PROCESSO ‘BETA’: L’ATTO D’ACCUSA. "Niente sbirri. A ritrovare gli automezzi meglio i Romeo…" - "E a calmare catanesi e calabresi ci pensa mister Tempesta"


17 GIUGNO 2019 -  Antonio Mazzeo 
Un balordo ti ha rubato l’auto sotto casa? Chiama loro e te la riportano in meno di un’ora con tanto di scuse. L’imprenditore amico ha qualche problema con il boss o i gregari delle ‘ndrine calabresi più temute? Tranquillo, ci pensa uno di loro a fare da paciere e smussare i contrasti. Hai bisogno di una bicicletta calibro 21 o 38 special? Chiama loro per una pronta consegna a domicilio con tanto di colpo in canna. Loro sono i componenti del gruppo familiare-criminale dei Romeo-Santapaola, la “costola” peloritana del potente mandamento di Cosa nostra catanese, quello retto da tempi remoti da don Benedetto Nitto Santapaola. Fatti e aneddoti in buona parte inediti sulla “famiglia-ponte” della criminalità della città di Messina sono stati riferiti dal maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Musolino nel corso dell’ultima udienza del processo antimafia Beta che vede imputati i Romeo-Santapaola e alcuni noti professionisti della borghesia locale, avvocati, costruttori e finanche qualche ex dirigente dell’amministrazione pubblica.
Niente sbirri. A ritrovare gli automezzi meglio i Romeo… 
“Per comprendere la forza e la rilevanza dell’organizzazione dei Romeo-Santapaola e i suoi rapporti con i soggetti criminali che operano su Messina è utile riportare piccoli episodi che presi singolarmente hanno poco valore ma che insieme lasciano comprendere come essa fosse una struttura superiore rispetto alla polverizzazione e frammentazione dei clan messinesi”, ha esordito l’inquirente. “Un primo episodio riguarda il furto di un motorino avvenuto nei confronti di Benedetto Romeo e del quale lo stesso non si era nemmeno accorto. Il 15 aprile 2014, durante un’intercettazione tra il costruttore Biagio Grasso e l’odierno imputato Vincenzo Romeo, quest’ultimo spiegava che era avvenuto il furto del mezzo del fratello e che una volta che gli autori si erano resi conto di chi era proprietà il mezzo, si erano spaventati e avevano riportato immediatamente il motorino al legittimo proprietario. Tra i soggetti a cui si faceva riferimento per il furto c’era Antonino Tortorella con precedenti per stupefacenti.
Questi era il fratello di Fabio Tortorella e i due sono figli di Giovanni Tortorella, con precedenti per armi, stupefacenti, estorsione, associazione mafiosa, pure coinvolto nell’operazione Case basse di Messina. Giovanni Tortorella è inoltre fratello di Fabio Tortorella, con precedenti per omicidio, stupefacenti, estorsioni, associazione mafiosa. Il nome di Fabio Tortorella è pure uscito nell’indagine denominata Mattanza, in riferimento ai rapporti con altre persone in relazione all’omicidio di Francesco La Boccetta, Sergio Micalizzi e Roberto Idotta (al processo Mattanza, l’imputato Fabio Tortorella è stato tuttavia assolto nonostante il Pm avesse chiesto la condanna all’ergastolo, Nda). Questo per comprendere che si tratta di soggetti che non erano estranei al tessuto criminale e che avevano comunque in famiglia qualcuno che aveva un rapporto con la criminalità organizzata…”.
“Un altro fatto riguarda il furto della microcar che veniva utilizzata dalla figlia di Marco Daidone, il soggetto che all’interno dell’organizzazione criminale dei Romeo gestiva inizialmente il Ritrovo Montecarlo, aperto unitamente a Benedetto Romeo e dove c’era una sorta di sala scommesse gestita da quest’ultimo”, ha aggiunto Musolino. “Abbiamo accertato che Marco Daidone aveva rapporti anche con Vincenzo Romeo e che si era pure recato con lui a Malta quando c’è stato un problema di liquidità; quindi era una persona proprio di famiglia… Riscontriamo ciò anche quando Biagio Grasso e il Romeo si recano presso l’abitazione di Daidone per recuperare dei soldi contanti. Tornando al furto della microcar, il 9 novembre 2014 Marta Giannetto che era la madre di Daidone, contatta il figlio e dice che all’esterno della propria abitazione dov’era parcata, l’auto non c’era più. Daidone, piuttosto che contattare carabinieri o polizia, fa subito una telefonata a Vincenzo Romeo. Nel corso della conversazione Daidone non fa riferimento al furto perché teme di poter essere intercettato e quindi cerca di spiegare che la madre era rimasta a piedi… Una volta che Vincenzo Romeo comprende quanto accaduto, i due decidono di incontrarsi nella zona di Minissale. Successivamente a questa conversazione Marco Daidone tenta di contattare anche il fratello di Vincenzo Romeo, Daniele Romeo, proprietario di un’officina a Minissale, cercando un aiuto diretto anche da lui. Ebbene, se noi pensiamo che la prima registrazione tra Marta Giannetto e Daidone avviene alle ore 22.47 e che l’incontro tra Vincenzo Romeo e Daidone è di appena quarantacinque minuti dopo, in poco meno di un’ora Daidone si preoccupa di contattare la figlia facendole sentire il rumore della macchina che aveva appena ritrovato. Il giorno successivo Daniele Romeo si rende conto della chiamata ricevuta e sempre con le medesime modalità criptiche spiega che oltre a lui poteva rivolgersi anche al fratello Gianluca”.
