17 febbraio 2013

Il giudice candidato diventa sospetto




di Bruno Tinti 15 febbraio 2013 Il Fatto Quotidiano

Chi si candida in politica deve ottenere consenso che è prodotto da macchine complesse: in realtà non è il candidato a ottenerlo, ma la macchina del partito. Sicchè le possibilità per le persone per bene di porsi al servizio dello Stato senza farsi condizionare dal sistema sono inesistenti. 

Di conseguenza la politica è priva di soluzioni di ricambio: domina chi la fa per mestiere, traendone vantaggi personali e adempiendo alle promesse (magari illecite) fatte per farsi eleggere. 

Ecco perchè è bene che si candidino persone che hanno acquisito stima e fiducia per il loro lavoro. In questi casi il consenso non è frutto di pubblicità o di promesse di natura corruttiva ma delle qualità dimostrate. E infatti i partiti vanno a caccia di persone "indipendenti", da sventolare come bandiere: che ci si dimentichi dell’apparato e del cattivo odore che emana. 

Ma se l’”indipendente” è un magistrato cambia tutto. Non si ragiona, si sospetta. Non si accerta, si sa. Il giudice non ha esercitato in maniera efficiente e imparziale la sua professione; l’ha strumentalizzata; peggio, ha sfruttato la notorietà acquisita con il suo lavoro per continuare la lotta contro il partito avversario. 

Se poi si candida in maniera autonoma, se crea un suo partito, diventa un demone: vogliamo forse il partito dei giudici? Ovviamente sono stupidaggini. Di un qualsiasi professionista che si sia fatto conoscere per la sua competenza nessuno penserebbe che, per anni, ha solo cercato di “sfondare” in politica. Se avesse denunciato, nel corso della sua attività lavorativa, inefficienze e illegalità e avesse tentato di superarle e eliminarle, nessuno penserebbe che il proseguire questi tentativi come uomo politico sia inopportuno. 

Se invece tutto ciò lo fa un magistrato diventa uno scandalo. Eppure. Non sarebbe bene che i codici fossero riformati da chi, per anni, ha combattuto contro le loro inefficienze? E lo stesso si può dire della legislazione antimafia, dell’edilizia carceraria, dell’informatica giudiziaria. 

In verità tutto questo nessuno lo contesta. L’opposizione è viscerale: il giudice non può partecipare alla lotta politica. Quando si dovrebbe semplicemente pretendere che il magistrato che vuole fare il politico si dimetta al momento della candidatura. Il che risolverebbe anche il problema dell’inopportunità del ritorno del giudice nel mondo giudiziario, quando le sue idee politiche (a questo punto evidenti) potrebbero aumentare il timore di una diminuita imparzialità. 

Ma l’ostilità al giudice che entra in politica ha una motivazione più profonda. I magistrati portano con sè caratteristiche che gli altri politici non hanno e con cui trovano difficile confrontarsi: il rispetto della legalità che, in un mondo fondato sul malaffare, basta per volerli lontani; e l’abitudine all’imparzialità, il rifiuto al pregiudizio. È questo che mette in difficoltà la politica, l’abbandono delle logiche di fazione, degli accordi sotto banco, delle alleanze strumentali. Ed è per questo che non solo i giudici, ma tutti i cittadini competenti e onesti dovrebbero tornare a occuparsi di politica. Forse sta già avvenendo.
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