che questi centri scommesse illegali non operano per il sottile. Chiaramente, utilizzando queste piattaforme illegali, consentono l’accesso anche a minorenni. L’altro aspetto che desta allarme sociale riguarda l’immissione di questi profitti nei circuiti economici leciti. I danni per l’economia vera sono notevoli». 

Il procuratore di Catania ha sottolineato che con l’operazione odierna «si conclude la fase che riguarda le misure cautelari personali nei confronti del clan Santapaola». «Andremo avanti per quanto riguarda il recupero dei profitti illeciti – ha detto ancora – perché li hanno schermati, distribuendoli in tanti Paesi esteri. E poi c’è anche da considerare il possibile recupero del prelievo fiscale, che è stato interamente sottratto all’Erario e che speriamo di recuperare».

21 novembre 2018

GLI INCOMPRENSIBILI SILENZI DEL COLLABORATORE DI GIUSTIZIA SANTO GULLO AL PROCESSO CONTRO IL GIORNALISTA MAZZEO

SANTO GULLO

20 NOVEMBRE 2018 di ANTONIO MAZZEO 

Tribunale di Messina, giovedì 15 novembre. Ennesima udienza del processo che mi vede imputato per il reato di cui agli artt. 81 e 595 comma 3 (diffamazione a mezzo stampa) a seguito di una querela presentata nell’agosto 2012 dall’allora amministrazione comunale di Falcone per l’inchiesta da me pubblicata sul periodico I Siciliani giovani (n. 7 luglio-agosto 2012), dal titolo “Falcone comune di mafia fra Tindari e Barcellona Pozzo di Gotto”. Mentre l’odierna amministrazione ha deciso di non costituirsi parte civile “poiché in parte ritiene di condividere il pensiero espresso dal Sig. Mazzeo”, l’ex sindaco Santi Cirella ha ritenuto insistere nel procedimento nei miei confronti a titolo personale, affidando la propria costituzione all’avvocata Rosa Ellena Alizzi, la stessa a cui l’amministrazione da lui diretta aveva affidato sei anni fa la querela nei miei confronti, affiancandole per tutto il dibattimento il fratello avv. Gaetano Cirella. Nella mia lunga inchiesta venivano descritte alcune vicende che avevano interessato la vita politica, sociale, economica ed amministrativa della piccola cittadina della costa tirrenica del messinese (speculazioni immobiliari dalle devastanti conseguenze ambientali e paesaggistiche; lavori di somma urgenza post alluvione del 2008, ecc.) nonché le origini e le dinamiche evolutive delle organizzazioni criminali presenti nel territorio, organicamente legate alle potenti cosche mafiose di Barcellona Pozzo di Gotto. Nonostante il 7 febbraio 2013 il Pubblico ministero del Tribunale di Patti Francesca Bonanzinga avesse depositato una richiesta di archiviazione nei miei confronti affermando che “la critica mossa dal giornalista non si risolve in un attacco sterile e offensivo nei confronti del denunciante ma in una amara riflessione sulla storia del Comune di Falcone, ove, il denunciante viene menzionato solo perché facente parte della gestione dell’Amministrazione Comunale”, l’avvocata Alizzi per conto del Comune presentò opposizione al decreto di archiviazione. L’8 luglio 2015, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Patti, dott.ssa Ines Rigoli, decideva di rigettare la richiesta di archiviazione e ordinava al Pm di formulare l’imputazione a mio carico. Quattordici giorni dopo la Procura di Patti disponeva il rinvio a giudizio e dopo il trasferimento del fascicolo al Tribunale di Messina competente territorialmente, il 7 aprile 2017 prendeva il via il processo dal sapore sempre più kafkiano. Ma andiamo all’ultima udienza di giovedì scorso, quando è stato chiamato a deporre come teste della difesa il collaboratore di giustizia Santo Gullo, già a capo dell’organizzazione criminale mafiosa operante nel territorio di Falcone congiuntamente all’allevatore Salvatore Calcò Labruzzo (entrambi condannati con sentenza passata in giudicato per gravissimi reati: omicidi, associazione mafiosa, estorsioni, ecc.). Il mio legale, l’avvocato Carmelo Picciotto, aveva richiesto la deposizione del Gullo per riferire su quanto di sua conoscenza relativamente al ruolo apicale del boss (oggi al 