19 aprile 2010

WHY NOT e POSEIDONE, LE INDAGINI “PROIBITE” (Chiara Spagnolo)



La Procura di Salerno manda l’avviso di conclusione delle indagini. Coinvolti 7 magistrati e 2 parlamentari. Qualcuno sembra avere abusato della propria funzione e del proprio potere. Magistrati e parlamentari insieme. E, probabilmente, chi aveva intuito tale possibilità non era un pazzo visionario.

SALERNO — Sette magistrati e due parlamentari della Repubblica indagati. Lo spettro di un sistema di corruzione che si addensa pesante sulla Procura di Catanzaro e una vicenda che, ancora una volta, rischia di scomparire dalle prime pagine dei giornali e dai titoli dei notiziari. Nella Calabria in cui la ‘ndrangheta fa sempre notizia, il sistema perverso che lega a filo doppio politica, imprenditoria e magistratura, rischia di essere messo in ombra per l’ennesima volta, insieme all’inchiesta della Procura di Salerno, che nei giorni scorsi ha portato all’emissione di dodici avvisi di conclusione delle indagini preliminari. La vicenda di cui si parla è più che nota: riguarda il presunto piano messo in atto per bloccare indagini condotte negli anni tra il 2004 e il 2007 dal sostituto procuratoreLuigi de Magistris, oggi europarlamentare di Italia dei Valori all’epoca in servizio a Catanzaro.

I nomi “Why not” e “Poseidone” sono ben conosciuti, così come quelli degli indagati di questo stralcio di attività portato avanti dalla magistratura campana. Sono indagati eccellenti: i vertici della Procura del capoluogo calabrese, quelli che, più degli altri, dovrebbero garantire il rispetto della legge. Quelli che invece, secondo la Procura di Salerno,la legge l’hanno violata con forza ripetutamente. Si tratta dell’ex procuratore capoMariano Lombardi, del procuratore aggiunto Salvatore Murone, l’ex procuratore generale Enzo Iannelli, il procuratore facente funzioni Dolcino Favi, i sostituti pgAlfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, il pm Salvatore Curcio. Contro di loro accuse gravissime, che vanno dalla corruzione in atti giudiziari all’omissione di atti d’ufficio.

Sarebbero stati tutti d’accordo. Tutti coinvolti nella concretizzazione di un piano preciso, finalizzato a mandare all’aria indagini che coinvolgevano politici eimprenditori, delineando l’esistenza di un sistema di potere che da anni teneva sotto scacco la Calabria. Era il famoso “sistema Saladino”, quello delineato da De Magistrisnell’inchiesta “Why not” e prima ancora in “Poseidone”.

In entrambi i casi era stata accertata la sparizione di milioni e milioni di fondi comunitari. Soldi che avrebbero dovuto essere destinati allo sviluppo di una terra povera e maledetta e che invece erano andati ad ingrossare i conti esteri di pochi fortunati. Era il solito, vergognoso, copione. Quello che magistrato e carabinieri stavano portando alla luce con lavoro certosino.

Bloccare un’indagine, però, non è cosa da niente

Quello che, dice oggi la Procura di Salerno, doveva essere fermato a tutti i costi. Bloccare un’indagine, però, non è cosa da niente. Per farlo, spiegano i pm campani nell’avviso di conclusione indagini, servono amici che siedono sulle poltrone più alte degli uffici giudiziari. Bisogna allestire un sistema preciso di scambio di favori, far capire a tutti i diretti interessati che una mano lava l’altra, che un aiutino oggi può significare una ricompensa domani. E di ipotesi sul “do ut des” messo in atto sui Tre colli, le pagine del 415 bis, sono piene. Gli artefici principali del piano, secondo le ipotesi accusatorie, sarebbero i parlamentari del PdlGiancarlo Pittelli e Giuseppe Galati. Entrambi indagati in “Poseidone” e poi anche in“Why not”, avrebbero chiesto aiuto all’allora procuratore capo Mariano Lombardi, assicurandogli in cambio una serie di favori per il figlio della moglie, avvocato Pierpaolo Greco, entrato in studio e società con Pittelli e destinatario di una serie di incarichi come commissario liquidatore grazie all’intercessione di Galati. Una mano lava l’altra. Il vento di Catanzaro, nei famigerati anni tra il 2004 e il 2007, evidentemente, portava via il senso di giustizia e il rispetto delle regole. Chi avrebbe dovuto far rispettare la legge, a quanto pare, aveva ben altri pensieri.

la legge non può essere uguale per tutti in una città in cui indagati e magistrati vanno a braccetto, siedono alle stesse tavole, frequentano le stesse case e, quando uno di loro ha un problema, fanno fronte comune per risolverlo.

