4 aprile 2011

La vitaccia dei figuranti


di Fulvio Abbate

Nell’atollo mediatico più sperduto c’è un soggetto professionale dilagante (se non proprio sociale), un paria che prende il nome di figurante televisivo, la signora che a “Forum” ha rassicurato tutti circa la ricostruzione impeccabile de L’Aquila sotto lo sguardo di Silvio nostro occupava la fascia alta di quel genere di impegno pubblico, infatti veniva risarcita della vergogna con 300 euro. Personalmente, in un rigurgito di marxismo volgare, mi stanno più a cuore gli altri: che non superano la soglia dei 50. Tecnicamente, il figurante, sul lavoro, deve rispondere ad alcune sollecitazioni immediate. Ha l’obbligo di presentarsi (con assoluta puntualità, pena un cazziatone da parte del “gruppista”) all’ora stabilita dal piano di lavorazione presso gli studi dove si svolge la trasmissione che lo vede pedina, sfondo e carne da applauso; depone il cappotto sullo stand fornito dalla produzione; si attarda in corridoio ragionando con i compagni di precariato di questo e quell’altro argomento, o, perché no, di quanto sia insufficiente la paga; c’è poi da rispondere all’appello dell’assistente di studio che li invita a prendere posto: seguono le ulteriori indicazioni del già citato direttore: “Applausi, stiamo per andare in onda” oppure, quando c’è di mezzo un lutto o un evento tragico, “Si comincia senza applausi” o, ulteriore variante di gravità inferiore, “Applaudite, ma non urlate”.

(Una gran carnevalata. I partecipanti alla manifestazione propremier davanti al Palazzo di Giustizia di Milano erano 150, tra cui anche una una delle comparse della trasmissione di Maria De Filippi...FOTO)

Il figurante rischia talvolta, come accade, metti, a “Domenica In” con Giletti e la sua “arena”, d’essere interpellato nel ruolo variabile di opinionista di caseggiato, vox populi, consumatrice, detentore di buon senso comune. Ai più preparati, inutile aggiungerlo, tocca spiegare che Berlusconi è comunque uno che lavora e non andrebbe disturbato, in nome del buon senso. Talvolta, il figurante, in virtù del proprio talento naturale di donna “verace”, è perfino destinato a una discreta popolarità (vedi le “signore” inzeppate nel pubblico pomeridiano di Maria De Filippi), a una serie di primi piani che garantiscono d’essere riconosciuti per strada: “Anvedi, ma tu sei quella della televisione? Gajarda!” Non per questo, conquisterà una paga più sostanziosa.
S’intende, che non si diventa figuranti televisivi per caso, proprio no, molto spesso lo si diventa per pura necessità. Per bisogno di guadagno, fosse anche piuttosto basso (di norma, un figurante prende intorno ai trenta-cinquanta euro al giorno) perché il mondo del lavoro, quello vero, definitivo, senza nulla togliere a certo genere di occupazioni temporanee, non ha alcuna intenzione di prendere in considerazione chi s’aspetta presto o tardi di non fare più il figurante trovando di meglio, conquistando maggiori certezze sociali. Sempre per questo, fra i figuranti della televisione, c’è sì modo di incrociare pensionati, ma soprattutto, ragazzi laureati in attesa di un destino, di un futuro che non sia soltanto quello che si consuma fumando in corridoio nell’attesa che dall’altoparlante si levi la solita voce dell’assistente di studio, pronta a mettere fine all’ennesima ricreazione, all’ennesima merendina che ogni vero sottoccupato è destinato a vivere. Il regno televisivo di Silvio Berlusconi, in assenza di vere garanzie sociali, per molte di queste persone, appare come l’unico walfare concesso, possibile.

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