41bis) Calcò Labruzzo; su una eventuale partecipazione diretta di quest’ultimo alla campagna elettorale per le amministrative del maggio 2011 e su eventuali attività di condizionamento da part del gruppo criminale nella vita politica, economica ed amministrativa del Comune di Falcone (temi questi al centro della mia inchiesta giornalistica). Il collaboratore di giustizia, assistito dal legale di fiducia avv. Valentino Gullino del Foro di Messina, ha esordito confermando le dichiarazioni rese contro l’allevatore falconese, specificando che lo stesso, alla vigilia delle elezioni amministrative, gli aveva chiesto di sostenere elettoralmente la propria nipote Maria Calcò Labruzzo, candidata con la lista sostenitrice dell’avvocato Santi Cirella e risultata poi la prima degli eletti in consiglio comunale. Santo Gullo ha però aggiunto che anche l’allora candidato della lista di opposizione ingegnere Carmelo Paratore (oggi sindaco del Comune di Falcone) si era rivolto a lui per il voto, dichiarazione questa che non ci risulta essere mai stata verbalizzata in passato dal collaboratore. Senza che nessuna delle parti in aula facesse esplicite domande in merito, lo stesso Santo Gullo ha aggiunto che “prima delle dichiarazioni rese come collaboratore di giustizia, Salvatore Calcò Labruzzo era persona incensurata”, ripetendo cioè uno dei ritornelli ripetuti più volte nel corso del dibattimento dal querelante e dalla sua legale (“prima del suo arresto con il procedimento antimafia Gotha nel giugno 2011, nessuno a Falcone era a conoscenza del ruolo criminale del Calcò Labruzzo”). In verità, l’allevatore era tutt’altro che “incensurato” o ignoto alle cronache giudiziarie. Salvatore Calcò Labruzzo risulta aver riportato una condanna nel 2001 dal Tribunale di Messina, con sentenza n. 301/01 RS, per pascolo abusivo (art. 636 c.p.); lo stesso è stato nuovamente condannato nel 2008 per danneggiamento e pascolo abusivo ed altri reati di analogo tenore. Gli inquirenti specificano pure che lo stesso “annovera diversi precedenti per truffa ai danni dell’AIMA, commessi nel 1999”. Ma non è questo che ha destato il mio stupore e la mia indignazione, ma invece l’atteggiamento assunto dall’avvocato Valentino Gullino che alle ripetute domande dell’avv. Carmelo Picciotto su eventuali conoscenze del collaboratore con tali Roberto Ravidà, Antonio Fugazzotto, Pietro Bottiglieri e Sebastiano Sofia (ex funzionari comunali, amministratori e imprenditori citati nella mia inchiesta su I Siciliani giovani), ha stoppato le risposte del proprio assistito opponendo il “segreto istruttorio” in quanto a suo dire, le dichiarazioni rese ai magistrati da Santo Gullo sui personaggi in questione “erano sottoposte a omissis”. Ciò concretamente ha impedito nei fatti che il teste riferisse alcunché. Quanto dichiarato in sede processuale dal legale non ci risulta essere vero. Santo Gullo ha riferito in più procedimenti penali (Gotha 1, innanzitutto) numerosi particolari riguardanti i personaggi sopra citati (alcuni riportati perfino dagli organi di stampa) e dalle dichiarazioni è scaturito un processo contro uno di essi, l’allora tecnico comunale di Mazzarrà Sant’Andrea e Oliveri, Roberto Ravidà. Il 30 marzo 2015, al processo stralcio Gotha 3, svoltosi presso il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, lo stesso Ravidà è stato condannato a 7 anni di reclusione, pena ridotta a 5 anni al processo d’appello conclusosi sempre a Barcellona lo scorso 29 ottobre 2018. Come riporta il giornalista Leonardo Orlando del quotidiano Gazzetta del Sud nell’articolo pubblicato dopo la sentenza in appello, “secondo il racconto fatto dai pentiti Melo Bisognano e Santo Gullo, già dal 2000 e per l’intero decennio successivo, il geometra Roberto Ravidà, stringendo un vincolo con il Gotha della mafia di Barcellona e in particolare con Salvatore Sem Di Salvo, questo grazie all’intermediazione dello stesso ex boss Carmelo Bisognano, avrebbe garantito l’aggiudicazione degli appalti pubblici ad imprese vicine alla mafia di Barcellona o