15 giugno 2011

A Pippo Fava


di Giulio Cavalli

"Ecco, io sono nato in un mondo dove contano soprattutto le parole non dette.

Non è un’isola lontana o tanto diversa da queste quattro montagne sparse con il pollice e l’indice e quattro tovaglioli d’erba conditi. Mica tanto diversa, dico, come isola. Scommetto che da lontano appena uno in più di quei soliti passi cento sarebbero sorelle, queste due isole con il velo.

Solo che, ecco, io sono nato in quella in cui per uno scherzo di costruzione, sarà per un errore di disegno e progettazione, ecco io ci sono cresciuto in questa dove vincono sempre le parole mica dette. Con sopra quel sole e il suo cappotto meraviglia, che ci scommetto che sono anni che ride sotto il bavero, mentre soffia sull’isola sparpagliata come un’insalata e dove i libri vincono per i capitoli che ci mancano, i teatri applaudono perché sei elegante a lasciare i nomi nel lavandino del camerino e, in fondo, è il segreto degli sciocchi che la musica serve solo per quei quattro respiri, sei, set, otto prima di cominciare a ballare e così smettere di ascoltare.

Io abito nell’isola che c’è, dico, ci ho abitato da sempre e non è mica una cosa che lascia troppa malinconia. Stare qui.

Abito in una casa di marzapane, con quattro fogli e due Roland a cantare la mazurka con una ciotola di idee.

Lavoro da giocoliere con i calzini a strisce, a stare a raccontare e mettere in fila tutte le parole che non si possono dire. Mettere in fila come a Natale sul bracciolo del divano con le macchinine. A giocare con la dignità (obbligatoria solo per i bambini) di dire, piangere, sghignazzare le parole che non si devono dire. E quando sei in forma, sarà il profumo del marzapane, quando sei sceso dal letto con il piede quello giusto mettersi a tessere anche i nomi. Nell’isola delle parole non dette dove la dignità è obbligatoria per i bambini, e poi appena dopo, tutti a venderla sulla bancarella preparata fuori dalla porta di casa; per venderla ancora fresca e mezza viva per quattro soldi da interrare sotto l’albero della verità.

Vivo nell’isola dove hanno inventato la bellezza che è una ragazza puttana e sempre vergine: l’hanno martellata a chiodi e colla, ci sono stati sopra anni, a segarla sul tavolo dell’obitorio, fino a servirla su un vassoio in argento. La bellezza che qui da noi si è riusciti a partorirla senza nemmeno il bisogno di farle fare un mezzo appuntamento al cinema con la verità. La bellezza che sta vergine nelle rassicurazioni dei giornali, che brilla tutta sopra alla lacca del sipario sopra al palco, che è un souvenir con la neve finta per il cappotto di legno della responsabilità. La bellezza in madreperla che ti portano come posacenere insieme agli antipasti nella cena a prezzo fisso, all’osteria dietro al ponte dell’isola dove vincono i sacerdoti delle parole non dette, per come le chiudono a chiave.

Mi chiamo Giuseppe e vivo in una casa di marzapane. Con il volume troppo alto sveglio nel cuore della notte il vigile assonnato che bussa con il freddo del sonno, e mi chiede di smettere, perché le parole sono una mania degli adolescenti. Perché le parole sono tollerate solo in spiaggia nell’isola delle cose non dette: parole, una chitarra, mezzo falò storpio e un bacio con la lingua. E a letto a dormire. Mi chiamo Giuseppe e qui in paese mi credono un matto, perché un giorno ho deciso di prendermi la briga. Dico di andare a riprenderle le parole non dette bussando al vetro dell’Ufficio degli oggetti smarriti dove bussi con il guanto della dignità.

Mi chiamo Giuseppe e sarò matto per davvero, se sono uscito in quinta a trascinarla in proscenio per i capelli quella carcassa della verità. Con l’ineleganza che urta il conato dei sacerdoti della mediocrità, luci in faccia, proscenio al neon e l’inchino che accompagna la buonanotte.

Nell’isola delle parole non dette quella collana di nomi e parole a forma di parole sono state una sagra da spiare da lontano. Sopra all’angolo di un tronco, sotto alla tapparella di un penombro, tra un occhio per caso sopra al tavolino. Per vedere non visto.

Io, dico, lo giuro e le prometto mica invano, che era bella di un alito quella bellezza di parole in fila. Che sarebbe un riciclaggio da insegnare nelle scuole quello delle parole recuperate dai cassonetti e lavate, pettinate e vestite per la festa.

Sono Giuseppe, cittadino nell’isola della bellezza in prescrizione, con una mezza casa di marzapane, a salire le scale di un lavoro ad adottare le parole orfane. E mentre cercavo gli accordi per le consonanze mi si sono seduti sulla storia. Una seduta mica da cerimonia sulla piega dei pantaloni. Una sigla di coda che spara come un rutto.

Un rutto di gennaio, numero 5 del gennaio dell’84. Alle 22.00. Un rutto di metallo graffiato. A quell’ora della sera, ho pensato, avrà anche disturbato i vicini.

Sono Giuseppe e nell’isola delle parole non dette me ne hanno inventate di nuove, apposta per me come da noi si fa solo per i sindaci o i cardinali. Mi hanno attaccato insieme ai fiori sulla tomba mica di marzapane le parole del fango, come i bambini, la spiaggia e i castelli, e tutti i baci con la lingua.

Sono Giuseppe e a forza di rianimare le parole ho finito per meritarmi una storia che non ero io e che mi hanno scritto su misura, senza nemmeno lasciare che seccasse la colla al camposanto. E una favola per seppellire anche la tomba se era possibile nella città delle parole non dette, casetta di marzapane, cavalieri ebeti sotto l’elmo e un mandante con il cognome in odore di santità come quelle belle storie dell’inchino e poi buona notte.

Sono Giuseppe, per gli amici Pippo e ho costruito, nellisola delle parole da non dire, la casa di marzapane più resistente della città."

da “Nomi, cognomi e infami di Giulio Cavalli

ed. Ambiente 2010 - verdenero

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