3 agosto 2012

Roma: le mafie alla conquista della Capitale



di Giuseppe Bascietto lunedì 30 luglio 2012

Sono tra noi, parlano e passeggiano per le strade, sorridono e vestono bene, ma a differenza nostra comprano, costruiscono, corrompono e trafficano in droga e armi. Sono gli esponenti dei clan mafiosi che dall’inizio degli anni sessanta si sono insediati nel Lazio e a Roma. Qui fanno arrivare tonnellate di cocaina dal Sud America e di hashish dal Nord Africa. Riciclano il denaro sporco attraverso le aste giudiziarie del Monte dei Pegni, dove i gioiellieri vengono estromessi da uomini con pacchi di soldi provenienti dal narcotraffico. Comprano autosaloni ormai allo stremo. Il loro obiettivo? Riciclare quanti più soldi è possibile. Ci si trova di fronte ad un patto tra cosche di camorra ormai trapiantate in pianta stabile nella capitale, famiglie di Cosa Nostra e ‘Ndrangheta e criminalità organizzata capitolina. Qui la mafia riesce a convivere, a differenza delle altre regioni. Qui i clan lavorano per infiltrarsi nella macchina amministrativa e politica. Il copione è sempre lo stesso. Figure imprenditoriali di spicco dell’edilizia e del commercio arrivano nelle città e iniziano a stabilire ottimi rapporti a vari livelli con tutti. Un metodo collaudato che nelle regioni del sud ha già dato i suoi frutti. Appalti pubblici per centinaia di milioni di euro. Con questo metodo le cosche arrivano ovunque e Roma mostra il terreno fertile necessario per tutti i gruppi mafiosi. Roma, insomma, città aperta alle mafie dove ‘Ndrangheta, camorra e Cosa Nostra investono in ogni settore economico. Ma per capire quello che sta succedendo oggi è necessario riavvolgere il nastro della memoria alla fine degli anni cinquanta quando a Palermo tra il 10 e il 14 ottobre del 1957 all'Hotel delle Palme si tiene un incontro convocato per definire accordi e regole per il mercato del traffico della droga, che stava rivelando enormi potenzialità negli Stati Uniti, e per la riorganizzazione delle famiglie dell'isola, colpite dalla crisi d’insediamento sociale provocato dal gigantesco fenomeno migratorio in atto all'epoca nel nostro Paese.

Cosa Nostra cercò di coordinare le attività comuni alle varie famiglie, anche attraverso rappresentanti delle varie cosche, americane e siciliane, in regioni strategiche della Penisola, allo scopo di costruire un’efficace rete di supporto per i loro traffici illeciti e per quello degli stupefacenti in particolare: così Joe Adonis si stabili a Milano, Lucky Luciano a Napoli e Frank Coppola a Pomezia a pochi chilometri da Roma. Frank Coppola quando risiedeva negli Stati Uniti insieme al titolo di braccio destro di Lucky Luciano, si era guadagnato il nome d'arte «tre dita» perchè durante una rapina in banca si era tagliato con un coltello le altre due per liberare la mano incastrata nella cassaforte. Nemmeno un grido, dicono chi lo ha conosciuto. Con la stessa determinazione il gruppo mafioso di Frank s’impossessò di terreni agricoli del litorale, contigui a un insediamento industriale che attraeva per le possibilità di appropriarsi di fondi stanziati dallo Stato. Le occasioni di arricchirsi, nei vari quadranti dell'Agro romano, erano molteplici e in primo luogo derivavano dall'incontro con gli interessi dell'aristocrazia latifondista, che nell'immediato dopoguerra, temendo l'esproprio dei terreni per la paventata riforma agraria, aveva ceduto considerevoli estensioni dell'Agro a cooperative fittizie o a imprese di comodo eterodirette dalla mafia. È il caso di un'operazione realizzata nel 1949 da Coppola con la duchessa Maria Sforza Cesarini Torlonia, per mezzo della cooperativa agricola per azioni "Divin Padre" s.r.L, presieduta dal dottor Antonino Triolo, nativo di Vita, un piccolo centro in provincia di Trapani molto importante nella successiva storia mafiosa e soprattutto nel traffico degli stupefacenti.