direttamente riconducibili allo stesso Sem Di Salvo. Lo stesso tecnico, più volte indagato e sempre scampato alle azioni giudiziarie, avrebbe indicato alla stessa famiglia mafiosa dei Barcellonesi le imprese da sottoporre ad azioni estorsive o comunque da avvicinare per assoggettarle al sistema delle tangenti, ottenendo in cambio benefici economici con elargizioni dirette di denaro”. Ancora più sconcertante il fatto che proprio sui personaggi su cui l’avvocato Picciotto aveva chiesto di riferire esiste un lungo verbale riassuntivo di interrogatorio, reso proprio dal collaboratore di giustizia Santo Gullo alla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Messina (pubblici ministeri i dottori Vito Di Giorgio e Angelo Vittorio Cavallo) in data 28 settembre 2011 (procedimento N. 2853/2011 R.G. mod. 44 DDA), verbale che sarebbe stato acquisito invece (integralmente e senza omissis) al fascicolo processuale Gotha 1 - Pozzo 2 (proc. 8319/10 R.G.N.R.). Buona parte di questo interrogatorio è dedicato agli illeciti commessi da Roberto Ravidà. In particolare a pag. 7 del verbale viene riportata una dichiarazione del Gullo relativa all’interesse del gruppo di Salvatore Calcò Labruzzo per le attività del tecnico comunale: “I rapporti tra Roberto Ravidà e Sam Di Salvo si sono via via intensificati a partire del ’99 e fino al 2003, epoca dell’arresto del Di Salvo. I rapporti tra i due si intensificarono talmente tanto che, così come mi disse Salvatore Calcò Labruzzo all’incirca nel 2002 – 2003, le ditte estranee a Sam Di Salvo e a lui non riconducibili non riuscivano più ad ottenere alcun lavoro in quelle zone (…) Io e Calcò Labruzzo Salvatore parlavamo spesso del ruolo di Roberto Ravidà ed anche lui sapeva quale era il sistema che Ravidà utilizzava per ottenere i lavori”. Faccio presente che proprio nella mia inchiesta giornalistica sul comune di Falcone, riportavo una dichiarazione resa al processo Vivaio da un altro collaboratore di giustizia, l’ex boss Carmelo Bisognano: “Per pilotare alcune gare, si avvicinavano alcuni funzionari pubblici, come i capi degli uffici tecnici di Falcone, tale Fugazzotto e di Mazzarrà Sant’Andrea, geometra Roberto Ravidà”. Aggiungevo poi che “sempre relativamente ad Antonio Fugazzotto, responsabile dell’ufficio tecnico di Falcone dalla seconda metà degli anni ’70, Bisognano ricorda di averlo raggiunto in ufficio, intorno al 2000, per discutere dell’appalto dei lavori di canalizzazione delle acque (…) Dopo una prima fase di attrito col sindaco Cirella in cui venne esautorato con la nomina a responsabile di un tecnico esterno, dopo la tragica alluvione che colpì Falcone nel 2008, il geometra Fugazzotto è tornato a fare da regista degli interventi che le imprese hanno messo in opera durante e dopo l’emergenza alluvionale”. Ebbene proprio nel verbale sottoscritto da Santo Gullo il 28 settembre 2011, ci sono alcuni passaggi riferiti proprio al tecnico comunale di Falcone (pagg. 8 e seguenti). “Fugazzotto Antonio è più riservato di Ravidà, ma anche lui frequentava personalmente soggetti quali Sam Di Salvo e Carmelo Mastroeni sempre per vicende relative ad appalti pilotati. Un altro esempio riguarda l’appalto per la realizzazione del mercato dei fiori di Falcone. I lavori furono appaltati in favore della ditta Grillo, vicina al Di Salvo, e furono realizzati intorno al 2005-2006, anche se credo sono rimasti incompiuti (…) Ribadisco che Roberto Ravidà e Antonio Fugazzotto hanno favorito varie ditte in occasione dell’aggiudicazione di appalti pubblici nei Comuni di loro competenza; a partire del 1999 tanto il Ravidà quanto il Fugazzotto hanno via via fatto fuori le ditte esterne non riconducibili a quelle del Di Salvo. In definitiva, dunque, questo sistema ha favorito l’organizzazione barcellonese, permettendo di lavorare alle ditte vicine o comunque riconducibili al Di Salvo. Come ho già detto, questo sistema fece sì che con il trascorrere del tempo le ditte non ricollegabili al Di Salvo iniziarono a lamentarsi in quanto rimanevano sistematicamente fuori