16 gennaio 2018

Gli inceneritori portano INGIUSTIZA e MORTE!

Gli inceneritori portano INGIUSTIZA e MORTE!   
Sono un FURTO di RISORSE PUBBLICHE!  Un veleno travestito da medicina! #Cacciamoli #FUORIdaiPOLMONI! #siciliaLIBERA #NOinceneritori  Domenica 28 Gennaio, ore 15.00 - Milazzo


Sgarbi, Musumeci e Micciché: tutti per Mori appassionatamente

MORI E DELL'UTRI

15 gennaio 2018 di Lorenzo Baldo


di Lorenzo Baldo

Il lancio di agenzia è laconico: “Sarà proiettato mercoledì 17 gennaio, alle 11, nella Sala Mattarella di Palazzo dei Normanni, a Palermo, il docufilm ‘Generale Mori - Un’Italia a testa alta’ di Ambrogio Crespi. L’iniziativa è stata promossa dall’assessore regionale ai Beni culturali Vittorio Sgarbi in collaborazione con il presidente dell’Ars Gianfranco Micciché. La proiezione sarà preceduta da un incontro al quale, oltre a Sgarbi e Micciché, saranno presenti il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno”. Immediati arrivano i commenti politici. “Questa è una autentica vergogna - afferma Fabio Granata, tra i fondatori del movimento ‘Diventerà Bellissima’ del governatore Nello Musumeci - mentre il processo sulla Trattativa entra nella fase più delicata questa farsa disonora il Parlamento e la politica siciliana. Di questo passo altro che bellissima diventerà. Penso a Paolo Borsellino e questo non è accettabile”. Dello stesso avviso l’ex candidato alla presidenza della Regione per il Movimento 5 Stelle, Giancarlo Cancelleri“E’ una vergogna, con tutto il garantismo che vogliamo, resta il fatto che Mori è imputato in un processo importante per l'Italia e la Sicilia. Qui siamo all'assoluzione preventiva. Sgarbi non è nuovo a queste iniziative e adesso trova la sponda del presidente dell'Ars. Sgarbi e Micciché fanno revisionismo e lo fanno nel Parlamento: adesso vediamo se il presidente della Regione, nonché ex presidente della commissione Antimafia, starà ancora in silenzio. Perché così Sgarbi e Micciché sono il gatto e la volpe e Musumeci il pinocchio che si fa abbindolare”. Dal canto suo Sgarbi contrattacca difendendo ulteriormente Mori con lo scudo della “presunzione di innocenza” e ricordando che quel film è già stato proiettato alla Camera dei Deputati. Fin qui la cronaca dei fatti. Ma è dietro le quinte che i burattinai continuano a muovere i fili. Che reggono le mani di Vittorio Sgarbi quando organizza un simile evento in piena requisitoria al processo sulla Trattativa Stato-mafia? Chissà. Certo è che il neo assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia continua a trarre linfa vitale dalle polemiche che egli stesso solleva all’interno di un gioco perverso con i media. E di questo vi è ampia traccia a partire dagli anni ‘90 quando attaccava e delegittimava impunemente il pool antimafia guidato da Gian Carlo Caselli, fino ai giorni nostri quando decide di vomitare insulti e menzogne nei confronti del pm Nino Di Matteo e del processo sulla Trattativa. Magari il burattinaio che manovrerebbe il famoso critico d’arte per destabilizzare il clima attorno all’aula bunker dell’Ucciardone, dove un pezzo di Stato “infedele” è alla sbarra assieme a mafiosi e pentiti, sa bene di trovare terreno fertile in un contesto sociale per troppi aspetti pavido e complice? Non ci è dato sapere. E’ solo farina del suo sacco? E chi lo sa. Di sicuro il gravissimo segnale che giunge attraverso questa indebita proiezione si materializza in un Paese anestetizzato dalla stragrande maggioranza dei mezzi di informazione. Che sono sempre più funzionali ad un sistema di potere. Il quale, salvo rarissime eccezioni, censura l’informazione evitando accuratamente di dare spazio alla requisitoria del processo sulla Trattativa. E questo perché? Forse perché in questo processo emerge chiaramente il ruolo ambiguo del generale Mario Mori, il cui “modus operandi” è “stato, da sempre e per sempre, ‘Oltre’ o ‘Contro’ le leggi e le regole”? Meglio forse non parlare di quando Mori è stato allontanato dal Sid (il servizio segreto dell’epoca) “nel più breve tempo possibile”, così da evitare la sua ingombrante presenza a Roma “fino alla fine del processo Borghese”? Meglio non parlare dei suoi possibili rapporti con la P2 di Licio Gelli e con il mondo sommerso dell’eversione nera?
Massì, meglio parlare dell'"eroe", così come recita l’incipit pubblicitario del film sulla sua vita, partendo dalla “nascita dei Ros e del nuovo ‘metodo’ per la lotta alla mafia, gli arresti eccellenti, fino alle dolorose vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto e da cui è uscito totalmente innocente”. E se in questo caso nessuno contesta l’assoluzione confermata dalla Cassazione in merito alla mancata cattura di Provenzano, su cui però gravano parecchie ombre, restano intatte le tante zone d’ombra su cui questo processo sta facendo luce. E in un Paese “pinocchio” come L’Italia che si fa? Chissenefrega della requisitoria: organizziamo la proiezione del film su Mori a Palermo durante il processo e infine programmiamo la messa in onda del film a marzo - sempre durante il processo - sulle reti Mediaset! Così spieghiamo agli italiani che Mario Mori è un eroe, un salvatore della Patria, un martire, un vero servitore dello Stato. Chi vuoi che si lamenterà? Quegli stessi elettori che hanno portato Sgarbi a diventare assessore? Quegli altri che guardano la partita dagli spalti, magari lamentandosi pure, ma che non muovono un dito per cambiare lo stato delle cose? O un presidente della Regione che spedisce gli inviti ufficiali alla presentazione di questo film, che immancabilmente chiariscono da che parte sta in questo gioco pericoloso nel quale si mandano segnali obliqui verso chi è impegnato in questo processo? E allora, se ancora esiste un popolo capace di indignarsi è bene che con ogni mezzo democratico faccia sentire la sua presenza. Prima che il vuoto che avanza lo possa ingoiare definitivamente. [link]