Nel corso della sua deposizione il maresciallo Vincenzo Musolino si è soffermato pure su un misterioso furto di materiale edile all’interno di un cantiere aperto nel rione Fondo Fucile per la realizzazione di alcune palazzine. “Il 29 settembre del 2014 Biagio Grasso riceveva una telefonata da parte del fratello Massimo perché avevano asportato all’interno del proprio cantiere un cavo elettrico di circa settanta metri e ciò non consentiva il prosieguo dell’attività”, ha spiegato il teste. “La conversazione tra i due non avviene in maniera criptica anche perché i due non pensano di essere intercettati. Pochi minuti dopo il Grasso cercava di recuperare il cavo contattando più ditte e durante una conversazione il costruttore dice che adesso qualcuno si farà male per quanto accaduto. Altrettanto importante è la successiva conversazione tra Biagio Grasso e Orazio Johnny Faralla, soggetto che era inserito anteriormente nel settore del gioco d’azzardo dei Romeo e con precedenti per associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti. Faralla era stato pure arrestato nell’operazione Gramigna e all’epoca aveva anche un fine pena definitivo. Vincenzo Romeo aveva battezzato il figlio di Orazio Johnny Faralla e quindi c’era anche questo rapporto di comparato. Durante la conversazione con Biagio Grasso, il Faralla che invece è consapevole della possibilità di essere intercettato, riferisce di aver detto al fratello, quindi a Massimo Grasso, di non parlare per telefono, che quando si trattava di incontrarsi con Vincenzo Romeo lui spegneva il telefono… Biagio Grasso non comprendeva com’era possibile che si fosse verificato questo furto in quanto tutti erano a conoscenza che all’interno del cantiere di Fondo Fucile vi fosse la presenza del comune amico Enzo Romeo. Successivamente Vincenzo Romeo e Biagio Grasso cercano di comprendere chi avesse compiuto il furto. In un colloquio Romeo riferiva che tutti questi rognosi li conosceva. Altre conversazioni ci fanno comprendere invece il ruolo svolto da Vincenzo Romeo, come quelle che avvengono tra Stefano Barbera e la compagna Donatella Raffaele. In quella del 23 settembre 2014, il Barbera dice che il Romeo, quotidianamente, ha bisogno di diverso contante per aiutare i familiari delle persone che si trovano in carcere, gli porta soldi alle persone che si trovano agli arresti domiciliari, cinquanta-cento euro e che ha un quaderno dove segnava tutto questo. In un’altra conversazione lo stesso Romeo riferisce di avere troppa gente sulle spalle. Così noi riusciamo a comprendere che il Romeo era ben inserito all’interno del contesto messinese anche perché lui conosceva tutti…”.
E a calmare catanesi e calabresi ci pensa mister Tempesta
Il maresciallo Musolino ha riferito pure di un “interessamento” dei Romeo-Santapaola in un contenzioso tra un imprenditore catanese e alcuni creditori. “Per questo riguarda la relazione della famiglia messinese con gli esponenti della zona di Catania, un episodio rilevante è quanto accaduto a Michele Spina, un imprenditore nipote di Sebastiano Scuto, soggetto con precedenti per associazione a delinquere di stampo mafioso ed altro, indagato per l’impiego e il riciclaggio di capitali illeciti del clan Laudani, federato al gruppo dei Santapaola”, ha raccontato l’inquirente. “Il 29 aprile del 2014 viene registrata una conversazione a bordo dell’autovettura Audi A6 tra Biagio Grasso e Michele Spina, durante la quale quest’ultimo lamentava che una persona era arrivata da lui richiedendo dei soldi. Qual era il motivo? Michele Spina era stato in passato in rapporto con Vincenzo Romeo per quanto riguardava l’ambito dei giochi e in particolare le concessioni per diversi milioni di euro che era riuscita ad ottenere la Primal S.r.l. gestita da Spina. Lo stesso Vincenzo Romeo racconta di essersi recato presso lo studio dell’avvocato Sbordoni a Roma unitamente a soggetti di altre organizzazioni criminali che avevano ottenuto le concessioni per i giochi, i quali conoscevano come soggetto referente Michele Spina e non lui. In quel caso Michele Spina chiederà a Vincenzo Romeo di accompagnarlo presso l’avvocato perché era avvenuto il blocco delle concessioni anche perché si faceva riferimento ad un mancato pagamento di diversi milioni di euro. Allora Michele Spina disse che il suo socio di riferimento era il Romeo. Come raccontato da Spina a Biagio Grasso, una persona si era recata da lui per richiedere la restituzione di ventimila euro relativi all’apertura di un centro scommesse, quindi per una concessione che poi non si era più realizzata. Grasso allora gli domanda perché nonsi faceva riferimento a Tempesta. Noi riusciamo ad identificareTempesta in Vincenzo Romeo anche con l’aiuto di Stefano Barbera. Sempre in quel contesto Michele Spina dice che si tratta di un clan avverso, infatti non si trattava del clan Laudani o Santapaola bensì del clan Pillera. Il 29 aprile 2014 Spina e Grasso continuano a parlare di quanto accaduto e fanno riferimento