6 giugno 2013

Una mafia lava l'altra

Giovanni Pellegrino


di Marco Travaglio - 6 giugno 2013 

È incredibile l’ingenuità, mista a malafede, con cui si continua a raccontare che bastava un cenno del capo di Beppe Grillo per far nascere un “governo del cambiamento” Pd-5Stelle. Chi continua a sostenerlo, a dispetto dei fatti e dei santi, ignora o finge di ignorare il grumo di poteri che, dinanzi a una prospettiva del genere – quella che un pizzino mafioso descriveva efficacemente come “il governo dei froci e dei comici” –, casomai fosse davvero esistita, sarebbe stato disposto a sparare pur di evitarla. La verità vera, com’è evidente a chi non abbia gli occhi foderati di prosciutto dai tempi della Bicamerale, della caduta del primo governo Prodi, delle non-leggi sul conflitto d’interessi, dei voti per l’eleggibilità dell’Ineleggibile, del caso Telecom, dei furbetti rosso-azzurri, dell’indulto 2006, del bordello bipartisan di Gianpi Tarantini, dell’Ilva e del Montepaschi, dell’eterno inciucio alla Rai, giù giù fino al governo Monti, alla trombatura di Prodi, alla rielezione di Napolitano e al Governo Nipote, è che da almeno vent’anni la cosiddetta destra e la presunta sinistra cogestiscono il potere d’amore e d’accordo, espellendo come corpi estranei i disturbatori dell’inciucio permanente (Prodi, i girotondi, i movimenti referendari, Cofferati, Di Pietro, Ingroia, ora possibilmente M5S). Gustavo Zagrebelsky, intervistato da Aldo Cazzullo sul Corriere a proposito del presidenzialismo, cioè dell’ultima calata di brache del Pd al signore e padrone d’Italia dal quale sogna segretamente (ma nemmeno più tanto) di essere posseduto, parla di “sindrome di Stoccolma”. Troppo buono, professore. La sindrome di Stoccolma, come tutte le patologie, non è colpa di chi ne soffre. Questi calabrache sanno perfettamente quello che fanno. 

Una delle radici malsane dell’inciucio è la trattativa Stato-mafia, pietra fondante della Seconda Repubblica, che ora vede imputati insieme ai boss uomini di centrodestra (Dell’Utri), di centro (Mannino) e di centrosinistra (Mancino e Conso, per falsa testimonianza). Anche la sfilata dei testimoni, da Napolitano a Violante in giù, è l’emblema del trasversalismo. Ecco: che quel processo non s’abbia da fare lo scrivono il Foglio, Libero, il Giornale, e anche l’Unità. Qualche ingenuo domanderà: ma come, anche l’organo ufficiale del Pd? Ma certo. Nel giro di una settimana ha fatto commentare il processo appena iniziato da Pino Arlacchi e da Giovanni Pellegrino

Pino Arlacchi
Arlacchi è riuscito a scrivere, restando serio, che la trattativa “non c’è mai stata” anche se la chiamano così quelli che l’hanno fatta (i mafiosi e gli ufficiali del Ros Mori e De Donno). Sì, è vero, i Ros erano di casa chez Ciancimino, ma quello è “un episodio minore”, semplici “contatti privi di copertura politica (ci mancherebbe, ndr) tra alcuni carabinieri spregiudicati e alcuni confidenti mafiosi”, di cui peraltro “eravamo al corrente”. Eravamo chi? Mistero, anche perché Arlacchi e gli altri fantomatici “noi” si guardarono bene dal denunciare. Pellegrino, già senatore Ds, dalemiano di ferro, già presidente di quel salotto di giallisti che era diventata la commissione Stragi, recensisce amorevolmente un “saggio” del professor Fiandaca pubblicato sul Foglio col titolo “Il processo sulla trattativa è una boiata pazzesca”, per dire che l’accusa dei pm ai 10 imputati, già passata al vaglio del gip che li ha rinviati tutti a giudizio, è “al limite estremo della verosimiglianza”. Perché? Perché dice lui: “è difficile credere che vertici mafiosi, ufficiali dei carabinieri e politici di primo piano abbiano operato insieme per imporre al governo una trattativa volta all’attenuazione del contrasto legale” alla mafia. 

Insomma, se i carabinieri incontrano Ciancimino che parla con Riina che manda un papello che anticipa profeticamente una dozzina di leggi anti-antimafia; se Borsellino scopre tutto ciò e muore subito ammazzato, mentre uomini dello Stato fanno sparire la sua agenda rossa e svuotano i cassetti del suo ufficio; se gli stessi militari arrestano Riina ma non perquisiscono il covo lasciandolo svuotare dai mafiosi; se il governo toglie il 41-bis a 343 detenuti fra cui molti mafiosi; se i Ros non arrestano Provenzano nemmeno quando un confidente li porta al suo nascondiglio; ecco, se tutto ciò avviene è per pura coincidenza. E lo scandalo non è lo Stato che cede alla mafia, ma i pm che pretendono di “processare la politica governativa di allora”, con “scarso rispetto del principio costituzionale della divisione dei poteri”. Ecco cos’è il processo sulla trattativa: l’ennesimo “conflitto tra politica e giustizia che nuoce all’ordinato svolgersi della vita democratica”. Come nel '92, con Mani Pulite, “una parte non piccola della magistratura fu spinta ad avocare a sé l’egemonia rispetto al potere politico” con l’irrisorio pretesto che i politici rubavano, così ora i pm di Palermo “aprono una nuova fase nel conflitto tra giustizia e politica” con la trascurabile scusa che i politici mafiavano. 

A questo punto chi avesse perso il filo potrebbe domandare: ma queste cose le dice Berlusconi o uno dei suoi giannizzeri su uno degli house organ della ditta? No, le scrive su l’Unità il Pd Pellegrino. Che non è un omonimo dell’avvocato che nel 2006 difese Previti alla giunta della Camera, sostenendo che doveva restare deputato nonostante la condanna definitiva a 6 anni per corruzione giudiziaria con interdizione perpetua dai pubblici uffici. È proprio lui. [fonte link]
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