16 giugno 2014

Attilio Manca, il "suicidio sinistro" di un mancino

di Saverio Lodato - 15 giugno 2014

Uno guarda le foto dell’urologo Attilio Manca, che ormai giace cadavere nel suo letto, devastato in volto e sanguinante, e si chiede perché mai un tossicodipendente mancino dovrebbe preferire il suo braccio sinistro per iniettarsi il micidiale mix di eroina e sedativi che di lì a poco causerà la sua morte (Correva la notte fra l’11 e il 12 febbraio 2004). 
Uno guarda le foto di Manca e si chiede perché mai presenta il setto nasale spezzato (gli avvocati dicono: "deviato"), come se si fosse ripetutamente accanito contro lo spigolo del comodino prima di "bucarsi".
Uno legge il libro del collega Luciano Mirone, un "Suicidio di mafia" (editore Castelvecchi), che martedi pomeriggio sarà presentato a Palermo in Municipio, e comincia a farsi un’idea di quanto è accaduto. 
Si apprende così, da non addetti ai lavori che ancora non lo sapevano, che l’urologo Attilio Manca, originario di Barcellona Pozzo di Gotto, curò e operò Bernardo Provenzano, in una clinica di Marsiglia, mentre il boss latitante, e sedicente "Gaspare Troia" grazie a una falsa carta d’identità rilasciata per "mano di mafia" dal Municipio di Villabate, era costretto a ricorrere a cure mediche clandestine per i suoi problemi alla prostata. E questo, verrebbe da dire, sino a prova contraria.

Si apprende, dal libro di Mirone, che Gino, il padre; Angelina, la madre; Gianluca, il fratello di Attilio Manca, non hanno mai creduto alla tesi del "suicidio" e che da anni pretendono verità e giustizia affermando che le cause autentiche della morte del congiunto sono avvolte da un indicibile "segreto di Stato". 
Si apprende, altresì, che proprio loro, i familiari, misero a disposizione della Procura di Viterbo (è in quel territorio che si verificò la morte di Attilio Manca) - dove si sta celebrando un processo "anni sessanta", quanto a lentezza, cavilli burocratici, notifiche sbagliate, depistaggi non svelati, con persino l’unica imputata, che avendo avuto la geniale idea di eleggere domicilio presso lo studio di un avvocato morto, per il momento è riuscita a bloccar tutto - una gran messe di informazioni sugli ultimi giorni di vita di Attilio Manca, sui suoi spostamenti, le sue paure, le sue confidenze a persone che gli erano vicine. E si apprende, altresì, che tutto questo fin’ora non è servito a nulla. 

Si apprende, infine, che il pubblico ministero Michele Prestipino, che all’epoca ebbe magna pars nelle indagini sul caso, ascoltato in proposito dalla commissione antimafia ha rilasciato le dichiarazioni che seguono: "Quella vicenda (l’operazione di Provenzano a Marsiglia n.d.r.) è stata ricostruita, passatemi il termine, minuto per minuto, e tutti i soggetti coinvolti che hanno commesso reati sono stati condannati con sentenza passata in giudicato grazie alle intercettazioni, alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e agli atti acquisiti con una rogatoria presso l’Autorità giudiziaria di Marsiglia, alla quale ho personalmente partecipato." 
E ancora: "Di tutti questi fatti, della partenza, proprio con orario e data, al ritorno, con orario e data, e riconsegna delle valigie di Provenzano, non c’è mai stata traccia di Attilio Manca". Insomma: tutto fu a norma di legge, nessun particolare tralasciato, persino "le valigie di Provenzano".  

Attilio Manca allora - e ci pare l’unica conclusione possibile -, si "suicidò" con le carte a posto, con i timbri al posto giusto, con le date in regola. Si suicidò con mano sinistra sul braccio sinistro dopo essersi spaccato il naso? 
Solo i "suicidi" sono imperfetti. Gli "omicidi", di solito, sono "capolavori burocratici". 
Secondo voi, la morte di Attilio Manca, in quale dei due "casi di scuola" va annoverata?


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