15 gennaio 2018

Processo trattativa Stato-mafia l'azione dei vertici del Ros ed il sostegno politico




Di Matteo: “Uomini delle istituzioni hanno parlato solo dopo Ciancimino jr”

di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
MARTELLI
Il Ros coltivò un sostengo politico alla sua iniziativa e soggetti che per anni hanno taciuto come la dottoressa Ferraro, Martelli e Violante, benché più volte sentiti, sugli stessi argomenti e su tutto quanto fosse a loro conoscenza sulle stragi del 1992, nei processi celebratisi a Caltanissetta ed anche in Commissione antimafia, hanno aspettato le dichiarazioni di Massimo Ciancimino e la loro progressiva pubblicità per presentarsi davanti ai magistrati e riferire i fatti”. 

Non possono esserci scuse, secondo il pm Nino Di Matteo, per tutti quei rappresentanti delle istituzioni che in tanti anni si sono trincerati nel silenzio. 

VIOLANTE

Secondo il pm, che ha proseguito la propria requisitoria, tutti costoro “hanno dimostrato un atteggiamento prudente” addirittura con l’intento di “salvaguardare gli imputati” o a “non evidenziare in maniera troppo aperta la gravità oggettiva che i loro racconti evidenziavano rispetto alla condotta degli imputati”. Alcuni di questi, come Violante e Martelli tramite alcune interviste, hanno persino “cercato di criticare e delegittimare fuori dal processo un impianto accusatorio che con le loro dichiarazioni avevano contribuito a consolidare”.



Le dichiarazioni della Ferraro

Ma quali sono le dichiarazioni degli “smemorati” di Stato? Liliana Ferraro, all’epoca del contatto Ros-Ciancimino divenuta reggente dell’ufficio affari penali, sentita al processo nel giugno 2016 ha riferito che prima della visita al ministero non conosceva De Donno, e che fino al maggio del ‘92 “non esisteva alcun tipo di rapporto”. Ugualmente con Mori non aveva “nessuna confidenza”. E’ lei a riferire, seppur con una certa lentezza ed incertezza, dell’incontro avuto con il capitano De Donno in occasione del trigesimo della morte di Giovanni Falcone (attorno al 23 giugno) e che questi le aveva detto dei contatti intrapresi con Vito Ciancimino per il tramite del figlio Massimo e che volevano fare un salto di collaborazione (“Mi chiese di dirlo al ministro Martelli e io effettivamente lo dissi a Martelli. Gli suggerì di dirlo al dottor Borsellino”). Stimolata dalle domande del magistrato la Ferraro aveva poi dichiarato che “De Donno aveva affermato di voler fermare le stragi o lo stragismo e che i carabinieri avrebbero parlato con Borsellino, e che volevano un sostegno politico, una condivisione politica perché Vito Ciancimino era un personaggio di prim’ordine”. 

Secondo l’accusa “che un magistrato di quella esperienza, di indubbia vicinanza al dottor Falcone non abbia ulteriormente approfondito il tema ci sembra poco plausibile”. La Ferraro ha anche raccontato di aver incontrato Borsellino il 28 giugno del 1992 all’aeroporto di Fiumicino e di avergli riferito del contatto con De Donno rispetto alla vicenda degli incontri con Vito Ciancimino ed anche della richiesta di sostegno politico all’iniziativa del Ros. A detta della Ferraro Borsellino non mostrò sorpresa ed avrebbe detto “Ci penso io”. Ugualmente aveva avvisato anche Martelli il quale “si irritò molto arrivando a dire ‘questi del Ros si intromettono in indagini Dia…’ e che era opportuno parlare con Borsellino”. 
Liliana Ferraro negli USA

La Ferraro - ha ricordato Di Matteo - racconta queste cose dopo le prime dichiarazioni di Massimo Ciancimino e di Martelli ad una trasmissione televisiva con Michele Santoro. Dopo quelle dichiarazioni verrà chiamata dall’autorità giudiziaria di Caltanissetta". E’ sempre la Ferraro a raccontare alcuni dettagli di un incontro avuto con Mori nell’ottobre 1992: “Mi chiesero se era possibile avere un passaporto per Vito Ciancimino anche questa storia me la fece ricordare il ministro Martelli, non chiesi a Mori perché non andavano a perorare questa richiesta al questore o all’Autorità giudiziaria”. Anche in questo caso Di Matteo evidenzia come non vi sia stato alcun approfondimento da parte della stessa dirigente nonostante la richiesta irrituale. “La Ferraro non fa nessuna domanda, non ricorda nulla - ha aggiunto il pm - Anzi dice qualcosa che è difficile da accettare. Quando gli facciamo presente del suo incontro con Mori il 27 luglio 1992. la Ferraro dice che fu una cena a casa della Ferraro con Mori. E quando gli si chiede ‘Ciancimino fu menzionato in quella cena?’ Lei risponde, ‘Non abbiamo più parlato di Vito Ciancimino’”. “E’ difensivo l’atteggiamento della Ferraro - ha insistito Di Matteo - Dopo Capaci sa che i carabinieri stanno parlando con Vito Ciancimino, avvisa Paolo Borsellino, che dice ‘ci penso io’, il 19 luglio accade quello che accade e in quella cena la Ferraro, consapevole di quei rapporti in corso non gli chiede nulla su Vito Ciancimino, se avevano informato Borsellino, se poteva esserci una connessione”. 