al soggetto chiamandolo per nome e cognome, ovvero Francesco Grasso, persona originaria di Catania e nipote di Salvatore Pillera, alias Turicachidi, ritenuto a capo dell’omonima famiglia mafiosa etnea. Un altro episodio ha riguardato invece l’incendio verificatosi il 19 luglio 2014 ad un negozio di scarpe che si trova nella zona di Pistunina, di proprietà dell’impresa Salice Angelo e figli e il cui amministratore unico è Angelo Salice. Alcuni giorni dopo, all’interno dell’ufficio della XP Immobiliare, nel commentare con Grasso l’incendio, Romeo riferiva che erano andati dal medico successivamente, cioè si erano rivolti al padre dopo che la cosa era accaduta. Evidentemente c’era stato un problema, probabilmente una richiesta estorsiva e piuttosto di rivolgersi prima alla famiglia Romeo, si erano recati solo dopo l’incendio”.
“Abbiamo registrato anche delle relazioni d’affari con gruppi criminali che operano in Calabria, intanto una serie di rapporti tra Vincenzo Romeo e l’imprenditore Carlo Borrella”, ha aggiunto il maresciallo Musolino nel corso della sua deposizione al processo Beta. “In particolare, in diverse conversazioni intercettate sempre presso la XP Immobiliare e all’interno dello studio dell’avvocato Andrea Lo Castro, si evidenziava l’investimento di soldi da parte di Romeo all’interno dei cantieri della società Demoter di Borrella. I cantieri erano quelli relativi alla strada provinciale che si stava costruendo in Calabria tra Bovalino e Bagnara, che collegava cioè i comuni che storicamente sono legati ad alcune famiglie mafiose tra i quali i Barbaro di Platì. L’appalto della Bovalino-Platì se l’era aggiudicato all’inizio la Demoter poi trasformata in Cubo S.p.A.. Nel corso delle indagini registriamo tale Saverio Barbaro che contattava Biagio Grasso al fine di avere il pagamento di alcune spettanze stipendiali.
Saverio Barbaro era dipendente della Demoter e dall’aprile del 2012 lo diventa della Cubo; quindi era un dipendente diretto di Carlo Borrella e delle sua aziende. Per comprendere chi fosse Saverio Barbaro, noto tra i personaggi messinesi come il Geometra, possiamo riferire che è gravato da pregiudizi per favoreggiamento personale, falsità materiale ed altro. In particolare egli è appartenente, grazie agli stretti legami di sangue, alla ‘ndrina Barbaro-Pillaro in quanto il nonno paterno, Giuseppe, alias Peppe Pillaru, è ritenuto il capo dell’omonima cosca dei Barbaro. Saverio Barbaro era legato con rapporti di parentela anche con i Perre Maistru e in particolare con la ‘ndrina Trimboli. Sono state segnalate frequentazioni tra Saverio Barbaro, Francesco Barbaro, Francesco Perre, Pasqualino Barbaro e Francesco Barbaro”.
“Abbiamo avuto modo di registrare dei contatti tra Saverio Barbaro direttamente con appartenenti alla famiglia Romeo; in particolare nel corso di un colloquio con Biagio Grasso lo stesso Vincenzo Romeo fa esplicito riferimento alla famiglia Barbaro e poi chiede all’interlocutore di spegnere l’apparecchio cellulare”, aggiunge il teste. “In questo caso il riferimento è a tutte quelle aziende che ruotavano attorno all’appalto della Cubo S.p.A., quindi ad Antonio Barbaro con la Planet Costruzioni. Antonio Barbaro era legato da vincoli familiari a Saverio Barbaro ma era anche il figlio di Giuseppe Barbaro e nipote di Pasquale Barbaro ‘u Nigru che era a capo della cosca. Abbiamo verificato l’esistenza di rapporti tra quest’ultimo e Vincenzo Romeo. Ad esempio il 12 settembre 2004, durante un incontro registrato all’interno dell’ufficio della XP Immobiliare, Romeo e Grasso chiedevano a Borrella con chi è che aveva parlato, se aveva parlato con quello che era latitante che all’epoca era appunto Pasquale Barbaro… In questo caso era lo stesso Romeo a chiedere: Barbaro, Barbaro chi? Perché lui voleva capire con chi è che doveva parlare per cercare di sistemare la situazione. Nel corso di questa conversazione si fa riferimento anche ai soldi dati da Vincenzo Romeo per far ripartire quello che era il cantiere di Platì ma soprattutto per cercare di fermare le richieste da parte del gruppo della ‘Ndrangheta calabrese che aveva investito diverse somme di denaro e che aspettava il pagamento, per esempio, di alcune spettanze da Borrella. Un’altra conversazione di interesse era quella dove Vincenzo Romeo spiegava che doveva andare in Calabria a cercare di sistemare il bordello che si era creato…. La relazione della Prefettura di Reggio Calabria del 25 marzo 2011 effettuata dopo l’accesso del Gruppo interforze presso il cantiere sulla Bagnara-Bovalino aveva accertato l’esistenza di una serie di aziende che attraverso il nolo a caldo o il nolo a freddo avevano fornito il materiale o comunque mezzi in riferimento all’appalto della strada provinciale, pertanto il loro interesse era quello di recuperare e riprendere l’appalto con la Provincia di Reggio Calabria (…) Nel corso di diverse conversazioni all’interno dello studio dell’avvocato Andrea Lo Castro, noi registriamo l’interesse da parte di Carlo Borrella, Vincenzo Romeo e Biagio Grasso fondamentalmente per almeno tre ipotesi: 