30 dicembre 2009

Mario Ciancio Sanfilippo


Mario Ciancio, il monopolista dell’informazione in Sicilia, è conosciuto dal pubblico soprattutto come un editore di tv e giornali. In realtà, egli è soprattutto un grosso imprenditore delle costruzioni: in senso molto lato. Ecco una mappa dei suoi ultimi affari in questo campo. Graci, Rendo, Costanzo, Finocchiaro: ve li ricordate? Forse i famosi Cavalieri catanesi hanno finalmente trovato il loro erede

di Sebastiano Gulisano

Non solo (dis)informazione.
L’impero di Mario Ciancio Sanfilippo si va via via diversificando e, accanto a giornali, televisioni e pubblicità, spuntano terreni agricoli che diventano edificabili, alberghi, musei, centri commerciali e imprese edili. Con qualche (vana, finora) incursione nell’alta finanza. Una varietà che ricorda quella dei celebri “Cavalieri dell’apocalisse mafiosa” e, proprio come per i Cavalieri, negli affari di Ciancio compare sempre più spesso l’ombra di Cosa nostra.Da quando i Cavalieri sono morti e le loro imprese fallite, Ciancio, grazie al monopolio dei media, è diventato il padrone incontrastato di Catania, uno degli uomini più potenti di Sicilia. Forse il più potente.

L’ultimo affare glielo hanno servito su un piatto d’argento il sindaco etneo Umberto Scapagnini (Fi) e l’ingegnere Tuccio D’Urso (Udc), nelle vesti di Commissario straordinario per il traffico (il primo) e di direttore dell’apposito ufficio (il secondo). Grazie ai poteri speciali conferitigli dall’allora premier Berlusconi, Scapagnini ha appaltato “di tutto, di più”, senza passare né per la giunta né per il consiglio comunale; decine di opere ultramiliardarie di discutibile utilità ma di sicuro impatto affaristico. E il buon Ciancio, zitto zitto, s’è accaparrato la costruzione di due dei nove parcheggi interrati decisi dal sindaco-commissario, uno in piazza Europa (i Ds hanno presentato un dettagliato esposto in Procura), l’altro in piazza Lupo.

Ufficialmente Ciancio non compare, ma del raggruppamento temporaneo d’imprese al quale sono stati assegnati i due appalti fa parte la Cisa spa, società di Mario Ciancio e della moglie, Valeria Guarnaccia; presidente del consorzio è il cavaliere Ennio Virlinzi, spregiudicato finanziere etneo. Insieme a Virlinzi, nel 1999, Ciancio tentò la scalata al Mediocredito Centrale-Banco di Sicilia (poi finito nelle mani di Geronzi, Banca di Roma), insieme a una cordata composta da alcuni istituti di credito del nord Italia, dai trapanesi D’Alì Staiti (già datori di lavoro dello stragista Matteo Messina Denaro e di suo padre Francesco) e dalla potente famiglia Franza di Messina. Con i Franza, Ciancio condivide anche la passione per l’antiquariato e l’archeologia, tanto che, consorziati, nel 2002 si sono lanciati nel mercato dei servizi aggiuntivi dei musei siciliani (biglietteria, caffetteria e bookshop) aggiudicandosi il controllo di quelli messinesi, vale a dire dei musei archeologici di Messina e di Lipari e del Teatro Antico di Taormina. A Taormina, Ciancio e Franza si fanno anche la concorrenza: a chi cementifica di più. Qualche anno fa, grazie a delle provvidenziali varianti al Prg e al regolamento edilizio apportate dalla giunta dell’ex sindaco Bolognari (già segretario regionale del Pds), l’editore catanese, in cordata con il presidente degli albergatori siciliani, Sebastiano De Luca, riuscì a demolire il piccolo Hotel San Pietro, liberty del primo Novecento, per costruire il lussuoso Grand Hotel San Pietro che ha aperto l’anno scorso. De Luca, a chi durante la costruzione gli contestava l’enorme aumento della volumetria ribatteva che era cosa risibile e che si sarebbe passati da 28 a 32 stanze, ma basta una visita al sito dell’albergo(www.gaishotels.com/sanpietro/index.htm) e si apprende che le camere sono 63. Nello stesso periodo, la famiglia Franza, proprietaria della rete alberghiera Framon, a Taormina ha raddoppiato la volumetria dell’Hotel San Giorgio, anch’esso del primo Novecento.