Ma non finisce qui. “La verità - ha ribadito Di Matteo - è che tutta la sua deposizione è finalizzata a sminuire ed in alcuni passaggi appare inverosimile ciò che viene affermato, come il mancato approfondimento su Ciancimino e la nuova sollecitazione del passaporto, la falsità che avesse riferito quelle cose già al dottore Chelazzi. Lo studio degli atti processuali ci dimostra che noi avevamo chiesto alla Ferraro se avesse avuto una qualche notizia sulla genesi della nomina di Di Maggio e lei aveva detto di non saperne nulla. Poi vengono rese note le intercettazioni tra Mancino e D’Ambrosio (che dice che la nomina di Di Maggio era stato scritta nell’ufficio della Ferraro) ed allora lei ricorda”.



Il contributo di Martelli
Anche l’ex Guardasigilli Claudio Martelli ha riferito certi fatti solo dopo la testimonianza del figlio di don Vito. Rispondendo alle domande dei pm ha risposto che la Ferraro le disse che De Donno aveva chiesto “il sostegno politico, una richiesta di copertura politica senza avere informato l’Autorità giudiziaria e senza riferire alla Dia… Io dissi alla Ferraro che doveva immediatamente informare Borsellino e io informai il ministro Mancino e con il gen. Tavormina… Chiesi poi alla Ferraro se avesse informato Borsellino e lei mi disse di si ‘ha detto che ci pensa lui’”. Ed è sempre Martelli a raccontare di come si arrabbiò quando seppe dalla Ferraro che i CC avevano chiesto aiuto per il rilascio del passaporto.



Violante elemento di prova
Secondo l’accusa le dichiarazioni dell’ex presidente della Commissione antimafia Luciano Volanterappresentano “un elemento di prova eccezionale, soprattutto per Mori”. Dopo aver ricordato i motivi che portarono il politico a rivolgersi all’autorità giudiziaria (un articolo del Corriere della Sera in cui Massimo Ciancimino lo tirava in ballo) Di Matteo ha rappresentato le sue dichiarazioni: “Mi ricordai che Mori mi aveva chiesto subito dopo il mio insediamento alla carica dell’Antimafia dicendo che Vito Ciancimino voleva un colloquio riservato con me”. Un atto anomalo se si considera che Ciancimino non è uno qualunque ma un pregiudicato, condannato in primo grado per associazione mafiosa e già noto come “l’anima politica dei corleonesi”. 
Ed è sempre Violante a riferire che in un colloquio Mori gli disse che il motivo di quella richiesta era politico (“Io dissi a Mori, avete informato l’Autorità giudiziaria di questi contatti con Vito Ciancimino? Lui mi disse no perché è una questione politica”). Una dichiarazione per i pm molto importante così come quelle di Fernanda Contri, diretta collaboratrice del nuovo presidente del Consiglio Giuliano Amato.



Silenzio Amato-Tavormina
Partendo dalle sue agende la dottoressa Contri parla di due incontri non casuali con Mori alla Presidenza del Consiglio avvenuti il 22 luglio 1992 e nel dicembre del ’92 successivamente all’arresto di Contrada e cioè il 24 dicembre.
Due incontri con Mori. “Al di là del dubbio che la dott.ssa Contri ha circa l’origine del primo incontro - ha evidenziato Di Matteo - cioè se a prendere l’iniziativa fosse stata lei o Mori, la Contri riferisce che Mori le dice: ‘sto avendo incontri con Vito Ciancimino, sto avendo degli incontri e mi sono fatto l’idea che è uno dei capi se non il capo della mafia… questa cosa mi sconvolse…’. Parole che si riferiscono ad incontri in corso già avuti, non ha dubbi che Mori si riferisse a incontri in pieno svolgimento”. Inoltre la Contri è certa che nel periodo in cui incontrò Mori la seconda volta, in dicembre, l’oggetto era l’arresto dell’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada. Non solo. La Contri ha anche dichiarato di aver riferito ad Amato le parole di Mori, anche se l’ex Presidente del Consiglio in aula “ha riferito di non ricordare nulla”, così come ha detto di non sapere nulla dei rapporti Ciancimino-carabinieri il generale Tavormina mentre sempre la Contri ha dichiarato di aver avuto conferma da lui di quel dato quando ancora don Vito era libero.