dall’aggiudicazione dei lavori. Ciò si è protratto fino al 2003, e cioè sino all’arresto di Di Salvo, ed anzi non escludo che fu proprio qualcuno dei titolari di queste ditte esterne estranee al Di Salvo a fare scoppiare Omega. Come ho già detto, questo sistema cui partecipavano il Ravidà, il Fugazzotto ed il Di Salvo finì per scontentare anche me e Salvatore Calcò Labruzzo quali referenti immediati della zona, in quanto dovevamo astenerci dal sottoporre ad estorsione le ditte vicine al Di Salvo, così come richiesto da quest’ultimo”. A pag. 9 del verbale d’interrogatorio, il collaboratore di giustizia torna a parlare di Fugazzotto. “Conosco Fugazzotto Antonio, detto Toni, tecnico comunale di Falcone tuttora in servizio. Non credo che sia a capo dell’ufficio tecnico di Falcone, almeno da quando è in carica il sindaco Cirella, con il qual ha avuto dissapori; non so essere più preciso in merito e non so se nell’ultimo periodo il Fugazzotto sia tornato a dirigere quest’ufficio. Mi risulta anche che il Fugazzotto abbia anche un ufficio privato. Fugazzotto ha svolto a Falcone le stesse funzioni che Ravidà ha svolto a Mazzarrà, nel senso che anche costui ha manipolato le gare in cambio di denaro. Non ho parlato direttamente di queste cose con il Fugazzotto, ma anche in questo caso ciò era risaputo. Volendo fare qualche esempio, sono a conoscenza che in un’occasione, all’incirca nel 1999-2000, la ditta di Sottile Sebastiano, di cui non ricordo il nome, pagò trenta milioni al Fugazzotto per ottenere l’aggiudicazione di un appalto a Falcone, credo avente ad oggetto la realizzazione di alcune case popolari o di una scuola. Successivamente, questi lavori furono svolti da una ditta vicina a Sam Di Salvo. In questo momento ricordo che il Fugazzotto dapprima si fece pagare i trenta milioni dal Sottile per vincere quell’appalto, e poi si fece consegnare un’altra somma dallo stesso Di Salvo, affinché egli aggiudicasse l’appalto in favore di quest’ultimo. Il Sottile, una volta perso l’appalto, si lamentò e pretese almeno la restituzione dei soldi da parte del Fugazzotto, cosa che non avvenne nonostante l’intervento di alcuni ragazzi di Mazzarrà. Ritengo che la vicenda finì lì, perché alla questione era interessato lo stesso Di Salvo. Non ricordo se questa vicenda mi fu rapportata da uno di questi ragazzi o da Salvatore Calcò Labruzzo. Mi risulta infine che Fugazzotto Antonio abbia creato una società di fatto con Sofia Sebastiano. con il quale ha in corso affari di varia natura….”. Proprio al costruttore Sebastiano Sofia e al di lui figlio Giuseppe Sofia dedicavo alcuni passaggi della mia inchiesta giornalistica, rilevando un potenziale conflitto d’interessi perché dopo le elezioni amministrative del 2011, il figlio veniva nominato assessore comunale dal sindaco Santi Cirella, nonostante i lavori pubblici ottenuti in passato dal padre. Rilevante poi rilevare che durante la sua deposizione al processo per diffamazione contro i cinque consiglieri comunali d’opposizione in corso attualmente presso il Tribunale di Patti sempre su querela dell’allora amministrazione Cirella, all’udienza del 20 febbraio 2017, l’ex assessore Giuseppe Sofia ha dichiarato testualmente di “aver conosciuto il signor Salvatore Calcò Labruzzo in giro, durante la campagna elettorale, durante i comizi, era presente…”. Lo stesso Sofia, rispondendo a specifica domanda dell’avvocato Spagnolo, difensore di uno degli imputati (Lo vedeva spesso a Falcone?), ha aggiunto: “No. Sinceramente non lo avevo… non lo conoscevo. Non lo avevo mai visto. Io l’ho conosciuto in quella circostanza. L’ho conosciuto perché era lo zio di una… di una nostra consigliere, della Calcò Labruzzo Maria…”. Sempre nel corso dell’interrogatorio del 29 settembre 2011 con i magistrati della DDA di Messina, a pag. 11 del verbale, il collaboratore Gullo torna a soffermarsi sulla figura di Antonio Fugazzotto. “Mi risulta che costui sia molto vicino a Pietro Bottiglieri, soggetto che ha uno studio di consulenza del lavoro e che si occupa di affari immobiliari