Frequenze d’oro
Nel campo strettamente editoriale, l’ultima fortunata speculazione di Mario Ciancio riguarda la seconda tranche di vendita di frequenze televisive. L’editore ha infatti ceduto 23 impianti televisivi e relativi canali al gruppo Telecom. L’operazione consiste nella vendita di Retesicilia, emittente posseduta dalla Etis (una delle società editoriali interamente in mano alla famiglia Ciancio) a Telecom Italia Media Broadcasting srl (Timb), a sua volta concessionaria di Mtv e La7. L’operazione finanziaria è stata realizzata da Telecom per espandere la copertura sul territorio nazionale del digitale terrestre.
Già nel 2003 Ciancio aveva effettuata un’analoga vendita. In quel caso si trattava della cessione di 23 impianti televisivi fino a quel momento di SIGE, TCI, SIS ed EDIVISION (tutte al 100 per cento della famiglia Ciancio) a Rti, ovvero al gruppo Mediaset; questa operazione avrebbe fruttato a Ciancio una plusvalenza di circa 2 milioni di euro. E’ quindi probabile che la cessione di Retesicilia abbia prodotto profitti per una cifra simile. In ogni caso, è curioso notare come nel provvedimento dell’Autorità antitrust che ha autorizzato la vendita Etis-Timb in quanto non viola le regole della concorrenza, si legge che "il fatturato realizzato da Etis nel corso del 2005 è stato pari a circa 2 milioni di euro, interamente per vendite in Italia”. Orbene, secondo il bilancio del 2003 – l’ultimo disponibile – la società Etis dichiarava nel conto economico un valore della produzione pari a zero; ricavi pari a zero; perdite per 130.362 euro; nonché indici di ritorno in utile negativi. Magie finanziarie.

di Roberto Giordano
Ciancio, si sa, è amico di tutti (o quasi), a prescindere dal colore politico e dalla fedina penale, l’importante è che le amicizie siano funzionali agli affari. Agli atti dell’inchiesta “gioco d’azzardo” della Dda di Reggio Calabria, c’è una intercettazione del 30 marzo del 2001 in cui l’imprenditore Antonello Giostra, indagato per mafia, parlando con un ignoto interlocutore dice di avere incontrato Ciancio il quale gli avrebbe mostrato terreni di circa 300mila metri quadrati nei pressi dell’aeroporto di Fontanarossa e gli avrebbe garantito “tutte le autorizzazioni possibili e immaginabili, senza pretendere una lira fino all’inizio dei lavori”.
L’incartamento è passato da Reggio a Catania e dovrebbe indagare la Dda etnea. Se Giostra non millanta, verrebbe da pensare che a Catania le cose siano tornate come al tempo dei Cavalieri, con la differenza che prima erano loro a decidere quali opere “servivano” alla città e dove realizzarle, e ora sarebbe Ciancio.Prendiamo il caso dell’ospedale San Marco. Nell’89 la Usl 35 non ha atteso nemmeno la variante al piano regolatore (che arriva l’anno successivo: a Catania può succedere anche questo, senza che la Procura batta ciglio) per decidere di appaltare l’opera su terreni di Ciancio, vicino a Fontanarossa, e aggiudicarla alla Cogei di Rendo e all’Impresit (Fiat). Poi, però, non se ne è fatto nulla, ché non si può costruire un ospedale nell’area con il massimo inquinamento acustico della regione. Incuranti di questo dettaglio, gli amministratori di centrodestra dell’Azienda ospedaliera Vittorio Emanuele, 17 anni dopo, hanno ripreso quell’incartamento e hanno deciso che quell’ospedale va costruito, lì, sui terreni di Ciancio, che così decuplicano il proprio valore, passando da agricoli a edificabili, grazie alla variante al Prg votata all’inizio dell’anno scorso dalla maggioranza consiliare di Scapagnini.
Variante che l’assessore Domenico Sudano (Udc) ha presentato al consiglio unitamente a un’altra, nella zona del Pigno, sempre nell’area sud della città, per potere realizzare il più grande centro commerciale di Sicilia (240mila metri quadrati), su richiesta della Icom spa, società con sede a Milano. Il caso vuole che anche i terreni interessati siano quasi tutti di Mario Ciancio e della sua consorte, Valeria Guarnaccia. Altro caso vuole che gli azionisti di maggioranza dell’Icom siano Ciancio e sua moglie. Nel consiglio d’amministrazione, tra gli altri, siede Tommaso Mercadante, figlio di Giovanni, medico radiologo di Prizzi (Palermo) e deputato regionale di Forza Italia arrestato lo scorso 9 luglio poiché, secondo l’accusa, sarebbe stato “punto di riferimento per la cura degli interessi di Bernardo Provenzano, nel periodo della sua latitanza”.
Per la costruzione del nuovo centro commerciale, però, c’era un piccolo problema, un dettaglio: la città ha già superato il tetto massimo fissato dalla normativa regionale sul commercio
(a Catania ci sono più centri commerciali che a Milano o a Roma).