Processo trattativa, Di Matteo: ''Scalfaro principale attore in vicende, snodo del dialogo tra Stato e mafia''


“Sbagliato sottovalutare dichiarazioni Agnese Borsellino”

Scalfaro - Napolitano


di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Dall’elezione del Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, all’avvicendamento al ministero degli Interni tra Vincenzo Scotti e Nicola Mancino, passando per le dichiarazioni di Agnese Borsellino e della giornalista Sandra Amurri. Sono questi i temi affrontati nel corso di questa nuova giornata di requisitoria dei pm al processo trattativa Stato-mafia. Il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo ha pesato le parole con grande attenzione quando si è trattato di ricostruire il clima politico che attraversava il Paese in quei primi mesi del 1992. “Rispetto ad una trattativa che è politica dobbiamo allargare la visuale, porci in quella visuale d’analisi delle vicende politiche connesse alla formazione del nuovo Governo” ha ricordato il magistrato rivolgendosi alla Corte d’assise presieduta da Alfredo Montalto. Ci furono le elezioni del 5 aprile ed il vecchio Governo rimase in carica fino alla formazione del nuovo (Governo Amato) il 28 giugno del 1992. “La composizione del nuovo Governo non era imprevedibile rispetto alla crisi - ha ribadito il pm - ma era conseguenza della fine della legislatura precedente. Nel frattempo, subito dopo la strage di Capaci, venne eletto il Presidente Oscar Luigi Scalfaro. Quel Presidente con le sue decisioni, con il suo attivismo politico ed istituzionale non solo è stato arbitro, ma è stato il principale attore anche in vicende che hanno segnato snodi nel dialogo tra Stato e mafia: la nomina di Mancino, quella di Conso, l’avvicendamento ai vertici del Dap tra Amato e Capriotti con vice Di Maggio; l’attivismo diretto e importante finalizzato a influire sulle nomine più importanti persino nelle forze di polizia”. Ed è in questo senso, ad esempio, che secondo l’accusa vanno lette le dichiarazioni di Fernanda Contri la quale ha dichiarato che "non si decideva niente se non c'era l’avallo e il gradimento di Scalfaro".
L’ex Capo dello Stato, deceduto nel gennaio 2012, è uno degli imputati mancati in questo processo. Di Matteo ha parlato di “evidente reticenza e falsità” rispetto alle dichiarazioni rilasciate alla Procura di Palermo il 15 dicembre 2010 quando dichiarò di non sapere nulla sull’avvicendamento ai vertici del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) tra Amato e Capriotti e di non aver avuto nulla da dire su Parisi “su una possibile trattativa o connessione tra 41 bis e gli episodi stravisti del 1993”. “Noi - ha ricordato Di Matteo - acquisimmo dopo le prove del mendacio di Scalfaro, dopo aver raccolto le dichiarazioni del monsignor FabbriGifuni ed altri. E c’è un contrasto netto ed insanabile tra Scalfaro e le dichiarazioni di Napolitano che ha riferito che tra le alte cariche dello Stato, dopo gli attentati del’93, era chiara la convinzione che quelle bombe rispondessero ad una sorta di ricatto  dell’ala corleonese di Cosa nostra per migliorare il regime carcerario”.   



La rottura dell’asse Scotti-Martelli
Nella ricostruzione dell’accusa emerge che in quel periodo c’era una forte discussione politica per cacciare Scotti dal Viminale ed allontanare Martelli dal ministero della Giustizia. Di Matteo ha ricordato le parole di Martelli all’udienza del 2016 (“Craxi non vuole che tu rimanga alla giustizia, ti propone di andare alla Difesa. Io risposi che avevo perso il migliore dei miei amici e resto qua, e do battaglia, e poi ci siamo lasciati un po’ freddamente… Ne parlammo subito con Scotti… ci volevano togliere da lì tutti e due perché avevamo esagerato nell’offensive a Cosa nostra con il 41 bis… Era auspicabile rimuovere Marteli dalla giustizia e ancora più importante Scotti dagli Interni”) e quelle di Scotti nel maggio 2014, rispetto alla stesura del 41 bis. “Noi eravamo conviti che la discussione Parlamentare non sarebbe stata facile. Avevamo netta la difficoltà enorme del passaggio parlamentare che era difficile convertire quel decreto in legge… che non sarebbe stato approvato, sottoposto a uno stravolgimento… l’on Gargani, presidente della Commissione giustizia, mi pose più volte la necessità di riflettere e di attendere il nuovo governo… il suggerimento era "Voi siete dimissionari, casomai il decreto verrà riproposto...”.

Scotti, in dibattimento, ha più volte ribadito di non voler accettare il cambio di ministero (“Risposi di no, io mi ero impegnato come ministro degli Interni, era necessario far valere gli interessi istituzionali e mi dimisi da ministro degli Esteri”) e di aver aspettato un mese per le dimissioni solo perché Giuliano Amato lo pregò di soprassedere a quella decisione per consentire all’Italia la partecipazione ad alcuni vertici internazionali.

Secondo l’accusa, dunque, la maggioranza uscita dalle urne consentiva di confermare l’asse Scotti-Martelli. 
Oggi - ha aggiunto Di Matteo - si vuole far credere che l’avvicendamento tra Scotti e Mancino è avvenuto per la regola statutaria della Democrazia cristiana sul doppio ruolo istituzionale e parlamentare. Ci sono però le dichiarazioni dell’onorevole De Mita che ha detto che questa cosa c’era dagli anni ‘60, qualche volta è stata applicata e qualche volta no. Ma se quello dell’incompatibilità fosse stato il vero motivo della mancata riconferma al Viminale che senso aveva nominare Scotti alla Difesa? La verità è che per consentire la linea del dialogo, e affinché la trattattiva che il Ros stava facendo con Vito Ciancimino e con Riina non trovasse ostacoli, era necessario liberarsi di chi della linea dell’intransigenza aveva fatto la sua bandiera dimostrandolo con i fatti”. L'accusa sostiene ha quindi sostenuto che la strategia per addivenire ad un accordo era quella di spostare l'asse politico verso un'altra corrente - quella della sinistra democristiana- a cui apparteneva il ministro Mannino che sarebbe stato tra i fautori della linea del dialogo.