insieme all’ex fratello Maresciallo della Finanza, alcuni dei quali alle Isole ed altri a Falcone. Il Bottiglieri ha un referente politico alle sue spalle nel Comune di Falcone, che comunque ignoro. Mi risulta che attualmente il Bottiglieri sta gestendo l’area industriale di Falcone insieme al Dirigente della Camera di Commercio di Messina, Rocco Di Giovanni, residente a Falcone. Non credo che il Bottiglieri ricopra cariche politiche”. In verità Pietro Bottiglieri, già assessore di Santi Cirella durante la prima amministrazione, è stato nominato vicesindaco nella seconda legislatura. E sempre al Bottiglieri avevo dedicato un altro passaggio chiave della mia inchiesta giornalistica. “L’ultima sorpresa nel piccolo comune tirrenico sa di squadrette, compassi, cappucci e grandi architetti dell’universo. L’odierno vicesindaco di Falcone, Pietro Bottiglieri, è risultato appartenere infatti alla loggia massonica “Ausonia” di Barcellona Pozzo di Gotto, sotto inchiesta dal 2009 per presunta violazione della legge “Spadolini-Anselmi” che vieta la costituzione di associazioni segrete (…) Pietro Bottiglieri, dopo aver prestato servizio trentennale quale ragioniere del Comune di Falcone, ha espletato il ruolo di esperto contabile nei Comuni di Terme Vigliatore e Furnari (entrambi poi sciolti per infiltrazioni mafiose). Infine l’ingresso nella politica attiva, prima da candidato a sindaco di Falcone nel 2006 e, dopo la sconfitta, da assessore della prima giunta diretta da Cirella. Con le amministrative 2011, Bottiglieri è divenuto il braccio destro del sindaco rieletto. Ciò nonostante sia divenuta pubblica la deposizione di Santo Gullo su un intervento del barcellonese Carmelo Messina, presunto affiliato al gruppo di Carmelo D’Amico, per comporre un rapporto estorsivo che le cosche locali intendevano imporre alla tabaccheria di proprietà dell’odierno amministratore. “Nel 1995 io ed il Calcò Labruzzo abbiamo avvicinato Pietro Bottiglieri”, ha esordito Gullo. “Egli temporeggiò e contattò tale Mida Nunzio, soggetto che si occupava di estorsioni ed amico dei fratelli Ofria… Sem Di Salvo contattò Carmelo Messina e gli disse di comunicare al Bottiglieri di pagare a me ed a Calcò Labruzzo, dal momento che era sempre la stessa cosa”. Insomma, se all’udienza di giovedì 15 novembre del processo che mi vede imputato, non fosse stato impedito strumentalmente al Gullo di rispondere alle domande dell’avv. Carmelo Picciotto, avremmo avuta conferma della veridicità di quanto riportato nella mia inchiesta giornalista, nel pieno rispetto delle mie prerogative di difesa e del diritto-dovere di cronaca esercitato. Il collaboratore Santo Gullo avrebbe anche potuto riferire (e confermare) quanto verbalizzato con i magistrati della DDA di Messina Vito Di Giorgio e Angelo Vittorio Cavallo, sui lavori di somma urgenza che hanno interessato Falcone dopo l’alluvione che colpì l’hinterland nel dicembre 2008 e sulle modalità con cui il boss Salvatore Calcò Labruzzo si spese per sostenere la candidatura in consiglio comunale della nipote Maria Calcò Labruzzo. “So che ai lavori di somma urgenza resisi necessari a seguito delle alluvioni che hanno interessato i Comuni di Furnari, Mazzarrà ed altri, si sono interessati i mazzarroti, tra cui Salvatore Calcò Labruzzo e Ignazio Artino, ma non so altro”, riferiva Santo Gullo il 28 settembre 2011 (pag. 13). “La nipote di Salvatore Calcò Labruzzo è stata eletta al Comune di Falcone anche con i voti provenienti dalla sua famiglia. Salvatore Calcò Labruzzo mi chiese di raccogliere voti per lei, ma in questo caso non ricorremmo all’organizzazione, né ci avvalemmo di alcun mezzo illecito. Mi risulta che il fratello, però, pretendesse di ottenere dei lavori nell’ambito di tale Comune”, specificava il collaboratore a pag. 11. Quanto avvenuto nel corso dell’ultima kafkiana udienza del mio kafkiano processo credo possa meritare l’attenzione da parte della Direzione Distrettuale Antimafia di Messina e del Servizio Centrale di Protezione dei collaboratori di giustizia…[link]

