25 luglio 2014

Barcellona Pozzo di Gotto (ME): Si scava in un nuovo cimitero di mafia tra Terme Vigliatore, Rodì Milici, San Filippo del Mela e Milazzo



25/07/2014 
Si è pentito il boss D’Amico il 43enne capo dell’ala militare di Cosa nostra del Longano. 
Il boss Carmelo D'Amico
Dopo le prime rivelazioni avviata una nuova campagna di scavi per gli altri cimiteri di mafia Per capire la portata e la valenza della notizia è come se a Palermo si pentisse Totò Riina. Perché il boss 43enne Carmelo D’Amico, che da qualche settimana sta riempiendo in gran segreto parecchi verbali davanti ai magistrati della Dda di Messina, è stato il capo dell’ala militare di Cosa nostra barcellonese per molti anni, nonché il “titolare” degli interessi economici della famiglia mafiosa per la zona di Milazzo. E un intero territorio “trema”. Basti pensare, è storia processuale, che quando tempo addietro chiese più “spazio” minacciando una guerra se non l’avessero accontentato, i capi storici con in testa Giovanni Rao si consultarono e decisero di accogliere le sue richieste, perché si resero conto che era diventato troppo potente sulle strade della mafia tirrenica che faceva affari con le estorsioni, la droga e gli appalti pubblici.

D’Amico non è certo un uomo di secondo piano nella geografia mafiosa tirrenica, conosce anche tutto del “terzo livello”, degli accordi con i politici corrotti, delle tangenti, delle rotte della droga. Il suo clamoroso pentimento che ieri è diventato “visibile” con la nuova campagna di scavi per trovare i morti ammazzati sin dagli anni ’90 nei torrenti tirrenici e poi gli arsenali di Cosa nostra tra Barcellona, Terme Vigliatore, Rodì Milici e San Filippo del Mela, ha una portata veramente fondamentale per ricostruire ancora meglio la storia dei Barcellonesi dopo le recenti operazioni “Gotha”, e costituirà senza dubbio per il futuro una fonte inesauribile di informazioni per magistrati e investigatori. 
gazzettadelsud

Barcellona: Condannato a 16 anni ed 8 mesi Filippo Barresi 
25 luglio 2014
Il boss Filippo Barresi
Sono 16 anni ed 8 mesi di condanna nei confronti del barcellonese Filippo Barresi nel processo con rito abbreviato tenutosi oggi a Barcellona pg. Barresi, arrestato nel gennaio 2013 dalla Polizia di Barcellona doveva rispondere del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Parziale confisca anche dei beni e un risarcimento del danno alle parti civile di 30 mila per l’associazione Ance e di 50 mila per i comuni di Barcellona Pozzo di Gotto, Falcone, Mazzarà Sant' Andrea e Montalbano Elicona. Si nascondeva a Milazzo

L'OPERAZIONE ANTIMAFIA 'POZZO' DEL 1 FEBBRAIO 2009: 'MELO' MAZZA, IL LATITANTE CON IL FERRARI IN GARAGE 

Decapitato il braccio operativo della famiglia mafiosa di Barcellona, con le sue articolazioni territoriali dei "Mazzarroti" e dei "Batanesi". Nell'inchiesta complessivamente figurano 90 indagati con ipotesi di accusa di associazione mafiosa, estorsioni, usura, danneggiamenti, traffico di sostanze stupefacenti e contraffazione e spaccio di monete false. Un capitolo particolare riguarda gli intrecci tra politica e mafia che vedono indagati con l'ipotesi di concorso in associazione mafiosa, l'ex sindaco di Santa Lucia del Mela Santo Pandolfo, assieme a funzionari dello stesso Comune. Gli arrestati che dovranno comparire da domani dinanzi al Gip Micali sono: Carmelo D'Amico 38 anni, considerato il capo del braccio operativo della mala barcellonese; i barcellonesi Antonino Bellinvia 54 anni, Mariano Foti 39 anni, Salvatore Micale 34 anni, Antonino Calderone 33 anni, Leonardo Arcidiacono 39 anni di Catania e residente in contrada Bazia di Furnari; Gaetano Chiofalo 35 anni, di Gala di Barcellona; Santo Gullo 45 anni, di Falcone; Francesco Ignazzitto 50 anni, Ottavio Imbesi 38 anni, entrambi di Barcellona e Salvatore Puglisi 54 anni, originario di Fondachelli Fantina. Sarà invece interrogato per rogatoria nel carcere di Opera, il presunto capo dell'ala secessionista dei "Mazzarroti" Tindaro Calabrese, 35 anni, di Novara di Sicilia e abitante a Mazzarrà, al quale di recente è stato applicato il 41 bis, il cosiddetto carcere duro.