Mannino e Gargani nel racconto di Sandra Amurri
A riscontro di quanto avvenuto in ambito politico rispetto all’avvicendamento Di Matteo ha anche ricordato le dichiarazioni della giornalista Sandra Amurri. Il 21 gennaio 2011, al bar Giolitti di Roma, ascoltò un dialogo tra Mannino e l’onorevole Gargani. Mannino diceva: “quelli di Palermo hanno chiamato De Mita a testimoniare, tu ci devi andare… devi ribadire le cose che abbiamo detto… quel cretino di Ciancimino ha detto tante cazzate …. quelli di Palermo stavolta ci fottono…”. “Queste dichiarazioni sono di rilevanza eccezionale - ha dichiarato il pm - Un teste che non pubblica la notizia ma si rivolge all’Autorità giudiziaria prima di pubblicare l’articolo. Una testimonianza che non può essere scalfita da altro e che ha anche riscontri inoppugnabili. La Amurri non poteva conoscere le esternazioni del Mannino e la recente audizione di De Mita davanti ai pm di Palermo. Il 18 dicembre De Mita sa di essere convocato dai Pm della tratattiva. Il 21 dicembre Mannino sa questo (e non era apparso su nessun giornale) e si preoccupa di mandare Gargani da De Mita per dare la stessa versione sull’avvicendamento di Scotti. Inoltre ci sono le dichiarazioni dell’onorevole Di Biagio che quel giorno aveva appuntamento con la Amurri. Anche a lui aveva riferito le stesse cose



Agnese Borsellino “Subranni punciutu” e la “mafia in diretta” 
Subranni
Altro tema affrontato dal pm riguarda le dichiarazioni di Agnese Piraino Leto (vedova del giudice Borsellino) sui rapporti tra il marito e l’imputato Antonio Subranni. Di Matteo ha ricordato che “nel giugno del 1992" a un mese dalla strage di Via D'Amelio "Paolo Borsellino riferì alla moglie Agnese che c'era in corso una trattativa tra pezzi infedeli dello Stato e la mafia". 
"Prima Borsellino parla alla moglie Agnese di una trattativa tra pezzi dello Stato e la mafia - ha ricordato il pm - poi specifica pezzi dello Stato infedeli e la mafia". In un'altra occasione, il 15 luglio del 1992, è sempre Agnese Borsellino a raccontare che il marito Paolo "era sconvolto". "Succede qualcosa che ulteriormente turba Borsellino - ha proseguito ancora il pm Di Matteo - Tra l'8 e il 10 luglio, quando il giudice Borsellino ha capito che c'erano cose che non quadravano parla del generale Antonio Subranni (imputato nel processo, ndr) definendolo 'punciutu'. Utilizza una metafora drammatica per esternare alla moglie qualcosa che aveva scoperto. Non perché qualche pentito gli avesse detto che 'Subranni è punciutu', ma perché evidentemente con quella frase e quel giudizio aveva avuto consapevolezza che quella trattativa riguardava una persona per la quale aveva stima, aveva pure vomitato per la nausea. E il 27 gennaio 2010, davanti all’autorità giudiziaria di Caltanissetta parla dell’incontro del marito con la dottoressa Ferraro (“mio marito non mi disse nulla che riguardasse Ciancimino, ricordo che mi disse che c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato... ciò mi disse alla metà di giugno del ‘92 in quello stesso mi aveva detto che aveva visto la mafia in diretta… confermo che mi disse che aveva saputo che il gen. Subranni era punciuto me lo disse con tono assolutamente certo”)". Successivamente Di Matteo, rivolgendosi alla Corte d'assise e ai giudici ha ribadito: "Ma voi pensate che il giudice Borsellino, che in quel periodo aveva saputo, fuori verbale, da Mutolo delle collusioni di Contrada, addirittura anche su Signorino, se avesse avuto una confidenza di un pentito avrebbe vomitato dicendo che Subranni era punciutu? Ho studiato tanti atti del dott. Borsellino, non credo che la dichiarazine di un collaboratore avrebbe potuto sconvolgerlo a quel punto. Piuttosto era qualcosa che si riferiva a Subranni ad averlo sconvolto, una ulteriore presa di consapevolezza della trattativa che era in corso". Secondo l’accusa le dichiarazioni della signora Agnese, vanno integrate con quello che in questo dibattimento ha riferito uno dei magistrati che aveva un rapporto amicale con Paolo Borsellino: Diego Cavaliero. Quest’ultimo di fatto aveva già appreso quelle dichiarazioni su Subranni punciutointorno al 2005. E probabilmente non erano state fatte solo a lui quelle dichiarazioni. “Pretendere di negare la valenza probatoria delle dichiarazioni di Agnese Borsellino in riferimento alla tardività, fatto da Subranni, è una tardiva difesa per dire che sono cattivi ricordi o malanimo - ha concluso Di Matteo - Quando la moglie di Borsellino riferisce di quel colloquio non c’è nessuna possibilità di malinteso o cattivo ricordo e non c’è nessuna possibilità di malanimo o rancore. Volere sottovalutare la portata delle dichiarazioni della signora Borsellino significa fingere di non capire il fardello di dolore della famiglia Borsellino che pesava come un macigno sulle spalle di Agnese Borsellino. Un pressing di chi voleva sapere se era a conoscenza di qualche segreto inconfessabile su apparati istituzionali corresponsabili dello stato di isolamento che precedette la morte del giudice”. [link]

10 gennaio 2018

Le cosche della ’ndrangheta hanno delocalizzato uomini e business tra Berlino, Lipsia, Duisburg, Singen, Erfurt, Monaco, Stoccarda, Costanza, Ravensburg, Colonia.