19 novembre 2018

#Milazzo the untouchable - VIDEO


Perchè Milazzo sembra intoccabile?

Pane nostro - 19/11/2018 di Domenico Iannacone QUI IL VIDEO

L'articolo 4 della Costituzione riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro. Fino a che punto però è lecito accettare ogni condizione pur di lavorare? Si può vivere se quello che ci viene offerto è avvelenato? 

"Pane nostro" è un viaggio nel lavoro che non lascia scelta. Augusta, Priolo, Melilli sono il simbolo del ricatto occupazionale. In questo tratto di costa a due passi da Siracusa patrimonio UNESCO, si trova il più grande insediamento petrolchimico d'Europa, promessa di benessere e progresso. La storia purtroppo è andata diversamente. Oggi questa lingua di terra è tra le più inquinate d'Europa. Mutazioni genetiche nei pesci, malformazioni neonatali e cancro sono lo scenario di morte di questo pezzo di Sicilia contaminato. 

Tra denunce inascoltate e assenza delle istituzioni, pochi sono quelli che riescono a far sentire la propria voce. Don Palmiro Prisutto è una di queste. In assenza di un registro tumori è lui che da anni aggiorna la triste lista dei morti di cancro. [link]

17 novembre 2018

Processo 'Ndrangheta stragista, il pentito Romeo: ''Spatuzza disse che dietro le stragi c'era quello di Canale 5''



17 NOVEMBRE 2018 di Aaron Pettinari e Davide de Bari 

Ieri anche la deposizione del collaboratore Pietro Carra "Un giorno eravamo io Francesco Giuliano e Gaspare Spatuzza che era latitante. Ci trovavamo a Ciaculli. Giuliano voleva sapere perché avevamo fatto quelle stragi (quelle del 1993, ndr). Disse: 'Ma perché l'abbiamo fatte? Chi è che l'ha deciso? Andreotti o Berlusconi?' E Spatuzza rispose: 'Quello di canale 5'". 

Come aveva già raccontato a partire dal 1996, il collaboratore di giustizia Pietro Romeo, artificiere della cosca mafiosa di Brancaccio che faceva capo ai boss Filippo e Giuseppe Graviano, autori delle stragi del '93 nel nord Italia, è tornato a tirare in ballo l'ex Premier Silvio Berlusconi durante la sua deposizione al processo 'Ndrangheta stragista. Alla sbarra ci sono il capo mafia di Brancaccio Giuseppe Graviano, e il boss Rocco Santo Filippone, entrambi accusati per gli attentati ai Carabinieri avvenuti tra il 1993 e il 1994 in cui morirono anche i due appuntati Garofalo e Fava. "Questo è quello che ho sentito - ha proseguito il teste, sentito in videocollegamento - poi se sono vere o non sono vere non lo so. E’ stato lui (Francesco Giuliano, ndr) a raccontarmi delle stragi di Roma, Firenze e Milano. 

Mi ha detto che le stragi le hanno fatte loro per far togliere il 41bis”. Romeo, rispondendo alle domande del Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, ha anche spiegato che quegli attentati furono rivendicati con la misteriosa sigla della "Falange Armata": “Giuliano mi disse che con Scarano andavano in una cabina telefonica a dire che erano la Falange Armata. Loro personalmente facevano le chiamate per rivendicare. Cercavano di far capire che non era la mafia ma che erano le Brigate Rosse. Depistavano. Chi diede l'ordine? Io posso dire che era Graviano a dire di fare queste cose qua. Era lui a comandare assieme a Francesco Tagliavia e il gruppo di fuoco faceva capo a loro". A un certo punto le stragi in Continente vengono interrotte. "Era arrivato l'ordine di fermare tutto - ha detto il pentito - Nino Mangano (capo mandamento di Brancaccio dopo l’arresto dei Graviano nel ’94, ndr) ci disse che era arrivato il momento di fermarsi. Si doveva togliere l'esplosivo a Roma che era per l'attentato a Contorno perché Pasquale Di Filippo poteva collaborare. E Mangano disse di metterlo da parte che magari 'poteva servire più avanti'. In quel momento c'era anche casino, c'era polizia in giro a Palermo, la questione di Pasquale Di Filippo, suo fratello che aveva collaborato. Queste cose qui". 