Nel corso degli anni Settanta avvenne la trasformazione decisiva ed emerse un soggetto criminale organizzato autoctono. La Capitale scoprì in modo traumatico che vi era una grave crisi della sicurezza pubblica. Da luogo "a bassa intensità" di reati divenne teatro d'azione della malavita francese, della mafia siciliana e calabrese e della Camorra campana. Infatti in soggiorno obbligato arrivano poi uomini della camorra e della ' ndrangheta che cominciano a insediarsi in maniera lenta e graduale nel territorio romano attraverso il trasferimento dalle aeree di origine di intere famiglie. Uno dei quartieri prediletti di alcune famiglie calabresi e camorriste è San Basilio. Qui famiglie come i Morabito vivono da almeno 50 anni. In pratica sono romane a tutti gli effetti. La 'ndrangheta d'altronde manda i suoi figli e gli affiliati a studiare nelle Università capitoline per farli diventare medico, notaio o avvocato. Tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, dopo che i Coppola e i Morabito avevano tracciato la strada, Cosa Nostra manda nella Capitale uno dei suoi uomini migliori, Pippo Calò. A ricostruire l’arrivo di Pippo Calò a Roma ci pensa Tommaso Buscetta, come risulta dagli atti del maxi processo a Cosa Nostra istruito nel 1986 da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che spiega come “nel riassetto complessivo del potere mafioso, al capo riconosciuto dalle cosche insediatesi a Roma, Gaetano Badalamenti per diversi anni residente a Velletri, subentrò il capo di Porta Nuova, Pippo Calò”. È stato lui, dal 1973, il negoziatore di Cosa Nostra con i settori politici della Capitale e con gli ambienti inquinati degli appalti statali. Già nel 1963, quando era il capo della mafia palermitana di Porta Nuova, Calò si era rifugiato da latitante a Roma, dove tornò dieci anni dopo da membro della "Commissione", cioè dopo aver fatto strada fino al vertice mafioso. Da una lussuosa villa sull'Aventino prese a occuparsi di riciclaggio di denaro sporco e d’investimenti edilizi. Per queste operazioni vennero create società ad hoc con il faccendiere Flavio Carboni (più volte inquisito, a partire delle indagini sull'attentato a Roberto Rosone sino all'omicidio di Roberto Calvi) e con Francesco Pazienza. Insomma l’uomo che a Palermo teneva i cordoni della borsa di Cosa Nostra adesso a Roma quel denaro avrebbe dovuto investirlo.

A questo punto tutti i dubbi sulla presenza della mafia a Roma spariscono. Infatti le mafie nella capitale diventano maggiorenni sotto la spinta della cattiva politica, di boss come Pippo Calò e dell’italo-americano Frank "tre dita" Coppola , della famiglia Morabito e grazie a una specializzazione che non ha eguali in Italia: l’usura. Il cravattaro è diventato un criminale adulto e, giacca e valigetta, inizia a fare la spola tra Roma, Piazza Affari a Milano, Reggio Calabria e Palermo o s’imbarca su un volo aereo per il Sud America a trattare il prezzo della droga. E droga, sabbia e calcestruzzo sono le attività della criminalità organizzata che vuole conquistare la capitale che diventa così, terreno di conquista. A Roma, oltretutto, lo spazio c’è e tutti possono avere il loro guadagno attraverso i subappalti, la fornitura di materiali, il noleggio di automezzi e la cessione di parte di lavori pubblici. E anche Ostia e il litorale romano pagano il loro prezzo alla mafia.
Qui le famiglie mafiose fanno a gara per farsi affidare spiagge e lotti. In altre parole si assiste, quasi impotenti, al passaggio di mano di esercizi pubblici, ristoranti e bar attraverso una girandola di prestanomi dove dietro ci sono sempre loro: gli uomini di cosa nostra, gli ‘Ndranghetisti e i Camorristi.
Ma non si fermano solo a quello. oltre agli esercizi commerciali, infatti, iniziano a controllare anche case da gioco clandestine e a gestire le scommesse illegali sul calcio. Dentro tutti allora e senza nessuna limitazione di spazi o di quartieri. Tanto Roma è grande.