Nicola Gratteri


La 'ndrangheta che fa affari in Germania ma l'Europa non lo vuole sapere

La maxi operazione che ha portato a 169 arresti tra l'Italia e il paese tedesco non stupisce. Perché all'estero i clan sono radicati da anni. Solo che le polizie straniere spesso non sono in gradi di riconoscerli
DI GIOVANNI TIZIAN
 - 9 gennaio 2018

Qui si danno da fare senza dare nell’occhio. Padrini generosi nei quartieri in cui vivono e affabili uomini d’affari. Anche lontano dall’Italia hanno stretto rapporti con professionisti, imprenditori, massoni. Del resto i criminali che investono nella florida economia tedesca rischiano pochissimo. Non esiste il reato di associazione mafiosa, per esempio. Nessun giudice a Berlino si sognerebbe di sequestrare capitali e aziende in nome di una legge antimafia inesistente. Un rifugio sicuro, insomma.


La ’ndrangheta calabrese ha colto per prima le potenzialità offerte da questa terra. Risale a più di trentanni fa, infatti, la fondazione di gruppi strutturati sul territorio. «Qui esistono 60 locali di ’ndrangheta», ha spiegato il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, durante un incontro con il Csm in visita in Calabria. “Locale” in gergo significa cosca radicata su un determinato territorio di influenza. Una supercosca composta da almeno 49 affiliati. Sessanta Locali, un numero impressionante, superiore persino alla somma di quelli presenti nel Centro-Nord Italia. Secondo il ministero dell’Interno tedesco in Germania vivono quasi 600 affiliati di Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra.



Sul mappamondo del crimine mafioso italiano troviamo paesi di tutti i continenti. Germania, Svizzera, Olanda, Spagna, Portogallo, Malta, Francia, Romania, Lussemburgo, Belgio, Inghilterra, Stati Uniti, Canada, Argentina, Colombia, Brasile, Venezuela, Perù, Australia.



Mentre i nostri detective, però, conoscono vita, morte e miracoli dei padrini in terra straniera, gli investigatori dei paesi colonizzati non colgono i segnali di tali presenze. 

La mafia dei colletti bianchi non terrorizza per statuto. 

Le cosche più lungimiranti hanno esportato il metodo mafioso applicato all’economia e alla finanza fuori dai confini nazionali. Per questo lascia perplessi il fatto che a Bruxelles nell’istituire la procura europea abbiano dimenticato di inserire tra i compiti di questo ufficio le indagini sulle mafie. Compito che resta di competenza esclusiva delle autorità locali. Spesso costrette a fermarsi di fronte a eserciti criminali che hanno valicato, se pur di pochi metri, la frontiera. 

Le mafie per investire i soldi sporchi fuori dall’Italia impiegano meno di due giorni, i magistrati per indagare su quell’investimento sospetto possono impiegarci due anni, sempre che qualcuno risponda alla rogatoria in tempi decenti.



Il caso del Canada è emblematico. Qui vivono 13 ’ndranghetisti che per lo Stato italiano sono latitanti accusati di associazione mafiosa. Tuttavia sono degli intoccabili, perché il reato non è riconosciuto dal codice canadese. Un tema, tuttavia, che non ha trovato spazio nell’incontro dello scorso maggio a Roma tra il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il premier canadese Justin Trudeau. Priorità agli accordi commerciali. I criminali possono dormire sonni tranquilli. 

LEGGI TUTTO QUI

9 gennaio 2018

#Facebook, pagami!



6 gennaio 2018 di Antonello Mangano 

Un ricercatore italiano che lavora a Parigi vuole convincere i francesi che Facebook deve pagarli per il lavoro invisibile. Una signora del Massachusetts accusa Google di farla lavorare gratis. Un attivista austriaco trascina Zuckerberg nei tribunali di mezza Europa. C’è un movimento che cresce ovunque (tranne in Italia), dalle aule universitarie a quelle dei tribunali. L’oggetto della contesa sono i dati, “il petrolio del ventunesimo secolo” 

Mettere un like sulla foto di un gattino è lavoro gratuito? Sì. E dovrebbe essere riconosciuto. “Sto cercando di convincere i francesi che Facebook dovrebbe pagarli”, scherza Antonio Casilli, docente al Paris Institute of Technology. Poi passa alla spiegazione: “La piattaforma cattura valore dalla produzione dei contenuti degli utenti. Ma foto e post sono soltanto un pretesto: quello che conta sono i metadati”. 

