16 febbraio 2011

TAGLI ALLE TV PRIVATE – SCIPPI ROMANI



di Rita Pennarola [ 10/02/2011]

A giudicare dal trash, in Campania bisognerebbe dar ragione al piano del governo, destinato a far scomparire oltre il 50% dell'emittenza locale. Se non fosse per il fatto che saranno proprio le antenne in forte odor di camorra a restare a galla, le uniche per cui non valgono le leggi del mercato, ma solo le logiche di violenza e riciclaggio. Il pericolo serio, percio', e' che come sempre l'economia criminale esca rinvigorita dall'autentico uragano abbattutosi negli ultimi dodici mesi sull'intero settore della piccola e media emittenza privata, mentre a farne le spese saranno, in tutta Italia, le aziende coi bilanci in regola, dedite alla sana informazione di prossimita' e molto spesso, soprattutto al Sud, capaci di realizzare palinsesti all'insegna del contrasto alle mafie. Sul modello - tanto per fare un esempio - di quella Telejato di Partinico divenuta ormai nel Paese un simbolo della lotta alla mafia, dopo le decine di attentati e intimidazioni ricevute dal suo fondatore Pino Maniaci.
Gia', perche' Telejato e' una di quelle emittenti che il governo vorrebbe tagliar via con l'accetta attraverso la contestata legge di stabilita' di fine anno: la piccola emittente siciliana trasmette infatti dalle frequenze UHF del Canale 62, uno di quelli “aboliti” per legge.
E cosi' arriviamo al primo “scippo”, che sta scatenando proteste a colpi di carta bollata da un capo all'altro della penisola. In prima fila il CTRL, guerrigliero Comitato di Radio e TV locali: «Con incredibile arroganza - spiegano al Comitato - il Governo Berlusconi ha deciso che oltre 600 TV locali potranno essere indennizzate con 240 milioni di euro, vale a dire il 10% dell'incasso atteso per l'asta dei canali 61-69 UHF. Se servono frequenze per sviluppare la banda larga mobile si saccheggiano le emittenti locali, perche' i grassi operatori nazionali, come sempre, sono intoccabili».

GUAI AI PICCOLI
Cosa succede? Accade che la presunta “moltiplicazione delle frequenze”, aperta dall'era del digitale terrestre, invece di rappresentare un'opportunita', diventa la ghigliottina finale per centinaia di piccole emittenti (e relative migliaia di posti di lavoro), gia' svenate dalla crisi economica degli ultimi due anni. L'emendamento alla legge di stabilita' varata a fine 2010 recita infatti: «In coerenza con la normativa dell'Unione europea, il ministro dello sviluppo economico fissa la data per l'assegnazione della frequenze della banda 790-862 MHz e delle altre risorse eventualmente disponibili ai servizi di comunicazione elettronica mobili in larga banda». Ovvero: saranno letteralmente espropriate le frequenze, finora utilizzate dalle tv locali, sui canali UHF da 61 a 69.
Risibile l'indennizzo previsto dal provvedimento: «sono definiti criteri e modalita' per l'attribuzione di misure economiche di natura compensativa, a valere sugli introiti della gara di cui al comma 14, per una percentuale pari al 10 per cento degli introiti della gara stessa e comunque per un importo non eccedente i 240 milioni di euro». Di quale gara parlano, il ministro dell'Economia Giulio Tremonti e quello dello Sviluppo economico, Paolo Romani, gran regista di tutta l'operazione? Si tratta di una consistente fetta del bilancio di previsione dello Stato per il 2011:
oltre due miliardi e mezzo di entrate previste dalla vendita di quelle frequenze, che andranno ai grossi gestori di telefonia.
Ancor piu' esplicito Corrado Calabro', presidente di quella Autorita' per le garanzie nelle tlc che avra' un ruolo di primo piano in tutta la vicenda: «entro il 2015, ma probabilmente gia' entro il 2013, le frequenze da 61 a 69 utilizzate dalla televisione dovranno essere destinate in tutta Europa alla larga banda mobile. Il percorso e' quello delle aste, che devono svolgersi il piu' presto possibile».
«Lo sviluppo della banda larga mobile a favore di chi potra' permettersi l'acquisto delle frequenze, ovvero i grandi player delle telecomunicazioni - taglia corto Fulvio Sarzana di Sant'Ippolito, titolare di uno studio legale della capitale specializzato in controversie sulle telecomunicazioni - avverra' dunque a discapito della piccola e media impresa italiana del settore radiotelevisivo e non dei grandi player del settore, penalizzando i piccoli editori e limitando quindi l'informazione locale».
Senza appello anche la condanna del CNT, il comitato di emittenti libere capitanato da Costantino Federico di Telecapri:
«la decisione di rivedere il Piano nazionale di assegnazione sottrae frequenze preziose alle tv locali e a quelle nazionali indipendenti, a tutto favore dei soliti noti.
Il dividendo esterno, cioe' i canali 61-69 UHF da destinare alla banda larga, rappresenta l'ultimo saccheggio».