Inizia così il massacro della Capitale. In pochi anni viene meno quella tradizione criminale fatta di spavalderia e arroganza che aveva dato vita a criminali di piccolo cabotaggio, abili nel maneggiare il coltello, prepotenti, ma tutto sommato innocui. Con l’avvento degli emissari delle mafie e dei loro business-man il passaggio a una nuova generazione di criminali è totale. Per tutti gli anni Sessanta Roma conosce, come il resto d'Italia, un'escalation di rapine. E tra il 1970 e il 1973 si attiva a Roma un cospicuo traffico di eroina e cocaina ad opera dei banditi di origine marsigliese e del gruppo della 'Ndrangheta reggina di Saverio Mammoliti e di Giuseppe Piromalli. Oltre che di commercio illecito della cocaina, questo gruppo della mafia calabrese risultò, secondo le indagini della polizia, responsabile del rapimento di Paul Getty, membro della dinastia miliardaria americana, avvenuto il 9 luglio del 1973. Alcuni elementi della 'Ndrangheta furono arrestati, e le indagini rivelarono che il sequestro era stato gestito dalla ‘Ndrangheta almeno nella seconda metà dei 158 giorni della detenzione dell'ostaggio, in modo tale da seguirne accuratamente ogni fase.
Il riscatto di un miliardo di lire pagato dalla famiglia del rapito servì ai mafiosi della Piana di Gioia Tauro per conquistare il monopolio degli autotrasporti impegnati nei lavori per la costruzione del porto industriale.
La criminalità residente nell'area romana venne solo limitatamente coinvolta nell'episodio, poiché la cosca preferì strumentalizzare alcuni conterranei del Mammoliti che, ignari dell'intero disegno criminoso, fornirono punti di appoggio e servizi logistici ai sequestratori. In un documento dei carabinieri di Reggio Calabria si legge che numerose banconote dei sequestri Getty, Bulgari e D'Amico, e di quelli Madonia, Mazzotti, Vallino, Malabarba, Perfetti - tutti avvenuti a Roma - «vengono rinvenute in un solo giorno di controllo effettuato dal Sostituto Procuratore della Repubblica di Locri, dottor Alberto Bambara, presso agenzie e uffici postali della Locride il 14-11-1975».

Francesco Silvestri, scrittore e giornalista, su narcomafie scrive che “i carabinieri indicavano, nello stesso rapporto, le basi operative e i luoghi di riunione della mafia calabrese a Roma: il "Bottegone del risparmio", supermercato di alimentari gestito da Antonio D'Agostino; l'abitazione di Francesco Gentile, figlio dell'avvocato Giuseppe, ucciso nel dicembre del '79; il supermercato "Aor" di via Sacchetti, di proprietà di Domenico Papalia, trovato in possesso dei registri contabili del "Bottegone del risparmio"; il bar ristorante Archimede in piazza Euclide, dove Domenico Papalia s’incontra con altri calabresi ed altri esponenti della mafia romana. Dunque alcuni elementi significativi: investimento, attività d'impresa, ricerca di coinvolgimento di calabresi immigrati, conoscenza del territorio della Capitale.” In questo scenario s’inserisce e inizia a operare, dopo la parentesi milanese, il Clan dei Marsigliesi. Una banda di otto uomini che in breve tempo mette sotto scacco la capitale. Gli uomini della banda dei marsigliesi amano la bella vita e i soldi facili. Sono gangster da film, bellocci e violenti. Iniziano con le rapine, una dietro l’altra, e successivamente passano ai sequestri. Quelli più famosi e che fecero scalpore furono il sequestro del gioielliere Giovanni Bulgari e dell’Ingegnere Amedeo Ortolani, figlio del finanziere Umberto. Il 30 marzo del 1976, però, con l’arresto di Albert Bergmaelli e Lucas Bezian, avvenuto a Roma, inizia a tramontare il mito della banda dei marsigliesi.