1) recuperare il denaro che Vincenzo Romeo aveva investito nell’affare; 2) evitare che il nome di Vincenzo Romeo, che era stato speso nei confronti della famiglia Barbaro, potesse ricavare una cattiva figura perché il Romeo si era comunque presentato nei confronti della famiglia Barbaro facendo riferimento alla propria appartenenza ai Santapaola; 3) la necessità da parte del gruppo di recuperare alcuni mezzi che la Cubo e Demoter avevano disseminato nel territorio nazionale ed estero. Le indagini della Procura di Milano erano del 2011-2012 e riguardavano il fallimento della Else poi trasformata in Fondazione Else, dove era stato indagato lo stesso Biagio Grasso e tutta una serie di soggetti, come ad esempio Susanna Allievi che era una delle collaboratrici di Grasso, un’imprenditrice che si muoveva tra Milano e Messina. Anche in questa vicenda c’era un collegamento con i calabresi per rintracciare quali erano questi mezzi per poi rivenderli. I mezzi erano infatti quelli della Fondazione Else e di Else: caterpillar, macchine motrici o altro…”.
Alla ricerca di attrezzature edili e teste di legno
“L’individuazione e il recupero dei mezzi avveniva grazie anche alla compiacenza di due soggetti stranieri, uno dei quali, Atta El Sayed, lavorava nella zona di Milano e comunque aveva avuto dei precedenti penali per furto e altro; il secondo soggetto era Abdullah Nagha, un cittadino egiziano non meglio identificato”, ha spiegato l’inquirente. “Biagio Grasso, Carlo Borrella e Vincenzo Romeo si incontrano spesso per tentare di recuperare i mezzi che erano stati sequestrati per poterli poi rivendere e recuperare il denaro. Noi veniamo a sapere di un appuntamento che si doveva verificare presso lo studio dell’avvocato Lo Castro. La mattina del 21 febbraio 2014 il servizio di osservazione esterno riesce a intercettare Carlo Borrella e il veicolo in uso a Vincenzo Romeo. Successivamente arrivano presso lo studio di Lo Castro, sia Biagio Grasso che Romeo. Ciò rappresenta per noi l’inizio per comprendere chi fosse Grasso e quale rapporto lo legasse a Romeo e a Borrella… Condizione necessaria per il recupero delle riserve della società era quella del cambio dell’amministratore della stessa Cubo, come sarà detto testualmente il 3 marzo 2014 all’interno dello studio Lo Castro nel corso di un incontro tra l’avvocato, Biagio Grasso e Vincenzo Romeo. In queste riunioni certe volte non c’è la presenza di Borrella perché al tempo egli non lavorava a Messina ma aveva dei cantieri in Costa d’Avorio. Vi era qualche difficoltà nella comunicazione tra questi personaggi, ma c’erano telefonate in transito da alcune utenze in uso a numeri della Costa d’Avorio. Un altro sistema utilizzato da Grasso e Borrella per comunicare era quello della e-mail condivise; durante alcune delle conversazioni registrate i due facevano riferimento ad un server e ad una password. Te la ricordi la password?Così uno dei due entrava all’interno della e-mail stessa e del file salvato al suo interno e dialogavano in questa maniera. Formalmente Biagio Grasso non ricopriva al tempo alcuna carica all’interno della Cubo S.p.A. o della Demoter. L’amministratore della Cubo era Filippo Spadaro. Il 9 settembre 2014, sempre all’interno della XP Immobiliare, noi registriamo una conversazione tra Grasso e Spadaro in cui il primo parla anche della sua testa di legno, perché uno dei sistemi nelle diverse ditte riferibili al gruppo Santapaola-Romeo era quello della presenza di teste di legno, ovvero di soggetti che non avevano precedenti penali ma che comunque erano legati da un rapporto fiduciario a Vincenzo Romeo e alla famiglia Romeo o che prestavano il proprio nome per far parte delle cariche sociali. Uno di questi era Franco Lo Presti”.
L’esigenza di individuare dei prestanomi di comodo nasceva dall’esigenza di bypassare i provvedimenti amministrativi e giudiziari in corso. “La Demoter era già stata oggetto di interdittiva antimafia; la prima era quella n. 20712 del 2011 relativa all’esecuzione delle opere per l’Expo di Milano a cui è seguita quella dell’1 giugno 2012”, ha raccontato il maresciallo Musolino. “Proprio quest’ultima informativa la vedremo più volte citata dallo stesso Biagio Grasso nel corso di alcuni colloqui con il padre perché erroneamente il costruttore non aveva letto che nel provvedimento fatto dal Comando provinciale di Messina, in alto a destra, il 12 era scritto male e pertanto lui pensava trattarsi di una nuova informativa antimafia connessa ai suoi rapporti con l’imprenditore Salvatore Puglisi e con i barcellonesi Carmelo D’Amico e Antonino Merlino. Biagio Grasso aveva paura che tale nuovo atto potesse colpirlo ancora una volta inficiando quello che doveva essere l’aggiudicazione dell’appalto per gli alloggi popolari con il Comune di Messina”.
Una, due, tre, quattro, cinque biciclette con colpo in canna
