24 aprile 2012

DA SUBRANNI A CAGNAZZO - PROFONDO ROS

Antonio Subranni al Processo sulla Trattativa Stato - mafia


di Andrea Cinquegrani 10 aprile 2012

"Farneticazioni", il lapidario commento del capo dello Stato Giorgio Napolitano. «Pure invenzioni», la secca esternazione del super pm antimafia Giancarlo Caselli. Cosi', in quel bollente agosto 2009, vennero liquidate le rivelazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, sulla famigerata “trattativa” Stato-Mafia che in questi giorni torna prepotentemente alla ribalta per trovare finalmente esecutori e mandanti (ancora a volto ben coperto) della strage di via D'Amelio in cui vennero massacrati Paolo Borsellino e la sua scorta.

Pietra tombale (ma autentica excusatio non petita) in quella sceneggiata ferragostana, le parole di Luciano Violante, mente storica anti-Br e antimafia Pci-Pds-Ds-Pd: «non ho accettato di parlare con Ciancimino».
Adesso, dopo quasi tre anni (e a quasi vent'anni dagli eccidi di Capaci e via D'Amelio), fa capolino la speranza di “azzeccarci” una volta per tutte, dopo condanne a vento e la possibilita', ora, di inchiodare qualcuno alle sue responsabilita'. «Ma rischiamo ancora fumo negli occhi e ancora inutili polveroni - c'e' chi osserva in procura a Palermo - perche' giriamo ancora e sempre intorno alla manovalanza, pur se di alto rango, come per i Madonia. Mai a sfiorare il terzo livello, quello dei mandanti a volto coperto, i colletti bianchi sempre impuniti».

Quel livello “istituzionale” sempre denunciato dal fratello di Borsellino, Salvatore, da anni in prima fila nel denunciare coperture, depistaggi, misteri rimasti senza risposta (uno fra tutti, l'agenda rossa sparita nel nulla e la borsa passata per le mani di un fantomatico carabiniere). O dalla moglie del giudice, Agnese, che ha sempre (e quindi da anni) ricordato alcune tra le ultime parole di Paolo, a proposito di un pezzo da novanta della Benemerita: si tratta di Antonio Subranni, a inizio anni ‘90 (quindi ai tempi delle stragi e poi della clamorosa “cattura” di Toto' Riina) al vertice del Ros, etichettato da Borsellino come “punciutu”, ossia “uomo d'onore”, mafioso.


Solo oggi il nome di Subranni esce dalle nebbie del passato e spunta tra le cronache dei media (assonnati finora) e, soprattutto, tra le carte processuali. Nel frattempo, dopo anni al vertice - ma con tanta discrezione - del Ros, e' tranquillamente andato in pensione, senza dimenticare i destini della figlia Danila Subranni(foto), giornalista, responsabile per alcuni anni dell'ufficio stampa di Forza Italia alla Regione Sicilia, quindi portavoce ufficiale di Angelino Alfano al ministero della Giustizia. Possibile mai - sono in molti oggi a domandarsi - la figlia di “u punciutu” tra le ovattate e delicate stanze di via Arenula? Ai tempi di Alfano-Guardasigilli, pero', mai un cenno, mai una voce contro: tutti (mediaticamente e politicamente) allineati e coperti.


COVI E MISTERI
Nel 2009 la Voce scrive di Subranni. A proposito di due vicende: la mancata cattura di Bernardo Provenzano e la cattura riuscita (ma senza la perquisizione del covo, con relativo materiale e documentazione esplosiva, “da far saltare l'Italia”, secondo la collaboratrice di giustizia Giusy Vitale) di Toto' Riina. Sandro Provvisionato ricostruisce per filo e per segno i veri contorni di quest'ultima: una soffiata in piena regola di Provenzano, una vera e propria consegna, altro che mesi di appostamenti e ricerche! E, soprattutto, la ciliegina sulla torta: il mancato controllo del covo, lasciato inspiegabilmente “libero” per ben due settimane, ritrovato poi addirittura ritinteggiato, bagni nuovi, e senza la cassaforte. «La truppa era stanca», secondo alcuni del Ros. «Meglio vedere cosa succedeva», secondo altri. Il successivo processo che vede tra gli imputati il colonnello del Ros Mario Mori e il suo braccio destro Sergio De Caprio (alias il “Capitano Ultimo”) finisce in una bolla di sapone, assoluzione per tutti (anche se le motivazioni pesano come macigni). E chi la fa franca, anche allora, nemmeno sfiorato dai sospetti? Ma il vertice del Ros, Subranni, e il comandante dei Carabinieri per la Sicilia, Domenico Cagnazzo.

