8 gennaio 2015

Mafia. Pizzo sui lavori ferroviari e autostradali in provincia di Messina. Il boss pentito Carmelo D'Amico: “ quei soldi chiesti per gli orfanelli”.

Leonardo Orlando 07/01/2015

BarcellonaPG (ME) 
Sem Di Salvo quando imponeva a nome del clan dei “Barcellonesi” il pagamento di estorsioni per i lavori della ricostruzione della galleria ferroviaria di Valdina e di messa in sicurezza del tunnel autostradale di contrada Scianina ubicata a monte dello stesso Comune, amava usare come espressione – così racconta il collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico“ che quei soldi venivano chiesti per gli orfanelli”. “Dicevamo – aggiunge D’Amico – che chiedevamo i soldi per “gli orfanelli”. Questa è una espressione tipica usata da Sem Di Salvo”. 

Quell’estorsione tuttavia non andò a buon fine perché una impresa che faceva parte del cartello costituito dalla mafia non si attenne ai patti. Infatti, così come racconta il nuovo pentito i cui primi verbali diventeranno di dominio pubblico nell’udienza d’appello del processo scaturito dall’operazione antimafia “Gotha III”, si tenne una riunione tra le imprese sottoposte al controllo della mafia che si svolse presso gli uffici della Cogeca a Terme Vigliatore. 

Alla riunione – come rivela D’Amico – “oltre alla Cogeca, anche Venuto Giacomo, titolare della “Mediterranea costruzioni”; Venuto Antonino, detto “figli femmine”, titolare di una sua ditta e Venuto Pietro, detto “ù chef””, titolare della Venumer. 

A quella riunione parteciparono anche il catanese Castro Alfio Giuseppe ed Isgrò Giuseppe, detto “ù ragiuneri”. Durante quella riunione Isgrò (che rappresentava Giovanni Rao ndr) e Bisognano fissarono le quote di materiale inerte che ciascuna di quelle imprese avrebbe dovuto fornire rispetto al milione di metri cubi che necessitavano. In pratica, Isgrò e Bisognano stabilirono quanti metri cubi di materiale dovessero consegnare rispettivamente la Cogeca, la Mediterranea costruzioni, la Venumer e l’impresa di Veuto Antonino. Sempre nel corso di quella riunione si stabilì che ognuna di queste imprese avrebbe dovuto praticare alla ditta di Catania (che si era aggiudicata l’appalto ndr) lo stesso prezzo fissato in 8 euro a metro cubo. Sempre nel corso di quella riunione si stabilì che ognuna di quelle imprese doveva consegnare all’organizzazione a titolo di estorsione un euro a metro cubo”, così come fu definito dal boss Salvatore “Sem” Di Salvo l’obolo per gli “orfanelli”. 

Termine questo che poi adottarono tutti gli appartenenti all’organizzazione mafiosa denominata dei “Barcellonesi”. Tuttavia quell’accordo estorsivo non andò a buon fine. E lo spiega lo stesso pentito che racconta ai sostituti della Dda Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio che lo hanno ascoltato lo scorso 5 dicembre nel carcere catanese di Bicocca. Infatti “Venuto Giacomo, titolare della Mediterranea costruzioni poco tempo dopo strinse un accordo con la ditta di Catania nel senso che avrebbe fornito da solo l’intero quantitativo necessario, ossia un milione di metri cubi di inerti al prezzo più basso di 5 – 6 euro al metro cubo rispetto agli 8 al metro cubo inizialmente concordati nel corso di quella riunione; in pratica, la ditta di Catania in questo modo risparmiava due milioni di euro circa. In tal modo vennero di fatto estromesse da quella fornitura di materiale inerte tutte le altre ditte che avevano partecipato alla riunione che si tenne negli uffici della Cogeca. 

Calabrese Tindaro (luogotenente di Carmelo Bisognano e successivamente dopo l’uccisione di Antonino Rottino avvenuta a Mazzarrà(ME) nell’agosto del 2006 capo dell’ala secessionista dei Mazzarroti ndr) – racconta il pentito – venne a conoscenza di questa circostanza e me lo comunicò; in pratica, il Calabrese mi disse – specifica D’Amico – che Venuto Giacomo in quel modo non aveva rispettato i patti, così facendoci perdere un milione di euro. Calabrese Tindaro mi disse che sarebbe andato da Venuto Giacomo ed avrebbe chiesto a lui di pagare un milione di euro a titolo di estorsione su tutto il materiale che sarebbe uscito dalla sua cava; Si trattava di una cifra “esagerata”, per punire il Venuto per il fatto che non aveva mantenuto i patti. 

Specifico che Calabrese Tindaro in quel periodo aveva preso il posto di Bisognano Carmelo, che nel frattempo era stato arrestato per l’operazione Icaro”. Calabrese infattiRao Giovanni della risposta negativa del Venuto ed io e Rao gli demmo lo star bene affinché costui bruciasse i mezzi di Venuto Giacomo per ritorsione. 
– come racconta il pentito – “si recò da Venuto Giacomo e gli avanzò quella richiesta che costui non accettò. Calabrese informò me e

In effetti Tindaro Calabrese, una notte (del 2005), si recò insieme a Trifirò Carmelo e Trifirò Maurizio nello spiazzale di Merì(ME) dove il Venuto custodiva i suoi mezzi e diede fuoco a diversi di essi causandogli un danno di circa due milioni di euro. 

Costui però decise di rivolgersi a dei padroncini fra cui Impalà Giuseppe di Olivarella ed un tale Mendolia, affinché costoro trasportassero il materiale prelevato dalla sua cava e lo portassero presso la galleria Scianina. In pratica, il Venuto non si era ancora rassegnato a non effettuare più la fornitura di quel milione di metri cubi di materiale presso la galleria Scianina. Decidemmo – rivela il pentito – qui padroncini ed arrivammo a minacciarli anche con la pistola pur di impedirgli di effettuare quei viaggi per conto di Venuto Giacomo. Soltanto Impalà Giuseppe non venne minacciato con la pistola ma venne comunque da noi fermato. 
In questa vicenda intervenne successivamente l’imprenditore Rizzo di Venetico, il quale iniziò a fornire di sua iniziativa il materiale di risulta necessario per la galleria Scianina; costui aveva a disposizione circa 50 mila metri cubi di materiale di risulta ed iniziò a trasportarlo. Calabrese Tindaro intervenne per bloccare anche questo imprenditore ed infatti (nel 2007) bruciò un suo escavatore insieme a Trifirò Maurizio e Trifirò Carmelo. Rizzo aveva concordato con la ditta di Catania di effettuare la fornitura di quel materiale al prezzo di 4,50 euro al metro cubo. A seguito del nostro intervento, l’imprenditore Rizzo fu “convinto” ad effettuare quella fornitura non più al prezzo di 4,50 euro al metro cubo, ma a quello di 5 euro al metro cubo; 50 centesimi di quei 5 euro complessivi dovevano essere pagati alla nostra organizzazione a titolo di estorsione da parte del Rizzo. Mi risulta che il Rizzo pagò effettivamente quei 50 centesimi a titolo di estorsione”. 
GazzettadelSud
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