Su specifica domanda del Pubblico ministero Liliana Todaro, il teste ha spiegato le modalità con cui il gruppo Romeo-Santapaola entrava in possesso di armi e munizioni. “Armi non ne sono state ritrovate nel corso delle diverse fasi d’indagine e noi non abbiamo effettuato delle perquisizioni, nonostante nel periodo delle intercettazioni c’erano specifici riferimenti ad esse”, ha dichiarato Musolino. “In particolare c’erano state delle conversazioni tra gli indagati che riguardavano proprio la detenzione di armi da parte del gruppo. Il gruppo faceva molta attenzione a parlare, non ha mai utilizzato proprio la parola armi ma bensì si parlava di biciclette, oppure si faceva riferimento al calibro… Voglio raccontare in proposito un episodio accaduto il 4 luglio 2014 e che ha riguardato l’abbattimento di un cane che aveva morso un bambino e che ha avuto come protagonista Antonio Lipari. Questi è noto come cugino di Vincenzo Romeo ma in realtà il Lipari è figlio di Carmela Pasqualina Romeo che era nipote di Francesco Romeo, padre di Vincenzo e che gestiva il bar Hospitalche si trova all’ospedale Piemonte. Antonio Lipari e il fratello Salvatore Lipari erano molto vicini al gruppo criminale, erano proprio intranei ai Romeo-Santapaola. In particolare Francesco Romeo faceva spesso riferimento ai nipotiper svolgere qualsiasi tipo di attività. Essi si occupavano di settori diversi, come è stato il caso della distribuzione dei farmaci in Calabria e in Sicilia con una ditta di riferimento. Ebbene, per l’episodio del 4 luglio 2014, Antonio Lipari contattava Vincenzo Romeo facendo riferimento ad ironovvero ferro, come comunemente e generalmente viene indicata la pistola all’interno del gruppo e chiede al cugino di andare da lui. Nella conversazione registrata qualche minuto dopo, noi comprendiamo che assieme ad Antonio Lipari vi era anche il fratello Salvatore. Nel preciso istante in cui arrivano queste due conversazioni telefoniche, Biagio Grasso si trovava all’interno di un’autovettura con Vincenzo Romeo. Il motivo per cui era stato contattato Romeo era che Antonio e Salvatore Lipari non volevano abbattere il cane perché probabilmente si spaventavano e quindi chiesero l’aiuto di Vincenzo Romeo. Di sera, sempre all’interno dell’autovettura, i due commentano la modalità con cui è stato ammazzato questo cane (…) Il termine convenzionale dell’uso di biciclette noi lo riscontriamo ad esempio in una conversazione tra Francesco Romeo e Vincenzo Romeo a cui era presente anche Concettina Santapaola, madre di Vincenzo Romeo e moglie di Francesco. In questo colloquio si fa riferimento a due biciclette 7 e 21 nuove-nuove e quindi al fatto che i fratelli Lipari avevano provato ad utilizzare queste armi vicino la casa del fratello Benedetto Romeo. Anche il Romeo in un’occasione fa esplicito riferimento a cinque biciclette in suo possesso. Se avesse avuto la necessità, riferiva al suo interlocutore, doveva recuperare cinque biciclette e fargliela pagare. Altra conversazione di interesse è quella del 4 settembre 2014 quando Stefano Barbera propone di prelevare la pistola e il fucile che aveva a casa il padre, Giuseppe Barbera, per poi effettuare la punzonatura sulle armi stesse e quindi rivenderle. Romeo si mostra particolarmente interessato ad avere queste armi. Abbiamo poi accertato presso la stazione Carabinieri di Spadafora che Giuseppe Barbera deteneva effettivamente un Revolver calibro 38 special marca Taurus, cinquanta cartucce e ancora un fucile marca Benetti Andrea, calibro 16. Il 14 luglio del 2015 registriamo invece Vincenzo Romeo che si sfoga e arriva a dire che se avesse ritenuto Biagio Grasso un infame gli avrebbe sparato in testa con una 44 o una 45”.
“In una conversazione registrata il 22 novembre 2014 tra Francesco Romeo e Pasquale Romeo, si faceva riferimento invece ad uno scantinato dal quale bisognava togliere qualcosa; noi comprendiamo che si tratta di una pistola anche perché loro avevano paura di una possibile perquisizione”, ha concluso Musolino. “Altre conversazioni più esplicite sono quelle che avvengono all’interno dell’ufficio della XP Immobiliare perché quello era il luogo in cui Romeo e Grasso si sentivano liberi di poter dialogare. Il 26 novembre 2014 si comprende dal tenore del colloquio come i due fossero in possesso di un’arma. C’è infine una vicenda relativa ad un problema sorto con i soci catanesi o meglio Carmelo Laudani e Salvatore Galvagno, due imprenditori che erano stati inseriti all’interno della XP Immobiliare al fine di portare liquidità (avevano versato cinquantamila euro a Biagio Grasso) e terminare prima dei tempi stabiliti l’appalto per la costruzione delle palazzine da vendere al Comune di Messina. Quando le abitazioni non vengono più vendute, Carmelo Laudani e Galvagno richiedono la restituzione del denaro. Questo fa nascere diversi problemi anche perché in quel momento Grasso e Romeo dovevano versare mensilmente una quota di affitto al precedente socio che era la RD Immobiliare di Rosario Di Stefano. Quando loro si rendono conto che uno dei due imprenditori aveva delle armi addosso, Grasso e Romeo dicono che avevano preso la cautela di avere con sé alcune pistole. Nel corso della conversazione registrata la sera dell’8 gennaio 2015 Biagio Grasso rimproverava il fatto che avesse messo il colpo in canna…”.