In breve tempo le inchieste della magistratura li spazzano via, aprendo un vuoto di potere che la banda della Magliana si affretta a colmare. Ma chi sono i componenti di questa banda che da li a breve con esecuzioni all’alba e azioni spettacolari in pieno giorno avrebbe messo a ferro e fuoco la capitale? I soci di questa holding criminale, caratterizzata da un forte tasso d’innovazione, da una rapidissima selezione per meriti e capace di business ad alto valore aggiunto, sono ragazzi giovanissimi che, da un lato, si prendono la strada a colpi di pistola uccidendo chiunque li ostacolasse e dall'altra, mettono tutti e due i piedi nei palazzi del potere. Così quella che era una piccola banda di quartiere diventa la più potente organizzazione criminale che abbia mai operato a Roma. In breve tempo i ragazzi della Magliana si legano a diversi tipi di organizzazioni esterne come Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta che già operavano su Roma. Ma non mancano contatti con esponenti politici, soprattutto di estrema destra, con Licio Gelli e la loggia massonica P2. Addirittura si accostano ai settori della finanza vaticana dello IOR. “E sulle commistioni è emblematica, a riguardo, dice Francesco Silvestri, la storia di Danilo Abbruciati: lo si trova implicato, squadrista della sezione missina del quartiere della Balduina, nelle rapine e nei sequestri di persona compiuti dalla banda dei marsigliesi all'inizio degli anni Settanta; lo si incontra poi in diversi episodi di regolamenti di conti tra i gruppi rivali della delinquenza romana; successivamente la sua "carriera" continua fino ad arrivare alla testa della cosiddetta banda della Magliana, di cui fanno parte i vecchi malavitosi romani dediti al traffico della droga, alle rapine e alle scommesse clandestine e anche alla collaborazione con il terrorismo nero. Abbruciati viene arrestato nei primi mesi del 1981, quando la polizia scopre negli scantinati del Ministero della Sanità all’Eur un arsenale che serviva sia alla banda della Magliana che ai gruppi neofascisti dei Nar e Terza Posizione. Abbruciati muore nel 1982, ucciso da una guardia giurata mentre stava attentando alla vita del vicepresidente del Banco Ambrosiano Roberto Rosone. Nella vicenda c'è un particolare inquietante. Per raggiungere Milano e preparare l'attentato a Rosone, Abbruciati aveva potuto lasciare il carcere pochi giorni prima, grazie a una libertà provvisoria concessagli molto benevolmente”.

La Banda della Magliana, a differenza di altri nuclei criminali organizzati, come la Camorra o Cosa Nostra, non presenta un’organizzazione piramidale, non ha un solo capo, ma diversi, divisi in gruppi, che spesso lavorano anche singolarmente e senza la necessità che gli altri lo sappiano. Insomma i ragazzi della magliana sono cresciuti e se prima i vecchi esponenti della malavita romana avevano chiaro in mente i confini della loro attività e li rispettavano, loro non volevano saperne e l’unico limite che si erano fissati era quello di conquistare Roma senza nessuna limitazione di spazio. Quella della banda della Magliana, però, è una stagione breve. La parabola si conclude con l’arresto dei membri della banda o, almeno con quel che ne restava. Ma la parola fine per la banda della Magliana arriva il 2 febbraio 1990 quando, il capo storico della banda, Enrico De Pedis, viene freddato in pieno giorno in via del pellegrino tra la folla del mercato a Campo dei Fiori. Repressa l’ala militare rimane in piedi il modello del comparto finanziario basato sul riciclaggio di denaro e sull’accumulazione di capitale. Un modello che, nonostante tutto, funziona ancora oggi. Dopo la fine della banda della Magliana Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra sono partiti alla conquista definitiva della Capitale. Così dall’inizio degli anni novanta Roma viene suddivisa in zone d’influenza tra le tre organizzazioni principali. E la 'ndrangheta ovviamente ha il maggior numero di quartieri sotto il suo controllo. Le zone divise per sfera d’influenza sono cinque. Si parte con il quartiere Flaminio controllato dalle 'ndrine dei Morabito, Bruzzaniti, Palamara, di Africo Nuovo, in provincia di Reggio Calabria. Secondo la Dia, a capo della presunta filiale romana del can di Africo, vera potenza nel panorama 'ndranghetistico, sarebbe Domenico Antonio Bruzzaniti. Poi San Basilio controllata dalla 'ndrina Sergi-Marando e Tor Bella Monaca controllata dalla 'ndrina Alvaro che collabora con la criminalità locale dei Casamonica. A Ciampino c'è la camorra con il Clan Senese e ad Ostia ci sono Camorra e Cosa Nostra in collaborazione con esponenti della ex Banda Della Magliana e con il clan Fasciani. Quest'ultimo è specializzato nello strozzinaggio e nello spaccio di sostanze stupefacenti. Fasciani riesce a mettere in piedi un’organizzazione feroce e sanguinaria che, come emerge dai processi a suo carico passati in giudicato, a chi non riusciva a mantenere gli impegni faceva scattare prima gli incendi di automobili e negozi e poi pestaggi violentissimi. Dell'usura Fasciani ne aveva fatto una disciplina scientifica. Al centro della rete una finanziaria con sede a Ostia, regolarmente registrata, intestata alla moglie, che erogava prestiti. Il gruppo avrebbe imposto tassi di usura del 120 per cento l’anno. E se l’imprenditore non pagava una rata la società finanziaria s’impadroniva di una quota della società o di un bene immobile. E tutto continuava fino a quando l’imprenditore non diventava una vera testa di legno dell’organizzazione criminale che, a questo punto, investiva il proprio capitale guadagnato illecitamente, in un’attività perfettamente legale.