Quando uno si chiama Mario Ciancio Sanfilippo e può garantire ad altri “tutte le autorizzazioni possibili e immaginabili”, figurarsi se non può garantirle a se stesso. Infatti Totò Cuffaro, l’unico presidente di regione sotto processo per rapporti con Cosa nostra, gli confeziona una bella leggina ad hoc che consente al padrone di Catania di costruirsi il suo mega centro commerciale su terreni che prima erano agricoli.Anche con Silvio Berlusconi i rapporti sono rimasti buoni, malgrado quindici anni fa, quando il Cavaliere si scontrò con De Benedetti per il controllo di Mondadori, Cianciò si schierò con quest’ultimo. Ma gli affari sono affari e, dunque, nel 2003, il siciliano ha ceduto al milanese 23 impianti di trasmissione tv e le relative frequenze che a Sua Emittenza servivano per mettere su una rete nazionale sul digitale terrestre (multiplex).C’è da dire che le frequenze dovrebbero essere statali e date in concessione ai privati, ma nell’Italia di Berlusconi si può espropriale la collettività a beneficio dei privati.I rapporti televisivi Ciancio-Berlusconi, però, non sono isolati.
Nell’ormai lontano 1984, quando l’ascesa del Cavaliere poteva essere ancora fermata applicando la Costituzione, a Milano nasce una società, la Sicilia Televisiva spa, che l’anno successivo trasferisce la propria sede sociale a Palermo e successivamente si fonde con Rete 4, come risulta dagli atti del processo per mafia a Marcello Dell’Utri.Prima dell’accorpamento, nel consiglio di amministrazione figurano l’allora giovanissima Angela Ciancio, figlia di Mario, e Maria Fausta Guarnaccia, sorella maggiore della signora Valeria e dipendente di Antenna Sicilia. Insieme a loro, nel cda, i fratelli Vincenzo e Filippo Rappa, successivamente processati per associazione mafiosa: il primo condannato in appello, il secondo assolto.

DAL LIBRO DI CLAUDIO FAVA: I DISARMATI, STORIA DELL'ANTIMAFIA: I REDUCI E I COMPLICI

"C’è un episodio, all’inizio degli anni Novanta, che dà la cifra esatta del grado di subalternità alla mafia. Alla famiglia degli Ercolano, cognati di Santapaola, erano stati affidati due compiti: ad Aldo quello di ammazzare, eseguendo personalmente gli omicidi oppure distribuendoli alla sua squadretta di sicari; al padre Giuseppe spettava invece il compito di riciclare i denari della Famiglia attraverso imprese di trasporti, supermercati, sale gioco. [...] È in questo clima senza pudori che il nome di Giuseppe Ercolano viene infilato, quasi per necessità, in un rapporto di polizia. Quel rapporto finisce nelle mani di un giovane cronista, un «biondino», come s’usava dire dei giornalisti precari, apprendisti senza contratto in attesa che in redazione s’aprisse uno spazio anche per loro. Il «biondino» si chiama Concetto Mannisi, dalla cronaca lo spediscono ogni mattina a fare il giro degli ospedali, a raccogliere i mattinali in questura, a mettere in fila le cifre sugli scippi e sui tabaccai rapinati. La sua corvée quel giorno è fortunata: gli capita tra le mani la denuncia all’autorità giudiziaria nei confronti di uno degli Ercolano. E Mannisi ne dà notizia, riportando fedelmente quanto sta scritto nel rapporto dei carabinieri. Il giorno dopo, appena il «biondino» mette piede nel giornale, il capocronista lo manda a chiamare e se lo trascina dietro nella stanza dell’editore. Ad aspettarlo, assieme a Mario Ciancio, c’è Giuseppe Ercolano. Denunciato ma ancora inspiegabilmente a piede libero. E dunque libero di venire a protestare con il padrone del quotidiano per quell’articolo così poco garbato nei suoi confronti.

In qualunque altra redazione, se un mafioso fosse venuto a lamentarsi per una notizia (vera) che lo riguardava, il direttore avrebbe telefonato al 113. Mario Ciancio invece riceve Ercolano nel suo studio, convoca il cronista colpevole d’aver dato la notizia (vera) e, in presenza del capomafia, gli fa un solenne cazziatone: «Che mai più ti accada di chiamare mafioso il qui presente signor Ercolano!» Veramente l’hanno scritto i carabinieri, prova a giustificarsi il cronista. Noi non facciamo i carabinieri, replica Ciancio: e di quello che c’è scritto sul loro rapporto non gliene frega nulla. Ercolano, stravaccato sulla sua poltrona, annuisce con paterno silenzio. Sono i suoi ultimi giorni di gloria: lo arresteranno pochi mesi dopo con l’accusa di associazione mafiosa. Per i giudici, Ercolano è il reggente della Famiglia, il capo indiscusso della cosca per conto del cognato Santapaola. Per Ciancio è solo un onesto commerciante."

FONTE: fenjus.spaces.live.com

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