Il Condor degli ex militari golpisti argentini lascia le Ande per nidificare in Sicilia

Carlos Luis Malatto

di Antonio Mazzeo - 16 giugno 2019
Deve rispondere di gravissimi crimini contro l’umanità l’ex militare italo-argentino Carlos Luis Malatto, immortalato in un video dai cronisti di Repubblica.it nel rifugio dorato di Portorosa-Furnari, la località turistica della fascia tirrenica della provincia di Messina già meta delle latitanze di boss di Cosa Nostra del calibro di Bernardo Provenzano e Benedetto “Nitto” Santapaola. Malatto, in particolare, è accusato di concorso nel sequestro, detenzione illegale, omicidio e sparizione del corpo della studentessa ventiquattrenne Marie Anne Erize, una delle vicende più brutali degli anni della dittatura dei militari golpisti argentini. 
Marie Anne Erize
La donna, ex modella poi volontaria negli sterminati barrios-miseria di Buenos Aires, fu sequestrata da tre militari la mattina del 15 ottobre 1976  a San Juan, dove la giovane si era stabilita dopo l’arresto del suo fidanzato Daniel Rabanal, un giovane studente aderente al movimento peronista Montoneros. La ragazza fu condotta nel vecchio complesso sportivo La Marquesitas della città di San Juan, appositamente riconvertita in lager dall’esercito. Lì, stando alle prove raccolte dai giudici argentini, Mari Anne Erize è stata assassinata dopo essere stata vittima di inaudite torture e stupri. Al tempo del sequestro della giovane studentessa, il tenente colonnello Carlos Luis Malatto era in forza al Reggimento di Fanteria di Montagna (RIM 22) di San Juan; secondo gli inquirenti sarebbe stata proprio la centrale d’intelligence di questo reparto militare ad organizzare il sequestro, la detenzione e la sparizione di Mari Anne Erize.
Superiore gerarchico a San Juan era al tempo il noto torturatore Jorge Antonio Olivera, il 4 luglio 2013 condannato all’ergastolo dal Tribunale criminale federale argentino per più di 50 reati commessi negli anni della dittatura militare. La condivisione delle strategie criminali tra i due ufficiali era così stretta che i prigionieri politici li identificarono entrambi con lo stesso pseudonimo, Malavera, derivante dalla fusione dei cognomi di Carlos Luis Malatto e Jorge Antonio Olivera. Anche Olivera trovò rifugio in Italia dopo l’emissione del mandato di cattura nei suoi confronti, ma come accaduto con Malatto, le autorità del nostro paese hanno negato l’estradizione. Indossata la toga di avvocato Olivera ha difeso processualmente il boia delle Fosse Ardeatine Erich Priebke; dopo la simbolica condanna a 15 anni (poi ridotti a 5), l’ex ufficiale nazista scontò parte della pena proprio in un appartamento romano di proprietà dell’ex ufficiale argentino.
La contiguità Malatto-Olivera è confermata pure dalla scelta dello stesso legale difensore, il prof. Mario Sinagra, originario di Catania ed ex ufficiale dell’Aeronautica militare, affiliato alla loggia massonica P2 del venerabile Licio Gelli (di quest’ultimo lo stesso Sinagra è stato difensore) e candidato alle ultime elezioni politiche ed europee con la lista neofascista di CasaPound
Secondo l’ex magistrato Carlo Palermo, già in forza alle Procure di Trento e Trapani per complesse inchieste su traffici di armi internazionali e la connection servizi segreti-mafia, l’avv. Augusto Sinagra avrebbe frequentato “in rappresentanza di Licio Gelli” il sedicente Centro studi Salvatore Scontrino di Trapani al cui interno si nascondevano numerose logge massoniche a cui sarebbero stati affiliati anche personaggi legati alla criminalità organizzata, ai servizi segreti e alla struttura paramilitare Gladio. Al processo sulle attività del Centro studi, il maestro responsabile Giovanni Grimaudo (ex prete, poi docente di filosofia) ha ammesso i suoi incontri con Sinagra. 
MARIO SINAGRA
Ad affiancare l’avvocato catanese nella difesa dell’ex ufficiale Jorge Antonio Olivera,  c’era - sino alla sua morte avvenuta nel gennaio 2010 - pure l’avv. Marcantonio Bezicheri, già candidato a sindaco di Trieste e Bologna con l’organizzazione di estrema destra Msi-Fiamma Tricolore e difensore di numerosi imputati neofascisti indagati in processi per stragi: tra essi il più noto è Franco Freda, ma ci sono pure Marco Maria Maggi (assolto per la strage di Piazza Fontana a Milano), Massimiliano Fachini e Sergio Picciafuoco (assolti per la strage alla stazione di Bologna).
Era già accaduto in passato, ma l’odierna scoperta del villino di Portorosa affittato per i bagni estivi e le gite in barca alle Eolie dell’ennesimo criminale-impunito latinoamericano, offre tutta l’impressione che il famelico Plan Condor dagli artigli insanguinati abbia lasciato le Ande per nidificare in Sicilia, sotto la protezione della sempreviva rete di neofascisti, massoni deviati, servizi segreti ed apparati vari dello Stato e - per la location - forse pure dei leader storici della criminalità mafiosa barcellonese.          

MESSINA. Portorosa rifugio dorato di criminali: per Carlos Luis Malatto accusato di gravi crimini durante il regime militare golpista in Argentina


14 GIUGNO Antonio Mazzeo 

Portorosa si conferma il rifugio dorato di criminali e latitanti di mezzo mondo. E’ di oggi lo scoop dei giornalisti di Repubblica.it Emanuele Lauria e Giorgio Ruta che hanno filmato in un villino della rinomata località turistica l’ex tenente colonnello dell’esercito argentino Carlos Luis Malatto, fuggito dal paese di origine a seguito di diversi ordini di cattura per l’omicidio e la sparizione forzata nei terribili anni della dittatura militare di tre attivisti politici, nonché per i reati di associazione per delinquere, lesioni aggravate, violazione di domicilio e sequestro di persona. Malatto dopo essersi rifugiato in Cile, nel 2011 ha raggiunto l’Italia, ospite prima a L’Aquila della Confraternita della Misericordia e successivamente a Genova della Parrocchia di San Giacomo Apostolo. 
Carlos Luis Malatto


Dopo essere stato individuato dai corrispondenti liguri del Corriere della Sera, l’ex militare della Junta golpista argentina ha fatto perdere le proprie tracce per ricomparire nell’estate 2017 in Sicilia: aveva trovato domicilio in un appartamento di via santa Chiara a Calascibetta (Enna). A seguito della rivelazione da parte di un periodico spagnolo del suo trasferimento in Sicilia, Carlos Luis Malatto ha lasciato in fretta e furia il piccolo comune per trascorrere la propria latitanza in un residence di Portorosa, proprio come avevano fatto negli anni passati alcuni dei maggiori boss dell’ala stragista di Cosa nostra, grazie anche alla protezione dei referenti mafiosi locali in odor di servizi segreti, massoneria deviata e neofascismo. 