Del primo - ricostruisce la Voce a ottobre 2009 - si sanno poche cose. Una carriera costruita nell'ombra. Tranne un “incidente” (ma ovviamente senza conseguenze) di percorso. Quello relativo alle prime indagini sull'omicidio di Peppino Impastato, trovato morto il 9 maggio 1978, lo stesso giorno dell'omicidio di Aldo Moro. E' Subranni - all'epoca maggiore dei carabinieri a Palermo - a scrivere subito in un dettagliato rapporto di «decesso in conseguenza di un attentato terroristico compiuto dallo stesso». Per la serie: Impastato era un bierre o giu' di li', stava per compiere un atto terroristico sulla ferrovia (proprio in contemporanea con la fine di Moro) ed e' morto mentre lo stava preparando. Peccato che in seguito verranno accertate, con tanto di sentenza definitiva, le responsabilita' di Gaetano Badalamenti proprio per l'omicidio Impastato, quindi ucciso due volte: per mano di mafia e mano istituzionale.
Subi' qualche contraccolpo la folgorante carriera di Subranni? Neanche per sogno, tanto da diventare numero uno del Ros a inizio anni ‘90. Quando il clima si fa veramente esplosivo...
E ha subito qualcosa, poi, per la mancata cattura di Provenzano, dopo la minuziosa verbalizzazione del colonnello Michele Riccio, il quale racconto':
«potevo prendere Provenzano in tre occasioni diverse ma non me lo hanno permesso»?
Qualche conseguenza a carico di Subranni, del suo vice Mario Mori e del braccio destro di quest'ultimo, il colonnello Mario Obinu? Niet.
Ma il nome di Domenico Cagnazzo, fa capolino in diverse inchieste della Voce. Non solo mafia, nel suo mirino (per anni comandante dei carabinieri a Palermo, e proprio in quegli anni bollenti), ma anche i business targati camorra. E' di oltre sei anni fa un ampio servizio sull'affaire monnezza, che parte dalle terre di Gomorra (epicentro Casal di Principe) e si snoda per l'Italia, approdando fino ad Arezzo, Villa Wanda, miason del venerabile Licio Gelli. E' un'indagine al calor bianco della procura di Napoli, “Adelhpi” (un primo troncone, poi increbdibilmente abortito, gia' una dozzina d'anni prima aveva cercato di far luce su quegli sporchi e miliardari traffici), a passare ai raggi x protagonisti e interpreti della vicenda: tra palate di milioni e monnezza, fanno capolino alcuni nomi eccellenti, tra cui quello dell'avvocato-riciclatore Cipriano Chianese (longa manus dei Casalesi), di alcune toghe del foro di Santa Maria Capua Vetere (beneficiarie di maxi cadeau) e del generale Cagnazzo. (foto)
«E' altamente probabile - veniva scritto dai pm - che esistesse un rapporto confidenziale tra l'avvocato Chianese e l'ufficiale dei carabinieri Cagnazzo». La Dia di Napoli, negli anni seguenti, sequestrera' uno smisurato patrimonio che fa capo alla famiglia Chianese, tra ville, fabbricati, auto di lusso, yacht disseminato soprattutto tra l'altro casertano e il Basso Lazio, senza ovviamente dimenticare Roma.
A fine febbraio 2012 il nome di Cagnazzo torna alla ribalta. Succede a proposito di un mega affare “turistico” dei casalesi, il Domitia Village con tanto di bene al seguito per oltre 250 milioni di euro. Coinvolti nel maxi riciclaggio camorristi, imprenditori collusi, colletti bianchi e - secondo la fedele ricostruzione di Repubblica - «un insospettabile generale dei carabinieri in pensione, Domenico Cagnazzo». Davvero insospettabile, Cagnazzo, che in questa vicenda - secondo i pm della Dda di Napoli - avrebbe fra l'altro ricoperto lo strategico ruolo di “informatore” circa i movimenti degli inquirenti.
A trarre vantaggio da questa attivita' di intelligence, soprattutto un sindaco colluso, l'ex primo cittadino di Casaluce Antonio Fedele Proto. A quale riservata fonte avrebbe attinto il solerte Cagnazzo? A quella della prefettura di Caserta, controllata da fedelissimi dell'ex sottosegretario ed ex coordinatore pdl per la Campania Nicola Cosentino.

fonte: lavocedellevoci.it
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