I legami e gli affari tra ‘Ndrangheta e Cosa nostra 
Durante l’udienza è stato affrontato uno dei temi principali del processo: i rapporti tra la criminalità organizzata siciliana e calabrese. Parlando di questi rapporti Romeo ha riferito Cosimo Lo Nigro, altro componente del mandamento di Brancaccio, “curava” questi rapporti e che aveva “contatti con due calabresi”. In particolare questi avrebbe “comprato delle armi in Olanda”. Ma non si sarebbe fermato a quello. Il teste ha riferito un episodio dove avrebbe partecipato in prima persona. “Mi ricordo che siamo andati in Marocco con il padre di Lo Nigro a recuperare l’hasish - ha raccontato Romeo - siamo andati lì e al primo viaggio abbiamo fatto vuoto poi siamo tornati e un'altra volta ancora e poi abbiamo caricato una ventina di blocchi di hasish dove c’erano i due calabresi con Lo Nigro in un gommone che si era bucato … Lo Nigro trafficava stupefacenti con questi calabresi”. Riguardo i nomi dei calabresi il teste non ha ricordato con esattezza chi fossero: “Uno si faceva chiamare Virgilio mentre l’altro Salvatore o Totò”. Romeo ha anche raccontato di un altro rapporto tra Lo Nigro e un altro calabrese che si chiama “Peppe”. “Quello (riferendosi al calabrese, ndr) era vicino casa di Lo Nigro, doveva andare alla comunione. Era venuto a Palermo con una Clio di colore blu. Io non l’ho conosciuto sono andato via, ma questo me l’ha riferito Lo Nigro - ha detto il teste - Lo Nigro andava ai matrimoni o battesimi o comunioni di questa famiglia della ‘Ndrangheta che si celebravano in Calabria”. 

Il teste ha raccontato un altro episodio in cui Lo Nigro sarebbe andato in Calabria per portare i soldi dell’”hasish” sempre allo stesso “Peppe” in quanto i calabresi erano “una potenza” e “più specializzati”. “Quando hanno arrestato Pasquale Di Filippo, Lo Nigro era andato in Calabria - ha spiegato - mi sembra che Giuliano e Lo Nigro hanno messo 500 milioni nel pannello della macchina per portarlo in Calabria”. Per quanto riguarda il traffico di armi Romeo ha ricordato anche del coinvolgimento di Pietro Carra, autotrasportatore anche lui sentito oggi di fronte la Corte d'Assise. Proprio Carra ha riferito in merito al ruolo avuto nel trasporto di stupefacenti, armi ed in particolare dell'esplosivo utilizzato per le stragi di Roma, Firenze e Milano. I suoi contatti erano in particolare con Lo Nigro e Giuliano. "Che stavo trasportando esplosivo l'ho scoperto dopo - ha detto il teste - i primi viaggi ero convinto fosse hasish. Poi una volta alla radiolina sentii il telegiornale che parlava dell'esplosione di Firenze e capii che c'entravano loro e compresi che non avevo portato droga. Quando arrivai a Palermo mi fu detto di non parlare con nessuno di quello che avevo visto". Carra ha anche raccontato di aver trasportato l'esplosivo che sarebbe servito per l'attentato a Contorno. "Lo dovevano uccidere in modo eclatante - ha ricordato - Lo consegnai a Roma in un piazzale vicino un supermercato”. 

“In quell’occasione - ha raccontato Carra - c’era anche Gaspare Spatuzza che mi chiese se volessi andare a casa a riposare dove c’era anche Giuseppe Graviano. Io gli dissi che era tardi perché dovevo continuare a lavorare”. Anche Carra ha riferito dei rapporti con i calabresi e di aver conosciuto un certo “Peppe” con dei “carichi di armi”. L'identità di questo soggetto l'avrebbe conosciuta quando, interrogato alla Dia, "ho visto delle foto dove c’era questo Peppe”. “La prima volta l’ho incontrato con Lo Nigro (che lo accompagnava in alcune spedizioni di droga e armi, ndr) e lui si presentò come Beppe - ha continuato a spiegare - con Lo Nigro ci fu un’occasione di un matrimonio e battesimo dove andò con tutta la famiglia”. In un'occasione, sempre con Lo Nigro, era stato in “un appartamento pieno di armi di tutti i tipi” dove “c’erano tre o quattro calabresi” e “Lo Nigro sceglieva le armi e non so se le ha pagate”. L’ udienza è stata infine rinviata a martedì 20 novembre alle ore 9.30. [link]

