9 novembre 2011

C’era una volta la mafia che amava giocare, scommettere e vincere

8 nov 2011

C’era una volta Al Capone, che diventò padrone di Chicago e morì ricco e disperato. All’apice della sua scalata raggranellò fino a sessanta milioni di dollari l’anno con le case da gioco, le corse dei cavalli e il gioco dei dadi. Vent’anni dopo la sua morte, il figlio, Al Capone junior, chiese di poter cambiare il proprio nome.
C’era una volta Billy Fox, nero dell’Ohio, che diventò pugile professionista a 17 anni e fu sfruttato dai manager che per un decennio ne orchestrarono vittorie e sconfitte (e relativi guadagni). Quando si ribellò si vide ritirare la licenza da pugile. Lontano dal ring finì povero e pazzo, vagabondando nella Bowery di New York in cerca di elemosina.

C’era una volta il fantino William Buddy, uno dei migliori in America, che si rifiutò di perdere una gara. Dopo la corsa i picchiatori di Cosa nostra lo raggiunsero sotto casa e lo aggreddirono selvaggiamente con manganelli di piombo.
C’era una volta il peso massimo Enrico Bertola, che scrisse al fratello in Italia di essere capitato «in mano a banditi senza pietà, che mi fanno combattere con pugili che hanno amici con la pistola sotto la giacca». Voleva tornare a casa, Bertola, aspettava solo di avere soldi a sufficienza per il biglietto. Invece morì pochi mesi dopo a Buffalo, New York, durante un incontro di boxe con Lee Oma.

C’erano una volta due studenti, giocatori di basket ai tempi dello scandalo che infangò l’intero mondo della pallacanestro delle università americane. Perché non rispettarono i patti con gli scommettitori vennero severamente puniti: il primo fu lasciato a penzolare fuori dalla finestra, all’altro fu fracassata la mano.
C’era una volta Primo Carnera, ex campione mondiale dei massimi, che ritirato dal ring si lasciò intervistare per la televisione italiana. Vendeva liquori, Carnera, a Los Angeles con la moglie, mentre progettava di tornare in Italia. Disse che c’era molta mafia nella boxe e che «avevano la mano pesante, sì, molto pesante». C’era una volta la mafia dei gangster italo-americani a cui piaceva giocare, scommettere e vincere. Che teneva gli sportivi in pugno con violenze e ricatti. Quel mondo, magistralmente raccontato da Lamberto Artioli, è fortunatamente scomparso. Quel che non è scomparso purtroppo è invece la mafia nello sport.
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