Il primo ad intervenire, secondo i magistrati campani, fu Lombardi, disponendo nella primavera 2007 l’avocazione di “Poseidone”, a ruota seguì in autunno anche la fine di“Why not”. O meglio la fine di De Magistris in “Why not” e “Poseidone”, l’avvio dei procedimenti disciplinari a suo carico, poi l’allontanamento dalla città. Una serie di passi compiuti in un’unica direzione. Una serie di atti, oggi ritenuti illegittimi, finalizzati al raggiungimento di un unico obiettivo: prendere tempo, smembrare le indagini, applicarvi pm che non le avevano viste nascere e crescere, che non ne sapevano nulla, che ci avrebbero messo mesi prima di far quadrare il cerchio. Così doveva essere e così è stato. Tempi lunghi e indagini disarticolate. Per “Poseidone” una prescrizione ovvia che sta per arrivare, per “Why not” un ridimensionamento obbligato, che pure ha portato ad una serie di condanne. Mentre qualcuno, sui Tre colli, gioiva del vento che portava via anche i guai giudiziari. E insieme la speranza dei cittadini di poter contare su una legge uguale per tutti. Già, perché la legge non può essere uguale per tutti in una città in cui indagati e magistrati vanno a braccetto, siedono alle stesse tavole, frequentano le stesse case e, quando uno di loro ha un problema, fanno fronte comune per risolverlo. Catanzaro è tutto questo. Capoluogo dannato di una terra depredata. In cui si può rubare senza avere la paura di essere puniti. In cui chi indaga può essere allontanato, chi denuncia può essere punito, chi racconta può essere esiliato. Perché chi non fa parte del sistema è contro di esso. E a Salerno dell’esistenza del “sistema” ormai, nessuno pare più dubitare.

Le carte parlano chiaro. E non raccontano di quella che si cercava di far passare come una guerra tra Procure, ma di magistrati che, seguendo il compito che la legge assegna loro, vigilano affinché altri magistrati rispettino la legge. In Calabria, a quanto pare, questo non sempre è accaduto.

Qualcuno sembra avere abusato della propria funzione e del proprio potere.Magistrati e parlamentari insieme. Chi doveva difendere i cittadini, dicono i giudici campani, ha difeso solo se stesso e il proprio gruppo di riferimento.

E, probabilmente, chi aveva intuito tale possibilità non era un pazzo visionario. Forse non lo era il pm De Magistris, così come i carabinieri del Reparto operativo di Catanzaro, il consulente informatico Gioacchino Genchi, l’esperto bancario Pietro Sagona, il pm Pierpaolo Bruni, che ha raccolto il testimone in “Why not”, il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli che ha portato a conclusione “Poseidone”.

Forse non erano pazzi neppure i giornalisti che volevano raccontare quelle indagini, che cercavano di spiegare ai calabresi perché la loro terra, nonostante gli aiuti milionari dell’Europa, resti sempre bella e dannata, perché qui, in fondo allo Stivale, la legge non è davvero “uguale per tutti”, e se sei amico di giudici e politici puoi riuscire a fermare le indagini prima ancora che i processi. Forse, in realtà, questa storia è molto più semplice di quel che sembra. Perché ci sono reati commessi e gente che dovrebberisponderne. La Procura di Salerno, almeno, sembra pensarla così.

Ma, probabilmente, anche i magistrati che hanno firmato l’avviso di conclusione indagini presto finiranno nell’elenco dei folli e visionari, messi alla gogna

Ma, probabilmente, anche i magistrati che hanno firmato l’avviso di conclusione indagini presto finiranno nell’elenco dei folli e visionari, messi alla gogna come i loro colleghi Gabriella Nuzzi e Dionigi Verasani, che per primi cercarono di portare alla luce il verminaio catanzarese. Per loro non ci fu scampo nell’autunno caldo del 2008: puniti con il trasferimento e varie sanzioni disciplinari. Come De Magistris e tanti altri che, volontariamente o meno, sono entrati in questa bruttissima storia. Vite distrutte. In una Calabria in cui si parla tanto di ‘ndrangheta ma si fatica ad ammettere chela ‘ndrangheta è anche questo.

CHIARA SPAGNOLO

fonte: Liberainformazione.org, 16.04.2010

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