DALLA SICILIA ALLE ALPI
Non tutte le tv sono ovviamente interessate ai “tagli”, eppure fra quelle drasticamente penalizzate, almeno per una parte delle loro possibilita' di trasmettere, spiccano nomi importanti per la storia dell'informazione regionale degli ultimi trent'anni. Partiamo dalla Sicilia dove, oltre a Telejato (raggio d'azione esteso alle province di Agrigento, Palermo e Trapani, attraverso il Canale 62 di Monte Bonifato), nell'elenco rientrano Antenna del Mediterraneo (Capo d'Orlando, attiva dal 1987), Antenna Sicilia (dal 1979), Blu TV di Siracusa, Canale 10 di Gela, Canale 2 di Marsala, Canale 33 di Palermo, Canale 9 di Acireale, la Compagnia Televisiva Siciliana di Palermo (una pioniera, fondata nel 1976). E ancora la ragusana TV Sicilia, Il Tirreno di Milazzo, Rei TV di Acireale (tre frequenze in tutto, comprese interamente nella fascia dello “scippo”), Rete Sicilia, Sicilia TV, Tele 90 di Messina, Teleacras di Agrigento, Telerent (dal 1983) e Telesud, la regionale TVT di Palermo, e ancora molte altre.
Nel Lazio spicca su tutti il caso di Rete Oro, fondata nel 1984, che copre anche parte dell'Umbria: un'emittente con una elevata fidelizzazione di ascolto, che oggi deve fare i conti con la sua frequenza, posizionata sul canale UHF 64. Non meno radicata Teleambiente, un brand affermatosi come tv indipendente grazie al giornalismo d'inchiesta portato avanti negli anni dall'editore Bruno De Vita e dal direttore Giuseppe Vecchio. Un glorioso passato per un presente impronunciabile: frequenze su Canale UHF 68. Problemi seri anche per Teleroma 56 (una copertura che raggiunge la Toscana e una frequenza assegnata pari al UHF 64) e per Telestudio Roma (classe 1976 ed un UHF 61).
Problemi non dissimili al nord. Prendiamo il caso del Piemonte, dove rischiano seriamente di saltare emittenti storiche come Quartarete (UHF 67) o Telecupole (UHF 64, estesa fino a Montecarlo).
«Ma e' al Sud - sbotta Carolina Pisani, editrice della partenopea Julie - che si chiedono, come al solito, lacrime e sangue». Con un livello di disoccupazione che in Campania gia' prima della crisi toccava il tetto storico del 15% e quota 30% per quella giovanile, il rischio di chiusura delle numerose emittenti con frequenze comprese fra il 61 e il 68 rappresenta una ennesima mannaia per diverse centinaia di occupati nel terziario e nell'indotto. Oltre al Circuito Julie (otto emittenti in digitale tra le piu' affermate per qualita' dell'informazione, ma tutte posizionate sulle frequenze 61 a Napoli e 63 a Salerno), ecco le storiche Telelibera (UHF 61), Levante TV (comprendente l'ammiraglia partenopea Canale 9) e Televomero.
Ancora, zigzagando per la regione, a rischio anche Canale 58 e Irpinia TV dalla provincia di Avellino, Quarto Canale da Pagani (SA), Telebenevento. «Stiamo per lanciare una mobilitazione senza precedenti - tuona il civilista Lucio Varriale, che affianca i circuiti Julie e Telelibera - per chiedere a gran voce la revoca di un provvedimento palesemente incostituzionale. Non saranno solo le sedi giudiziarie ad essere investite del grave problema, ma anche le piazze e i Palazzi del potere, dinanzi ai quali porteremo con noi il grido di protesta di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie».