Come è possibile fatturare 18 miliardi con 20mila dipendenti? 
Per esempio, una foto fornisce luogo e ora del caricamento e dello scatto, oltre che la marca dello smartphone. Una miniera di dati che Facebook – come agenzia pubblicitaria – rivende ai suoi clienti inserzionisti. “Se carico la foto del mio gatto, visualizzerò con ogni probabilità inserzioni di cibo per animali. Ma se carico la foto alle 4 del mattino, potrei essere inserito nel segmento dei nottambuli e ricevere pubblicità di prodotti contro l’insonnia”, spiega Casilli. Nel quarto trimestre del 2016, l’azienda di Mark Zuckerberg ha guadagnato 4,83 dollari per utente. Nel 2015 ha fatturato 17,93 milioni di dollari l’anno con circa 20mila dipendenti fissi. Come è possibile? Grazie a 1,86 miliardi di lavoratori invisibili, cioè tutti noi che ogni giorno carichiamo contenuti consapevolmente e creiamo metriche pubblicitarie senza rendercene conto. 

Voraci di dati 
“Le piattaforme sono voraci di dati”, sostiene Nick Srnicek, esperto di Digital Economy al King’s College di Londra. “Google non è soltanto un motore di ricerca. È attivo nell’automazione della casa, sviluppa auto a guida autonoma e produce visori per la realtà virtuale”, scrive. “Perché? Ogni servizio diventa una ricca fonte di dati per l’azienda”. Ogni volta che chiederemo a un veicolo di portarci alla stazione oppure ordineremo al forno di accendersi alle otto del mattino, trasferiremo dati ai server di Google. Queste informazioni saranno incrociate con le ricerche sul web, le mail inviate, i percorsi delle mappe. Anche in questo caso abbiamo di fronte una grande agenzia pubblicitaria che rivende dati sempre più profilati e segmentati, quindi efficaci. Le aziende tradizionali usavano i dati per produrre merci, oggi Google fa il contrario. “I dati stanno rapidamente diventando il petrolio del ventunesimo secolo, una risorsa essenziale per l’intera economia globale e il fulcro di un’intensa lotta”, scrive Srnicek. Perché? “Le piattaforme non producono, come le aziende tradizionali, ma mettono in connessione: Facebook utenti e inserzionisti; Uber autisti e clienti; Amazon compratori e venditori”. In breve, l’unica cosa che fanno è incrociare dati. 

Le aziende moderne non producono: mettono in connessione 
“In passato monopoli naturali come le ferrovie che vivono di enormi economie di scala e servono il bene comune sono stati i primi candidati alla proprietà pubblica”, sostiene lo studioso inglese. Occorre fare lo stesso con le piattaforme. Ma le azioni contro Google e Facebook sono uscite dalle aule universitarie per entrare in quelle dei tribunali. Dal Massachusetts all’Austria. 

Azioni di classe 
Gabriela Rojas-Lozano è la donna che ha denunciato Google per averla fatta lavorare gratis. Si tratta del caso noto come ReCaptcha. Qualche anno fa, annota la corte del Massachusetts, la società di Mountain View aveva sviluppato un sistema di sicurezza contro gli accessi non autorizzati. Strani caratteri sghembi da trascrivere. Si trattava di due parole. La prima effettivamente serviva a tenere lontani sistemi automatizzati che forzavano le password. Il lavoro invisibile pone una domanda: per chi sto lavorando? Ma la seconda aveva un fine completamente diverso: migliorare alcuni software come quello di riconoscimento caratteri usato in Google Books e che lo stesso New York Times aveva acquistato per digitalizzare il suo archivio secolare. La corte ha rigettato la class action, ma Google – per evitare noie – ha trasformato il suo capcha testuale con il riconoscimento di foto: cartelli stradali e automobili. Ma anche elicotteri militari, rivela Casilli. “Se clicco su un elicottero, sto forse lavorando per l’industria militare? Sto addestrando un sistema di armamenti a riconoscere un veicolo in volo? Google dovrebbe essere più trasparente”. 

Uno studente 
Se c’è una parola che da anni rimbalza dalla California al resto del pianeta è disrupting. Indica la fede millenarista nelle azioni da cataclisma delle grandi piattaforme. Soggetti globali che distruggono vecchi mercati e si muovono senza badare ai confini. E, finora, non si sono preoccupati neppure delle tasse o delle leggi locali. Max Schrems è uno studente di legge di Vienna che praticamente da solo ha tirato su una piccola associazione – Europe vs Facebook – dopo aver studiato gestione dei dati personali. “In pochi anni è riuscito a fare più cause vincenti contro Facebook che grosse associazioni nazionali. La class action contro è stata condotta da lui in collaborazione con uno studio legale tedesco. Dopo un paio di anni a rimbalzare fra l’Irlanda e Strasburgo, è approdata alla Corte di Giustizia Europea”, racconta Casilli. Recentemente l’EU court adviser ha espresso un parere negativo – puramente consultivo – sul suo caso ma anche se molti lo danno per spacciato ha ancora tutte le carte per vincere. Il social network rischia di dover riconoscere 500 euro a ogni utente. Non è la cifra a preoccupare Zuckerberg, ma il precedente. [link]

8 gennaio 2018

Beppe Alfano, un giornalista scomodo a Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

Beppe Alfano

di Miriam Cuccu 8 gennaio 2018


Ucciso da Cosa nostra 25 anni fa. Oggi scenari ancora aperti sull’arma dell’agguato