Dopo che nel luglio del 2014 la Corte di Cassazione aveva annullato l’autorizzazione dei giudici del Tribunale de L’Aquila all’estradizione delle’ex militare in Argentina, nel novembre 2016 l’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando, in base all’articolo 8 del codice penale, ha firmato l’autorizzazione a processarlo in Italia. A difendere Carlos Luis Maletto sono i legali Augusto Sinagra e Franco Sabatini, soci senior del noto studio Sinagra di Roma, fondato nel 1963 dall’avv. Mario Sinagra. 
AUGUSTO SINAGRA

Augusto Sinagra, originario di Catania ed ex ufficiale dell’Aeronautica militare, dopo aver ricoperto il ruolo di magistrato è stato nominato nel 1980 Consigliere giuridico presso il Ministero degli Affari Esteri. Successivamente è diventato docente di materie giuridiche nelle Università di Roma, Trieste, Genova, Chieti e Palermo. Il suo nome è finito nelle liste della loggia massonica P2 del maestro venerabile Licio Gelli (tessera n. 946); dello stesso Gelli, Augusto Sinatra è stato pure l’avvocato difensore. 

Più recentemente il legale di origini etnee ha ricoperto l’incarico di “rappresentante permanente in Italia della Repubblica Turca di Cipro del Nord” (il territorio cipriota illegalmente occupato dalla Turchia), ed ha rappresentato il governo di Ankara nella richiesta di estradizione dall’Italia dello storico leader del Pkk Abdullah Ocalan. 

Alle scorse elezioni politiche, l’avv. Augusto Sinagra è stato pure candidato per l’organizzazione neofascista Casa Pound nel collegio Roma Tuscolano, caratterizzando il suo impegno cerca-voti principalmente in opposizione alle politiche di accoglienza di rifugiati e migranti in Italia. Dello studio legale Sinagra di Roma risultano “soci associati” pure due docenti dell’Università Kore di Enna, gli avvocati Paolo Bargiacchi e Anna Lucia Valvo. Quest’ultima, in particolare, rappresenta insieme ad Augusto Sinagra la Fondazione-Fondo Proserpina (amministratore il noto politico Pd Vladimiro Crisafulli) nel procedimento contro il MIUR sul mancato riconoscimento legale della sedicente “Facoltà di medicina di Enna” istituita dalla Fondazione insieme all’Università Dunarea de Jos di Galati (Romania). 

Già Preside della Facoltà di Scienze economiche e giuridiche ed odierna titolare della cattedra di Diritto dell’Unione europea dell’Università Kore, l’avv. Anna Lucia Valvo è pure “docente aggiunto” nei corsi di aggiornamento della Scuola Interforze della Polizia di Stato, nonché “consulente” dell’Ambasciata della Repubblica di Turchia in Italia. Nel suo curriculum accademico compare pure la pubblicazione di una “nota giuridica” a favore delle motivazioni della sentenza della Cassazione del 17 luglio 2014 ha nei fatti ha impedito l’estradizione in Argentina di Carlos Luis Malatto. Tra i “collaboratori esterni” dello Studio legale che difende il transfuga (ex) golpista argentino c’è pure un altro noto professionista siciliano, l’avv. prof. Salvatore Lombardo, già deputato del Psi all’Assemblea regionale siciliana.

SENTENZA GOTHA 7: 29 condanne, ecco le motivazioni della sentenza in 500 pagine - "una delle più importanti operazioni del nostro territorio negli ultimi trent’anni"



12 GIUGNO di Nuccio Anselmo 

I “vecchi” e i “nuovi” di Cosa nostra barcellonese. L’impresa C.e.p. come “cassaforte” del gruppo mafioso. Le altre imprese adoperate per riciclare il denaro sporco. Le estorsioni alle ditte. Le rapine. Le pressioni sui commercianti che avevano “ingranato” e quindi “dovevano” pagare. L’apporto fondamentale dei collaboratori di giustizia per scardinare tutto il contesto. La collocazione degli associati in carcere e il loro mantenimento in cella a seconda del “rango”, con la consegna dei soldi alle mogli e ai parenti che rimanevano fuori, il classico “mensile” di Cosa nostra ai suoi figli in galera. I contrasti interni e le liti. E poi le «prove forti per i reati su cui si procede». 

C’è questo, e tanto altro, nelle oltre 500 pagine di motivazioni della sentenza con cui nell’aprile scorso il gup Salvatore Mastroeni decise i 30 giudizi abbreviati dell’operazione antimafia “Gotha 7”. Ovvero la settima puntata giudiziaria di una delle più importanti operazioni del nostro territorio negli ultimi trent’anni, che ha messo all’angolo l’ala militare e popolare di Cosa nostra barcellonese, e ha portato boss e gregari tutti in carcere, molti al “41 bis”. Il quadro delle accuse delineate dal procuratore aggiunto Vito Di Giorgio e dal sostituto della Dda Fabrizio Monaco, resse globalmente al vaglio del giudice. 

È in pratica un “libro” sulla mafia, quello scritto dal gup Mastroeni, che contiene però anche molte notazioni di carattere tecnico-giuridico sulla legislazione attuale e sulla necessità, forse, secondo il magistrato, di cambiare qualcosa. Ma c’è anche una dettagliata analisi singola, imputato per imputato, delle accuse dirette dei pentiti, che vengono ritenuti credibili dal magistrato. Ecco quindi alcuni passaggi di queste motivazioni di sentenza, che aiutano a capire il perché di quelle condanne e anche il contesto. 

