5 febbraio 2010

Salvatore Crisafulli: lasciato solo, vado a morire in Belgio



QUI la vicenda di Salvatore Crisafulli


Un viaggio fino in Belgio, per morire con un’iniezione letale. Il 9 febbraio, ad un anno esatto dalla morte di Eluana Englaro. Un viaggio «lontano dall’Italia», un paese che «fa schifo», per dare la morte ad un uomo che da anni – anche tramite la sua famiglia - chiede a gran voce l’aiuto e l’assistenza necessari per poter vivere. Perché per Salvatore Crisafulli, l’uomo che nel 2005 – nel clamore internazionale - uscì da quello che i medici avevano definito uno «stato vegetativo persistente», diventando col tempo un simbolo e una bandiera della voglia di vivere nonostante la sua gravissima disabilità, per lui sono state spese nel tempo solamente parole. «Chiacchiere, tutte inutili», dice ora il fratello Pietro, deluso, disperato. La famiglia Crisafulli ha fatto i conti nel tempo con un fiume di parole e di chiacchiere, un abisso di promesse, riunioni, lettere, deliberazioni, e perfino l’interessamento – negli anni scorsi – del presidente della Repubblica Napolitano, del premier Berlusconi, del sottosegretario alla Salute Roccella, del presidente della Regione Sicilia Lombardo, e con loro di una schiera di politici schierati «a difesa della vita».

Risultati? Praticamente nessuno: una manciata di ore di assistenza settimanali garantite. Più una presa in giro, che un’assistenza. C’è il fisioterapista, c’è l’infermiere, ma non c’è nessun piano individualizzato, nessuna possibilità reale di una seria assistenza domiciliare: «Non ci sono soldi», dicono dal comune e dalla regione, «Non possiamo fare nulla», dicono dal governo. E l’assistenza necessaria (24 ore, o almeno 12, al giorno) rimane un miraggio. E allora, ecco l’ultimo disperato tentativo: praticamente un ultimatum, per mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità.

La “sfida” allo Stato si chiama eutanasia: Salvatore Crisafulli morirà e il governo, le regioni, le Asl saranno ben contenti perché “potranno risparmiare”.

Vicino Bruxelles, in una clinica, con la televisione belga a raccontare la vicenda.

Il gesto estremo, disperato, finale. A meno che… A meno che, ma ormai non pare crederci neppure il fratello Pietro Crisafulli, non arrivi una risposta immediata e forte dal governo. Un decreto, come quello che un anno fa, di questi tempi, occupava le prime pagine dei giornali: quel decreto legge che avrebbe dovuto salvare la vita di Eluana Englaro e che si insabbiò di fronte alla contrarietà del capo dello Stato. Un decreto, vale a dire un segno del governo per garantire un’assistenza degna alle persone in stato vegetativo e a quelle con disabilità gravissime che vivono «abbandonate da tutti» nel silenzio delle loro abitazioni. Non altre promesse. No, quelle ci sono già state, e non hanno portato a niente.

«Parlano di vita, difendono la vita, ma la difendono solo a chiacchiere: dovrebbero vergognarsi»,

dice Pietro Crisafulli, che incalza: «Che lottiamo a fare per una vita così? Se non esiste soluzione, se non si può fare nulla, così come dicono, perché non ci sono soldi, e allora facciamoli morire e basta». Programmi individualizzati di assistenza domiciliare ne esistono, per rendere meno gravosa la situazione dell’intera famiglia Crisafulli, che già provata dall’esperienza di Salvatore ha dovuto fare i conti, alla vigilia del Natale appena trascorso, con un nuovo dramma, quello di Marcello. Fratello di Pietro e Salvatore, Marcello Crisafulli è stato investito a Catania il 24 dicembre. Un dramma nel dramma, nel mezzo dei giorni di festa, con le inevitabili conseguenze fisiche e psicologiche sull’intera famiglia. Aggravate, a fine anno, dalla sospensione a livello regionale del piccolo servizio di assistenza che garantiva la presenza di un operatore vicino a Salvatore per due ore al sabato e una alla domenica. E lui, venuto a sapere dell’incidente al fratello, dopo aver per lungo tempo gridato la sua voglia di vivere, ora ha deciso di lasciarsi andare.
fonte: Redattore Sociale.it

gennaio 2010
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