6 dicembre 2010

Le radici malate di Barcellona Pozzo di Gotto

foto di Daniele Andaloro


"Che legame poteva esserci tra il giovane Manca, un medico di successo stabilitosi a Roma sin dai diciotto anni, la cui vita sembrava dedicata esclusivamente alla brillante carriera professionale e certi ambienti mafiosi? Le sue origini barcellonesi, in una città in mano a quella che Umberto Santino definì la borghesia mafiosa.

La mafia di Barcellona è tremenda, uno dei poteri criminali più pericolosi e sovversivi di tutta l’Italia e la più pericolosa della provincia di Messina. Per anni, tuttavia, la città di Attilio Manca seppe occultare la sua identità criminale e la sua importanza strategica nei piani di Cosa Nostra come punto di snodo di oscuri interessi tra mafia, massoneria, servizi segreti e gruppi neofascisti. La mafia, si diceva, non esiste in questa parte della Sicilia e in virtù di quella favola, Barcellona sembrava, doveva sembrare, un modesto centro di provincia, una città babba, stupida, libera da inquinamento mafioso. Un piccolo miracolo nell’inferno siciliano.

In realtà, Barcellona era un posto sordido e minaccioso, soffocato in ogni suo aspetto dal manto della paura e dalla rassegnazione. Una città tranquilla solo nella falsa realtà quotidiana, sempre pronta a ricorrere alla strumentalizzazione, all’infamia o al crimine di fronte a qualunque gesto di resistenza, impegno civile o ricatto.

La mafia non esisteva, salvo che per le sue vittime, pertanto, con la complicità di uomini delle istituzioni, gli omicidi si archiviano come suicidi o incidenti. Per decenni la connivenza della sua borghesia con il crimine non fu disturbata né dall’azione delle forze di polizia né dai naturali sospetti che il sorprendente numero di vittime morte in strane circostanze avrebbe dovuto suscitare. Personaggi della vita pubblica barcellonese come il gioielliere Branca, soffocato a mare, il bancario Salvatore Valenti, legato agli ambienti politici democristiani e assassinato nel febbraio dell’86, il dottore Stilo, suicida, gli imprenditori Giovanni Marchetta o Antonio Mazza.
foto di Daniele Andaloro
Quando alle otto di sera chiudono i negozi e gli abitanti rincasano velocemente, Barcellona sembra governata dal coprifuoco. Le strade vuote assumono un’aria spettrale e la città smette di vivere, nell’inquietante attesa di non si sa quale tragedia. È sempre stato difficile parlare di mafia in questa città. Ancora oggi, dopo tanta violenza e tanti morti, anche se non è più possibile nascondere il dominio della criminalità sulla città, la gente si disturba nel sentire pronunciare la parola mafia.

Per paura, ma anche perché sa di essere protetta dai mafiosi e dai suoi complici. Debitrice nei confronti di quelli che si incaricano di proteggere i commercianti, che pagano regolarmente il pizzo e concedono i posti di lavoro e i favori di cui si può avere bisogno in qualunque momento. Anche qui, come in molte altre realtà siciliane, quando qualcuno è derubato dell’automobile o della motocicletta non va dai carabinieri a sporgere denuncia, si rivolge direttamente al mafioso che, di solito e in breve tempo, recupera il veicolo rubato.

Come in ogni realtà corrotta, a Barcellona impera il relativismo di un determinato modo di intendere la vita, le relazioni e i diritti. Una diffusa complicità criminale che si giustifica in forma incosciente e che trova la sua giustificazione in nome della sicurezza e del benessere economico. L’onestà non è una strada sicura verso il successo o semplicemente verso la tranquillità economica. In posti come Barcellona, la mobilità sociale si ottiene facendo parte della complessa rete economica, politica, amministrativa e criminale che compone il vertice sociale, motivo per cui si accettano i rischi, minimi, della contaminazione, scegliendo, senza ulteriori complicazioni, la propria sopravvivenza e la continuità del sistema. Davanti alla reale possibilità della discriminazione, la questione etica diventa irrilevante. Un tributo eccessivo. Quando nella città avviene un delitto di mafia, se la vittima è una persona onesta la gente comune reagisce con moderata indignazione. Al contrario, se si tratta di un mafioso, generalmente si dice, con prudente sdegno, che “in fondo, si ammazzano tra di loro.” In entrambi i casi, trascorsi alcuni giorni, la curiosità di capire che cosa è successo lascia il passo all’indifferenza, la stampa locale tace, la notizia sparisce e tutto cade nel dimenticatoio. Così accade nei delitti di sangue avvenuti a Barcellona negli ultimi anni: quello di Sergio Rappezzo, lo strano suicidio di Gino Mitili e quello del boss emergente Antonino Rottino."

tratto dal libro: “L’enigma di Attilio Manca”, verità e giustizia nell’isola di Cosa Nostra”
di Joan Queralted. terrelibere.org


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