Resta ancora latitante la tredicesima persona destinataria di ordinanza di custodia cautelare in carcere, il barcellonese Carmelo "Melo" Mazza, 30 anni. I carabinieri del Ros, nel corso di una perquisizione domiciliare, gli hanno trovato in garage una Ferrari da trecentomila euro. Il Gip, su richiesta del magistrato inquirente, il sostituto della Dda Giuseppe Verzera, ha vietato agli indagati i colloqui con i difensori fino all'interrogatorio. Nella difesa sono impegnati gli avv. Giuseppe Lo Presti, Tommaso Calderone, Bernardo Garofalo, Massimo Alosi e Diego Busacca. Nell'inchiesta, anche se non sono stati creduti fino in fondo per mancanza dei necessari riscontri, hanno avuto un ruolo determinante due collaboratori di giustizia: Emanuele Merenda di Sant'Angelo di Brolo, che teneva i rapporti coi barcellonesi per conto dei "Batanesi" dei Bontempo Scavo di Tortorici e l'immigrato polacco Ariel Mroczkowski, condannato per l'omicidio di un connazionale avvenuto a Barcellona. I due collaboratori hanno raccontato di aver partecipato a determinate azioni estorsive a Milazzo, Patti e fino a Sant'Angelo di Brolo e come tali hanno riferito particolari inediti dell'attività di taglieggiamento operata dalle cosche. Un lungo elenco. L'inchiesta dei Ros svela che la cosca dei Barcellonesi, ad esempio, avrebbe preteso nel febbraio del 2007 il "pizzo" da Salvatore Palmeri, amministratore unico della ditta "Nautica Ps group Italia" di Patti, pretendendo una somma a titolo di "protezione".

A Milazzo nel corso del 2005, Carmelo Vito Foti avrebbe costretto Antonio Di Salvo, titolare di una carrozzeria, a corrispondere somme di denaro non quantificate a titolo di "protezione". Sempre a Milazzo Carmelo D'Amico, assieme a Nino Calderone detto Caiella e Filippo Salmeri, nel febbraio del 2004 avrebbero costretto (mediante il furto all'interno dell'esercizio commerciale gestito dalle vittime) Matteo e Santo De Gaetano, gestori di un ristorante bar a Capo Milazzo, a corrispondere somme di denaro per la "protezione". Sempre Carmelo Vito Foti, con la complicità del polacco pentito, nell'estate del 2002 avrebbe costretto, commissionando un furto nel locale, Filippo Benenati di Barcellona, gestore dei bar "Havana" e "Philcafè" di Milazzo, a corrispondere somme di denaro per ottenere la "protezione".

Carmelo D'Amico e Nino Calderone, appena un anno fa, si sarebbero occupati di una estorsione più consistente, costringendo Giuseppe Signorino, titolare dell'omonima azienda di lavorazione di legnami di Barcellona, a corrispondere per un deposito di legnami a Milazzo la somma di 5 mila euro. Sempre gli stessi indagati, assieme al fruttivendolo Mariano Foti e con la complicità del pentito Emanuele Merenda, nel 2003 avrebbero costretto il commerciante all'ingrosso di frutta Carmelo Maggio, amministratore della "Oreto srl" di Barcellona, a corrispondere mensilmente la somma di 5 mila euro a titolo di "protezione". Lo stesso gruppo avrebbe preteso dal gestore della rivendita decentrata di Torrenova della stessa ditta a corrispondere ogni bimestre la somma di 5 mila euro.

I taglieggiamenti non risparmiavano nessuno. Tindaro Calabrese e Carmelo D'Amico tra il 2007 e il 2008 avrebbero preteso soldi, 2 mila euro, dal proprietario di un fabbricato in costruzione nel comune di Furnari, che sarebbe stato finanziato con il provento delle truffe perpetrate nell'ambito delle agevolazioni concesse per il bracciantato agricolo. Messa in evidenza anche una presunta estorsione orchestrata da Carmelo D'Amico, assieme a Vincenzo Bontempo Scavo nei confronti di un imprenditore di Terme Vigliatore, Salvatore Sottile, amministratore della ditta "Arcobaleno 2300", chiamato a corrispondere la somma di 2.500 euro per la cosiddetta "messa a posto" relativa ai lavori di realizzazione della rete fognaria di Sant'Angelo di Brolo. Per gli stessi lavori di Sant'Angelo di Brolo Santo Gullo di Falcone e Nino Calderone di Barcellona, lo scorso anno, avrebbero costretto Antonina Alessandro, amministratore unico della "Alessandro Conglomerati" a corrispondere la somma di 3.500 euro quale tangente sulle forniture effettuate nel corso dei lavori. L'inchiesta svela, ancora, che tra il 2007 e il 2008 Tindaro Calabrese avrebbe costretto, mediante violenza fisica, Giuseppe Versaci, presidente del Cda della ditta "Inco" SpA di Torrenova, a recedere dalla giusta pretesa di pagamento di una voluminosa quantità di inerti precedentemente prelevata dallo stesso indagato. E l'elenco continua, col capitolo "recupero crediti". Carmelo Giambò e Ottavio Imbesi, con uso di violenze e minacce, avrebbero costretto Rosario Miano, socio della "Erre Erre Arredamenti" a saldare un presunto debito con due calabresi, resposabili della ditta "Nava" di Melicucco.
Leonardo Orlando - GazzettadelSud
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