5 marzo 2009

Il ruolo di Matteo Messina Denaro nella "cupola" palermitana.



Il ruolo di Matteo Messina Denaro nella "cupola" palermitana Di Dario Campolo.
Nella provincia il boss latitante numero uno di Cosa nostra comanda ben 17 "famiglie" e numerosi "colletti bianchi" C’era lo «zio Franco», al secolo Franco Luppino di Campobello di Mazara, a tenere i rapporti tra i mafiosi che volevano riorganizzare la «cupola» della provincia di Palermo (arrestati dai Carabinieri nel maxi blitz «Perseo») e il capo mafia belicino, il super latitante di Castelvetrano Matteo Messina Denaro. Era questo «zio», forse lo stesso che frequentava il covo di Giardinello dove sono stati trovati i boss Lo Piccolo, ad avere tra le mani un filo di collegamento tra i palermitani e il boss di Castelvetrano. «Matteo vi manda a salutare» è stato sentito dire il bagherese Pino Scaduto (tra gli arrestati), che con Messina Denaro si sarebbe raccordato «per corrispondenza» (con i pizzini) e che invece con l’«intermediario», lo «zio Franco» si incontrava, così come facevano altri due palermitani, Sandro Capizzi e Giovanni Adelfio (anche loro in manette). I carabinieri li hanno sentiti parlare di Matteo: «Il discorso parte da là....da Castelvetrano...dobbiamo creare qualcosa in armonia». Messina Denaro oltre ai saluti avrebbe mandato a dire anche altro: «Ognuno si deve guardare le sue cose, ma se volete “noi” siamo a disposizione»; che in pratica significa che in questo capitolo della storia mafiosa palermitana «è stato lui, (Messina Denaro ndr) a decidere di non entrarci». Ma un fatto è non «mettere mano nella riorganizzazione mafiosa palermitana» e un’altro e non interessarsene del tutto. Il boss del Belice è fuori dalle «logiche» del nuovo potere mafioso palermitano ma non tanto da non fare conoscere il suo pensiero sulla «nuova cupola»: «Rispettate i figli di chi è in galera e rispettate quelli che sono in galera». Due operazioni antimafia nel giro di otto giorni tra Trapani (Cosa Nostra resort) e Palermo (Perseo), ad opera di Polizia e Finanza la prima e Carabinieri la seconda, hanno svelato le «facce» e le intenzioni delle organizzazioni mafiose nella Sicilia Occidentale. Se a Palermo Cosa Nostra cerca di trovare nuovo assetto, a Trapani la mafia c’è ed è viva e vegeta, «costituisce un blocco monolitico» assoldato a Matteo Messina Denaro come hanno messo in evidenza magistrati, come il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato e investigatori come il capo della Mobile Giuseppe Linares. La mafia trapanese ha i boss che dal carcere continuano a comandare, riescono a passare gli ordini, a gestire appalti e forniture, a veicolare finanziamenti pubblici a favore delle proprie aziende, a tenere a bada politici e a corrompere funzionari per intascare i fondi delle 488, a gestire le false fatturazioni, a parlare attraverso internediari con prefetti. A Trapani la mafia non ha convenienza a fare le estorsioni, meglio le imposizioni nelle forniture, cemento, ferro e sabbia, materiali inerti, la mafia è oramai una «holding» imprenditoriale. A Palermo le indagini antimafia fino ad ora non hanno intaccato poteri pubblici, funzionari, non si scoprono appalti pilotati, il «terzo livello» nel capoluogo dell'isola resta inviolato. A Trapani questo è successo e resiste semmai l’incredulità di tanti quando si scopre il coinvolgimento di politici e professionisti. Palermo vive di estorsioni ai commercianti, traffica in droga e non ha leadership mafiosa, Trapani è saldamente in mano a Messina Denaro che è boss riconosciuto anche da quei mafiosi della vecchia mafia nel frattempo tornati liberi. Un «potere» che non si discute e che non ha bisogno di «grandi summit» quello di Messina Denaro circondato da diversi complici. Le ultime indagini antimafia trapanesi lo hanno certificato. A Trapani Matteo Messina Denaro comanda le 17 «famiglie», ha posto il pacecoto Francesco Pace a capo della «cupola» di Trapani. La mafia trapanese ha cambiato pelle e al posto degli uomini d'onore ci sono i «colletti bianchi» che hanno anche il compito di rendere la mafia sommersa, che così dalle stragi è passata al controllo degli appalti. Gli ultimi interessi dicono sono per i lavori pubblici per le grosse condotte idriche. Su un altro bisogno della gente, quello di avere l'acqua nelle proprie case, i mafiosi sono pronti a mettere le loro mani.

Fonte:Liberainformazione.org

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