16 novembre 2018

VIDEO: Presentazione del libro: "Il patto sporco. Il processo Stato-mafia nel racconto di un suo protagonista" di Nino Di Matteo e Saverio Lodato





Intervengono Pif (Pierfrancesco Diliberto) e Marco Travaglio.
Letture di Lunetta Savino e Carmelo Galati. Registrazione video del dibattito dal titolo "Presentazione del libro: "Il patto sporco. Il processo Stato-mafia nel racconto di un suo protagonista" di Nino Di Matteo e Saverio Lodato", registrato a Roma mercoledì 14 novembre 2018 alle 18:03. Sono intervenuti: Pierfrancesco Diliberto (regista e attore), Marco Travaglio (direttore "il Fatto Quotidiano"), Nino Di Matteo (magistrato, presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati di Palermo), Saverio Lodato (giornalista).

NINO DI MATTEO - SAVERIO LODATO


15 novembre 2018

Le scommesse on line nelle mani dei clan, arrestato il messinese Davide Cioffi


14 NOVEMBRE 2018 - di ALESSANDRA SERIO 

L'uomo, di Santa Teresa di Riva, era socio responsabile della rete ".com" e agiva per un referente del clan Cappello, organizzando i centri della provincia  di Messina. 

C’è anche un nome messinese tra gli arrestati dell’operazione scattata oggi in tutta Italia contro la rete di scommesse on line controllate da referenti dei clan catanesi. Si tratta di Davide Cioffi, di Santa Teresa di Riva, socio responsabile-accettazione della rete “.com”, arrestato all’alba dalla Squadra Mobile di Messina, in esecuzione dell’ordinanza siglata dal giudice di Catania. Cioffi era, secondo la Procura etnea, uno dei referenti degli uomini del clan Cappello, per i quali organizzava i centri messinesi. 

Diverse le agenzie nella provincia peloritana finite nello scanner degli investigatori. L’inchiesta ha visto la svolta quando uno dei principali organizzatori ha deciso di collaborare, permettendo alla Guardia di Finanza di svelare un sistema illecito che generava amplissimi profitti: solo per il sito web “revolutionbet365.com, ha calcolato la Finanza, il giro d’affari è stato di almeno 20 milioni in otto mesi, profitti tutti nascosti al Fisco. L’attività criminale secondo gli investigatori ha fruttato oltre 50 milioni ai clan tra il 2011 e il 2017. Le agenzie di scommesse controllate direttamente o indirettamente dai clan simulavano un’attività di trasmissione dati per la raccolta “on line” di scommesse, ma in realtà operavano la tradizionale raccolta “da banco” per contanti. Le società erano schermate attraverso un reticolo di società amministrate da prestanomi che permettevano di riciclare il denaro. Il gruppo Placenti – spiega la Procura di Catania - attraverso il sito revolutionbet, aveva compiuto un autentico salto imprenditoriale assurgendo al primario ruolo di “bookmaker” in grado di imporsi nel mercato regionale del gaming con una rete commerciale di 8 master sotto i quali hanno operato 28 commerciali, 7 “sub-commerciali” e 20 “presentatori”. Avevano così messo a frutto il ruolo di “master” ricoperto negli anni 2011 -2015 nell’area catanese per conto del noto marchio “Planetwin365. 

Gli ingenti guadagni originati dall’attività organizzata di raccolta delle scommesse, sono stati reintrodotti dalle compagini criminali nel circuito economico legale mediante l’acquisizione di svariate attività commerciali, la maggior parte delle quali operative nel gaming avente la loro sede non solo in Italia ma anche all’estero. Il clan Cappello invece, aveva a capo del settore Giovanni Orazio Castiglia, legato da rapporti diretti di parentela Salvatore Massimiliano Salvo, esponente di vertice della famiglia. Il gruppo faceva riferimento alla rete operante su siti con estensione “.com” denominati, tra gli altri, “Futurebet, Futurebet2021, Future2bet2021, Betworld365, Betcom29, Betcom72”, che cambiavano dopo gli interventi di oscuramento da parte delle Autorità e tutti operanti su server esteri (Malta, Austria, Inghilterra), utilizzati all’interno di sale scommesse, internet point, ed esercizi commerciali. [link]