Da questi segnali s’intuisce come l'usura, vera piaga nascosta di Roma, stia diventando sempre più appannaggio dei clan mafiosi. Questi ultimi, con la loro grande disponibilità di denaro liquido, riuscirebbero a mettere fuori gioco i vecchi "cravattari" di quartiere e a concentrare e industrializzare quello che prima avveniva in modo caotico e diffuso sul territorio. Un esempio che ha fatto scuola nelle varie bande criminali presenti a Roma, soprattutto tra i Casamonica e i Di Silvio. Due famiglie che abitano nella Capitale sin dagli anni settanta e che, con il passare degli anni, dopo la disgregazione della banda della Magliana, secondo la Direzione Investigativa Antimafia, sono diventati la struttura criminale più potente e radicata del Lazio, con un patrimonio stimato di oltre 90 milioni di euro. Patrimonio che deriva da settori commerciali ed economici, tra cui edilizia e immobiliare, gestione di ristorazioni e stabilimenti balneari, investimento di capitale in società e in gran parte da attività illecite come l’usura, il traffico di droga a Roma e nel Lazio, e in Germania, Spagna e Paesi Bassi. Ma la pericolosità dei Casamonica e dei Di Silvio è nota, soprattutto, per la vicinanza ad alcuni clan della ‘Ndrangheta, come il Clan Piromalli o Alvaro, per il riciclaggio di denaro sporco.

Altra attività che gli permette di avere denaro sempre a disposizione per qualsiasi affare. Con il loro esercito di ragazzi, inoltre, controllano il territorio di Roma in maniera capillare, avendo come base una serie di quartieri popolosi e periferici come la Romanina, Anagnina, il Tuscolano e giù fino alla zona dei castelli romani. Una banda radicata sul territorio, che non ha, però, la struttura verticistica e la capacità di affiliazione delle organizzazioni criminali mafiose. Si tratta di ragazzi che agiscono in totale autonomia che hanno come punto di riferimento gli anziani del Clan. Per il resto chiunque può far parte del Clan. L’importante è che sappia utilizzare le armi o le mani. In altre parole, come scrive il Giudice per Indagini Preliminari che ha convalidato gli arresti di 39 componenti del clan nel Gennaio 2012, "si tratta di un gruppo delinquenziale che ha una spiccata territorialità perché ha acquisito il controllo d’intere strade pubbliche trasformate in una sorta di enclaves all'interno delle quali il controllo della polizia giudiziaria risulta sostanzialmente impossibile". Roma come Africo o Napoli o Palermo verrebbe da dire. Ma a Roma, secondo alcuni e nonostante i morti ammazzati, i regolamenti di conti, gli inseguimenti per le vie della capitale, le sparatorie e gli agguati in pieno giorno, la mafia non esiste. È solo un modo per gettare fango sulla Capitale. Si dicevano le stesse cose nella Sicilia degli anni ottanta quando i viddani di Totò Riina e Bernardo Provenzano assaltarono Palermo e in tre anni, tra il 1979 e il 1982, lasciarono sul terreno oltre mille morti ammazzati e decapitorono i vertici delle Istituzioni. Forse il paragone è azzardato ma rende l’idea.

fonte: accadeinitalia.it
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