IL CASO PUGLIA
Ma il crollo dell'emittenza privata, che fino all'entrata in vigore del sistema digitale rappresentava complessivamente circa il 6% degli ascolti e del fatturato globale del settore, infliggera' un duro colpo anche all'intero sistema delle piccole e medie imprese italiane. Ne e' convinto Luca Montrone, editore di Tele Norba, la tv pugliese che ha conquistato - unica al Sud - spazi di ascolto e notorieta' anche nel resto dell'Italia.
«In un Paese come il nostro in cui - dice Montrone - oltre il 70% del Pil deriva dalle Pmi, i tagli drastici all'emittenza privata metteranno in ginocchio anche questo strategico comparto, che non puo' pagare le tv nazionali per far conoscere i suoi prodotti e per questo si e' generalmente affidato alle tv locali. Ora, spegnendo queste voci, si rischia lo stop di potenziali fatturati e occupazione».
Anche la potente Tele Norba di Conversano (BA) possiede frequenze nella fascia “nera”: sono i Canali UHF 66 di Roccanova e UHF 64 di Trazzonara. Altri impianti su cui si potrebbe abbattere la scure di Tremonti-Romani-Calabro', sempre in Puglia, sono fra gli altri Canale 7 di Monopoli (che possiede una delle frequenze in UHF 61) e Canale 2 di Altamura, esteso alle province di Bari, Potenza e Matera, con un bacino d'utenza valutato in circa 284 mila abitanti.
«Si vuole andare a tutti i costi - commenta Montrone dagli studi di Tele Norba - ad un azzeramento della moltitudine di piccole emittenti. Ma anche quelle di medie dimensioni scontano gia' pesantemente gli effetti della crisi. Sergio Zuncheddu, editore della sarda Videolina, ha dichiarato che la sua tv perde sui 2 milioni di euro l'anno.
Chi ci guadagna, in tutto questo? Il solito duopolio Rai-Mediaset, col cavaliere che vede crescere i fatturati, anche in tempo di vacche magre, del 6-7%».
La soluzione, per Alpi (Associazione emittenti locali per la liberta' e il pluralismo dell'informazione) presieduta da Montrone, sarebbe quella di applicare una buona volta la legge 422 del 1993, che assegnava alle TV locali quasi il 20% delle risorse che la Rai riscuote dai contribuenti come canone «non per l'abbonamento alla televisione di Stato - tiene a sottolineare il tycoon pugliese - ma per il possesso dell'apparecchio». Fatti due conti, si arriverebbe oggi alla bella somma di oltre 250 milioni di euro l'anno da dividere fra le private. «Invece i governi hanno finora attuato una autentica distrazione di fondi pubblici, in violazione della legge. Quella legge e' ancora in vigore, ma ci elargiscono una elemosina, trattenendo oltre la meta' di quanto a noi dovuto».
Quest'anno, per giunta, la “elemosina” sara' ancor piu' risicata: ben 45 milioni in meno rispetto alle annate precedenti. Lo ha stabilito il decreto Milleproroghe di fine dicembre, che ha effettuato un ulteriore taglio sulle provvidenze 2011, provocando una autentica levata di scudi nell'incandescente comparto. «Questo - alza la voce perfino Maurizio Giunco di Frt, altra sigla leader della categoria in cui siede un “amico del giaguaro” come Fedele Confalonieri - potrebbe essere il colpo decisivo assestato dal Governo Berlusconi all'emittenza locale, dopo la sottrazione delle nove frequenze da destinare alla telefonia mobile. Tutto cio' portera' alla scomparsa del pluralismo dell'informazione sui territori. E i cittadini sapranno chi devono ringraziare».


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