La portata del processo. 
Scrive il giudice che palesemente il processo costituisce, come dal nome della operazione “Gotha 7”, un segmento in una realtà di fatto e giuridica e processuale ben più ampia. Ciò ha riflessi, innestandosi soggetti e fatti, in un quadro più ampio e sicuramente con aspetti di gravità pure maggiore. Lo stesso vale per i singoli comportamenti in esame, che spesso si spiegano appieno nei fatti pregressi che risaltano la relativa gravità. Spesso presuppongono soltanto, non evidenziandola, ma la medesima violenza precedentemente posta in essere fino agli omicidi. Si consideri ad esempio il fatto che per intimorire basta parlare degli amici in carcere, per cui le gravissime violenze ascrivibili in concreto ad esempio al Calderone, al Foti Mariano, come visto, ne connotano la gravità relativa alle loro contestazioni ma sono un substrato costante, una premessa e un peso che l’associazione ha in generale sulle vittime, sia che si manifesti fisicamente sia se meramente evocata. 

La mancata progressione. 
Scrive il gup: appare opportuno sottolineare, come non ci sia una progressione armonica nei fatti in esame nei vari processi Gotha, non essendo il settimo processo relativo ad uno sviluppo complessivo temporale dell’associazione, ma essendovi una serie di fatti e di soggetti, tutti inquadrabili nel più vasto scacchiere della mafia barcellonese, che diventano attuali, e riuniti in un processo, sulla base di un elemento collante che è costituito dal progressivo raggiungimento della prova necessaria… da un verso – scrive ancora il gup -, vi è qualche elemento di novità, dall’altro si scoprono momenti, soggetti e fatti rimasti precedentemente non disvelati. Questo è di fatto il presente processo, con la forza giuridica di muoversi sulla base di prove forti per i reati su cui si procede, con il limite di essere temporalmente delimitato dalle collaborazioni e dalle conoscenze dei collaboratori, ma non solo. 

Interessante questo passaggio: il limite, oltre che temporale, è con evidenza, rispetto agli eventuali assetti nuovi e più gravi di vertice. Non è un caso che di massima ci si muove nei confronti di semplici associati, ma il livello e la forza attuale dell’associazione mafiosa è palesemente al di fuori della presente indagine, non oggetto di evidenza né rilievo, restando confinata al di fuori e solo auspicabilmente a prossime numerazioni del processo. Secondo il gup Mastroeni però resta ancora da fare molto per salire di “livello”. Ecco perché: la costante frana dell’associazione, con crollo del muro dell’omertà, e progressive collaborazioni, è circostanza di fatto che non può ingenerare dubbi aprioristici sulle nuove dichiarazioni, essendo una vera e propria valanga, ma logica e coerente, che si sta abbattendo almeno sull’ala militare dei barcellonesi. 

Rivedere il 416 bis. 
Vi sono degli indubbi aspetti di obsolescenza – scrive poi il giudice -, della norma base dell’intero apparato normativo antimafia e cioé del 416 bis. Il presupposto di applicabilità, dell’intimidazione fisica, quasi militare, sul territorio, che per certi aspetti ricorda la vecchia mafia dalla lupara al kalashinkov, è superata, per certi casi non per tutti, nei fatti, da associazioni spesso più potenti ma assolutamente aliene da visibilità e violenza, e con strumenti più raffinati e ormai con finalità e profitti molto al di là della norma. D’altro lato, tale connotazione, in taluni casi, viene a sottoporre alla normativa, soggetti e fatti con evidente aspetto di marginalità, non ai livelli di cosa nostra (nel senso che i gruppi in esame, pur facendo parte della cosca barcellonese, che risulta parte di cosa nostra, per specifica rilevanza ne appaiono distanti come livello), della ’ndrangheta e delle più gravi associazioni mafiose, ma aventi, in ambienti più ristretti, i caratteri costitutivi della norma, restando i relativi imputati soggetti a sanzioni e normative di grande spessore e rilievo. Ma questo è lo stato normativo attuale. 

I pentiti. 
Altro aspetto, largamente e specificamente nei singoli casi, oggetto delle doglianze difensive, come anticipato, è relativo – scrive il gup -, agli effetti e valenza delle collaborazioni di giustizia. Quasi tutti i temi proposti seguono schemi già affrontati e superati dalla giurisprudenza della Corte e nei provvedimenti emessi nel presente procedimento, che pertanto caso per caso saranno assorbiti nella esposizione e nella stessa indicazione di regole applicabili e valenza. Osservazioni preliminari sul livello dei collaboratori non hanno diritto di trovare ingresso e rilievo, in considerazione che, pur quelli che risultano non di eccelsa precedente caratura criminale, sono perfettamente al livello delle cose e dei soggetti di cui si parla, non versandosi nella specie nemmeno in contestazioni relative a figure di capi od organizzatori, ed essendo evidente il livello stesso degli imputati, pur nella rilevante appartenenza alla congrega barcellonese, in sé di assoluto rilievo. 

La sentenza. 
Era il 3 aprile scorso quando il gup Salvatore Mastroeni decise sui 30 giudizi abbreviati per la “Gotha 7”: 29 condanne per un totale di circa 180 anni di carcere e una assoluzione totale soltanto. La condanna più elevata (12 anni) fu disposta per Antonino D’Amico e Agostino Milone, mentre 11 anni per Giuseppe Domenico Molino. Condanna a 9 anni e 6 mesi invece per Mariano Foti, mentre 9 anni inflitti a Sebastiano Chiofalo, Fabrizio Garofalo, Giuseppe Antonio Impalà. Fu condannato a 4 anni – in “continuazione” con un’altra sentenza -, il boss novarese dei Mazzarroti Tindaro Calabrese. L’unico assolto totalmente fu Alessandro Maggio, con la formula «perché i fatti non costituiscono reati».  

Gazzetta del Sud