Beppe Alfano non aveva neanche il tesserino da giornalista la sera in cui tre proiettili lo uccisero 25 anni fa, sulla sua Renault 9. L’Ordine lo conferì alla sua memoria solo nel 1998, a quel cronista di Barcellona Pozzo di Gotto che scriveva di intrecci tra mafia, massoneria e politica. Giornalista “rompicoglioni” per passione, già prima di collaborare per il quotidiano “La Sicilia” Alfano aveva iniziato a denunciare abusi, inadempienze, sprechi della pubblica amministrazione attraverso le antenne barcellonesi di Telenews, emittente tv rilevata nel ‘90 dall’amico d’infanzia Antonio Mazza. Qui Alfano si occupava di cronaca, dirigeva i servizi giornalistici. Ma aveva anche scoperto gli scandali di un’associazione di assistenza gestita “a quattro mani” da mafia e politica, e indagava sulle logge di Messina e Barcellona, considerata vero e proprio feudo del clan catanese dei Santapaola già dalla fine degli anni Settanta.
Barcellona Pozzo di Gotto, l’8 gennaio ’93, ha già trenta morti ammazzati negli ultimi dodici mesi, e Beppe Alfano è l’ottavo giornalista ucciso da Cosa nostra per aver scritto troppo. Prima ancora il grilletto era stato premuto per Mauro Rostagno e Peppino Impastato – che, come Alfano, il tesserino non l’avevano mai chiesto – Pippo Fava, Mario Francese, Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro, Cosimo Cristina. Una scia di sangue, ma anche di domande senza risposta e indagini depistate, che ha inizio a cavallo degli anni ’60 e ’70. 

Non è da meno la vicenda di Alfano, per la quale sono stati condannati in via definitiva un mandante – il boss Giuseppe Gullotti – e un esecutore – Antonino Merlino. Fino a quando le dichiarazioni del pentito barcellonese Carmelo D’Amico non hanno dato la svolta: “Ad uccidere il giornalista non fu Antonino Merlino ma Stefano 'Stefanino' Genovese ha dichiarato ai pm di Messina che hanno aperto una nuova inchiesta sull'omicidio, il sempre più evidente depistaggio, i mandanti esterni. È tornata in primo piano la questione della mancata cattura del boss Nitto Santapaola, che avrebbe trascorso l'ultima fase della sua latitanza proprio a Barcellona. Cosa di cui Alfano era a conoscenza e, secondo un filone dell'inchiesta, è per questo che la mafia avrebbe ordinato di assassinare il giornalista. Ne è convinta anche la figlia Sonia Alfano, secondo la quale il padre venne ucciso proprio per aver rivelato al pm Canali la presenza di Santapaola a Barcellona. Sempre la Alfano ha raccontato di documenti spariti riguardanti traffici di armi e uranio sui quali il padre stava indagando. Appunti, ha denunciato, “spariti da casa la sera stessa dell'omicidio, dopo la perquisizione delle forze dell'ordine”. Solo una parte di quel carteggio è stato poi riconsegnato ai familiari, e molto del materiale non è stato nemmeno verbalizzato.
Tra i buchi neri irrisolti, anche il mistero della Colt 22, l'arma usata per l'omicidio mai sottoposta a perizia balistica, le cui tracce sono state scoperte dall’avvocato Fabio Repici, legale della famiglia del cronista. Venti giorni dopo il delitto Alfano – documenta un verbale del 28 gennaio ’93 – Olindo Canali, titolare dell’inchiesta, aveva scoperto che l’imprenditore Mario Imbesi possedeva una Calibro 22, ma invece di sequestrare l’arma aveva atteso un’ora e mezza che l’imprenditore andasse a casa a prelevare la pistola per poi prenderla in consegna. Otto giorni dopo il revolver era stato restituito al proprietario, senza che agli atti del processo risultasse alcuna perizia balistica. Solo diciassette anni dopo la Scientifica dimostrerà che quell’arma non è stata usata per l’uccisione di Alfano. Ma Imbesi, ha scoperto ancora l’avvocato Repici, possiede in realtà un’altra Colt 22, che sarebbe stata ceduta nel ’79 a Franco Carlo Mariani, fermato nell’84 per essere coinvolto in un’indagine sulle bische clandestine. Con lui viene arrestato anche Rosario Pio Cattafi (finora solo sfiorato dalla pista investigativa del delitto Alfano) personaggio considerato anello di congiunzione tra Cosa nostra, massoneria e servizi segreti con un processo in corso per mafia

Il legale della famiglia Alfano, secondo il quale la pista della Colt 22 è quanto mai centrale, aveva chiesto alla Procura di Messina di verificare se la pistola sia in qualche modo arrivata a Cattafi, o se sia stata effettivamente usata l’8 gennaio ‘93. Ma si tratta di scenari aperti e piste da seguire, per capire i risvolti ancora nascosti sul delitto del giornalista che non ha mai smesso di indagare su mafia, massoneria e traffici illeciti, nemmeno dopo che qualcuno diede alle fiamme la sua auto.

L’ultimo avvertimento prima che Cosa nostra passasse all’azione. Beppe Alfano continuava però a cercare e a scrivere sul suo Macintosh, seppure consapevole di avere i giorni contati: “Il 20 gennaio, non so se arrivo vivo al 20 gennaio” diceva. L’hanno ammazzato dodici giorni prima di quel sinistro pronostico, a poche centinaia di metri da casa. [link]

Avvertenze sul blog

SOSTIENI QUESTO BLOG - Adotta l'Informazione Libera Contribuisci alla libertà di essere informato bastano pochi euro e l'impegno di tutti. Anche 1 euro, grazie a tutti.

Sostieni questo blog, adotta l'informazione libera.


Scopo: Malgradotuttoblog
Questo blog, sostiene la libera e gratuita diffusione delle idee; è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Tu sei libero di modificare ed usare a tuo piacimento tutti i contenuti presenti sul blog all' unica condizione di citarne la fonte.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7/3/2001.




...