13 gennaio 2010

“Skype aiuta le mafie”. L'allarme di Gratteri

























dal blog l'Url di emilio grimaldi

È il magistrato numero uno nella lotta alla ‘ndrangheta.
E lancia l’allarme: “Skype aiuta le mafie”. Alle Procure serve l’algoritmo. Gli uomini della mala, per non essere intercettati sui cellulari, usano il web. Social network, poste elettroniche, e software vari di comunicazione. Tutti, tranne skype, hanno consegnato l’algoritmo per l’intercettabilità dei dati di scambio. “Servono norme internazionali che regolino il settore. In modo che chiunque crea nuove tecnologie di comunicazione al contempo deve fornire agli Stati i sistemi di controllo per la sicurezza stessa dello Stato e dei cittadini”, spiega. E così, mentre il governo nazionale si preoccupa di restringere “le intercettazioni tradizionali” sui telefoni (disegno di legge 1611) alla sola eventualità di “evidenti indizi di colpevolezza”, rispetto ai precedenti “indizi di colpevolezza” - forse per colpire magistrati e consulenti “troppo zelanti” (vedi Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi) -

le mafie fanno un passo in avanti. E si danno appuntamento su skype.

Nicola Gratteri, procuratore aggiunto presso la Dda, direzione distrettuale antimafia, del Tribunale di Reggio Calabria, e magistrato della Dia, Direzione investigativa antimafia, boccia senza proroghe la volontà dell’esecutivo. “Servono solo 12 euro al giorno per intercettare in confronto ai pedinamenti, alle pattuglie e agli straordinari delle forze di polizia”, ha detto a “Che tempo che fa” il 25 ottobre scorso. “C’è un vuoto legislativo sui sistemi di comunicazione via web”, incalza adesso.
Nicola Gratteri, 50 anni, di cui venti sottoscorta, dice che se non fosse diventato magistrato avrebbe fatto il “contadino”. “Amo la natura, amo le piante. Mi piace molto vederle crescere”, afferma. A modo suo il “contadino” lo fa anche dai piani rialzati delle Procure di Reggio Calabria e di Locri. E per far crescere “l’erba buona”, la zizzania bisogna strapparla, e metterla in disparte. “Mi auguro con il mio lavoro di riuscire a fare qualcosa di buono per la comunità, di riuscire ad arginare il problema mafioso”, chiarisce. Una cultura “essenziale”, la sua, che ha imparato dall’educazione che gli hanno impartito i suoi genitori.
Coerenza ed onestà, i suoi canoni. “Me lo hanno insegnato mia madre e mio padre”, tiene a precisare. Un modo di vedere le cose che va diritto alla radice senza mezze misure. “Tre strumenti per sconfiggere la mafia?”, chiediamo.
“Bisogna cambiare, nel rispetto della Costituzione, il codice penale, il codice di procedura penale e l’ordinamento giudiziario”. Non ci vuole molto. Basta cambiare quelle leggi che favoriscono la scarcerazione dei mafiosi. Come Il “rito abbreviato”, “perché non è vero che accorcia i tempi dei processi”. Come la parificazione dei reati di “associazione a delinquere” con “associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti”. Come la prescrizione durante lo svolgimento dei processi. Dei veri e propri regali per il proseguimento dei reati di stampo mafioso. Li chiama suggerimenti “nel breve periodo”.
Mentre diventa un fiume in piena quando parla delle cose da fare “a lungo termine”.

“Bisogna investire nella cultura”!

dice. “Scuole accoglienti, gioiose, colorate, con piscine, palestre, cinema. I ragazzi devono gioire, giocare. La ‘ndrangheta è morte”, ammonisce.
Contro il dolore dei morti ammazzati, contro la miseria delle persone sfruttate, contro la sopraffazione dei cittadini, contro il falso credo dell’uomo valoroso” della ‘ndrangheta, lui propone una scuola colorata, fornita di personal computer, piscine. Prospetta la cultura della vita contro quella della morte. Della vita sana, della bellezza dell’ambiente, degli ortaggi che crescono, e della gioia nel divertirsi. Ritorna l’anima contadina prestata alla giustizia che è in lui. Peccato, che gli unici a non capirlo sono proprio i politici che hanno il potere legislativo.

Ma la gente semplice “è con lui”, dice. “Fa il tifo per lui”, avrebbe detto Paolo Borsellino.

“Quale l’operazione di cui è più orgoglioso?”, chiediamo. “Non ce ne sono. Ci sono solo le indagini, dove cerco di dare tutto me stesso”. “E quella che rimpiange per non essere riuscito a portare a termine?”. “Per natura non personalizzo mai i processi. Io riesco a rimanere distaccato. Nel nostro lavoro l’emotività è una debolezza. Bisogna essere freddi”. Se si vuole che l’erba buona cresca la zizzania bisogna strapparla alla radice, lascia intendere. Non c’è una via di mezzo.
Un lavoro portato con impegno, il suo, che non lascia niente al caso. Come le intercettazioni. Gli ‘ndranghetisti si stanno attrezzando. Ed è lui in prima linea a lanciare l’allarme. Comunicano via skype, o utilizzano social network come facebook. Per il contadino, che ama coltivare i pomodori e gli ortaggi, non c’è differenza fra batteri che arrivano diritti sul fiore per mangiarselo o di batteri che provano a nascondersi per farlo più accuratamente. Sempre batteri sono.


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